Kalima: scuola d’italiano e d’integrazione, di Nicoló Zaggia

Je n’ai jamais été à l’école (Non sono mai stato a scuola)
[Risposta di un apprendente alla domanda « Hai mai frequentato una scuola ? » in un modulo d’iscrizione di quest’anno della scuola Kalima]

Le realtà delle scuole d’italiano che offrono corsi di lingua L2 (ovvero corsi d’italiano per persone straniere che si trovano su suolo italiano) sono molte, e possiedono tutte tratti di unicità particolari. Alcune di queste propongono lezioni a pagamento finalizzate all’ottenimento di una certificazione linguistica, altre si identificano come centri di aggregazione che veicolano più che altro una promozione culturale, infine vi sono quelle che, rivolgendosi a tutti i migranti, cercano di trasformare il Bel Paese in un bel paese per tutti, promuovendo un processo d’integrazione rivolto a tutte quelle persone che, per un motivo o per un altro, si trovano a vivere su suolo italiano, e non possiedono gli strumenti linguistici per ambientarsi in maniera adeguata.

Kalima è una scuola d’italiano appartenente a quest’ultima categoria. Ospitata dal centro sociale TPO questa realtà nasce a Bologna una decina di anni fa. Fin dai primi anni di vita il progetto si presentò come qualcosa di rudimentale, non ben definito, ma con la ferma pretesa di diventare un importante luogo di scambio e d’integrazione. Da allora molte persone si sono affiancate a questa iniziativa offrendo per periodi più o meno lunghi il loro contributo. Oggi Kalima continua nel suo lavoro, organizzata in maniera molto più consapevole, ma sostenuta sempre dallo stesso spirito, grazie allo sforzo di quattro volontari: Gabriella, Pierfrancesco, Stefania e Beatrice. I tracciati di vita che hanno portato queste persone a entrare in contatto con Kalima sono tra i più disparati, come sono estremamente diversi anche i percorsi formativi che questi insegnanti hanno avuto modo di affrontare nel corso dei loro studi.

Gabriella, per esempio, è una ragazza con una laurea magistrale in linguistica, e una triennale in lettere. Per lei il TPO all’inizio rappresentava un luogo piacevole dove poter passare del tempo in tranquillità. Tuttavia entrando sempre più in questa realtà, di cui condivideva a pieno gli ideali politici, ha deciso di impegnarsi in prima persona nelle sue iniziative, e questo è il suo secondo anno di collaborazione con il centro sociale come insegnante d’italiano.

Pierfrancesco è invece uno studente del corso triennale CLE, un’interfacoltà tra lettere e culture moderne. Nel suo caso conoscere Kalima è stato possibile grazie a Stefania, altra volontaria della scuola. Per lui partecipare a questa iniziativa significa assumere una consapevolezza storica. L’incontro con i migranti, i racconti dei loro vissuti, permettono di uscire da quella sorta di “iperuranio” promosso dai mass media, per sviluppare una coscienza critica circa la realtà fattuale della contemporaneità, e testimoniata dalle storie (e dalle cicatrici) degli stessi apprendenti.

Da progetti TPO

Kalima è una parola araba che significa, per l’appunto, parola. Una parola che diventa uno strumento di rivendicazione sociale; una sorta di arma non violenta capace di produrre un reale processo d’integrazione. Indubbiamente le difficoltà che i volontari si trovano ad affrontare per perseguire i loro scopi sono molte: molti apprendenti sono persone analfabete nella loro lingua madre, senza aver quindi mai avuto la possibilità di sapere cosa significhi frequentare una scuola. Alcuni di essi provengono da luoghi in cui viene usato prevalentemente un dialetto orale, la cui formalizzazione in una forma anche scritta è avvenuta solo molto recentemente, e in maniera quasi imposta (provate a pensare cosa significherebbe per noi non avere la rappresentazione scritta di un qualsiasi concetto concreto, come potrebbe essere la sequenza di lettere a-l-b-e-r-o per indicare le piante che crescono lungo la strada fuori da casa nostra. Quanto cambierebbe la percezione del reale che abbiamo?!). In questi casi anche la semplice manualità richiesta dall’utilizzo della penna risulta essere una conquista non da poco. A ciò si aggiunge l’estrema varietà di livelli di italiano posseduta da coloro che invece hanno avuto modo di conseguire un qualsiasi periodo di studi. Una varietà che richiederebbe attenzioni specifiche per ogni apprendente, e che risulta essere difficile (se non impossibile) da fornire. Quest’ anno gli apprendenti che frequentano le lezioni di Kalima possiedono mediamente dai 23 ai 25 anni. Le iscrizioni al corso sono sempre aperte in quanto, come sostiene Gabriella, questa scuola intende essere un luogo inclusivo dove chiunque può partecipare sempre, senza dover rispettare perentoriamente delle date prestabilite (cosa oltretutto tendenzialmente difficile per persone che si trovano a vivere in una condizione di precarietà, anche geografica). Altre scelte politiche fatte in funzione a una maggior accessibilità dei corsi per tutti gli aspiranti apprendenti riguardano il non dover presentare documenti, e il non dover pagare alcuna quota; l’unica cosa richiesta insomma è il bagaglio di esperienza e di conoscenza personale, indispensabile alla creazione di un ponte tra culture. In questo senso la forza di Kalima non sta tanto nelle conoscenze grammaticali o lessicali fornite (notare che le lezioni non sono mai frontali, e la grammatica non è mai esplicita, ma al limite viene spiegata mediante funzioni comunicative), ma nella strumentalità che la lingua italiana assume nelle mani dei migranti. Una strumentalità che può tradursi in riscatto sociale.

Le lezioni di Kalima si svolgono ogni martedì e ogni giovedì dalle ore 19 alle ore 21. Il TPO (struttura che ospita la scuola) si trova in via Camillo Casarini 17/5. Chiunque avesse voglia di cimentarsi in questo progetto è il/la benvenuto/a. La volontà di costruire qualcosa di concreto, porta i volontari a non richiedere particolari conoscenze pregresse di didattica L2. L’unico “requisito” è la voglia di cimentarsi a pieno in questo progetto.

Vox Zerocinquantuno n9 aprile 2017


Nicolò Zaggia, laureato magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri presso l’università di Bologna. Tra i suoi interessi l’approfondimento delle tematiche dei gender studies che ad ora impiega anche come metodologia di ricerca per una tesi dottorale in letteratura francese in relazione alla ricezione della tragedia greca in epoca contemporanea in Europa.

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