L’ orbis romanus: identità e alterità. La costruzione dell’altro nell’antica Roma, di Francesca Rizzo

«La dicotomia identità vs alterità attraversa a livello profondo l’orizzonte ideologico dell’uomo. È una opposizione dallo statuto ambiguo. […] L’identità è un modello ideale fondante. L’insieme dei connotati che la definiscono è il referente ideologico e psicologico nel quale e attraverso il quale i singoli e le collettività si conoscono e si riconoscono»[1].
Nella prospettiva della globalizzazione, sempre più coinvolti dai problemi relazionali legati alla crescente multiculturalità, si avverte l’esigenza di una ricognizione che permetta agli uomini di attingere alle radici storico-antropologiche più profonde e ritrovare parte della propria esistenza. Se è vero che la chiave di lettura della cultura italiana ed europea va ricercata nelle vicende degli antichi Romani, è in esse che dobbiamo individuare le nostre basi fondanti. Capire come i Romani vedevano se stessi e l’ “altro”, lo “straniero”, forse potrebbe aiutarci a capire che valenza assume l’ “altro” per noi. Punto di partenza potrebbero essere gli excursus di alcuni grandi autori latini che affiorano a partire dalle spedizioni in Africa, Gallia e Germania, in quel quadro storico della Roma antica in cui la conoscenza e l’assimilazione dell’ “altro” diventano fondamentali per la romanità. Momenti significativi e percezioni differenti possono essere individuati in autori quali Sallustio, Cesare, Tacito, Plinio il Vecchio, Ovidio e Rutilio Namaziano. Un percorso conoscitivo, però, non privo di difficoltà, quelle legate al problema del sapere etnografico degli antichi che, almeno prima della Germania di Tacito, si presenta come ampliamente eterogeneo. «Il sapere relativo alle culture diverse da quella greca e romana è una sorta di puzzle che va ricostruito, […] che è possibile trovare ora in opere geografiche, ora nelle grandi sintesi scientifiche e storiche, ora in trattati medici e filosofici»[2]. La grandezza di Roma è costituita da una serie di caratteristiche interdipendenti l’una dall’altra, ma soprattutto dalla complessa condizione identitaria, insieme culturale, sociale e giuridica, la quale ingloba al suo interno l’alternarsi di un atteggiamento di apertura mentale, derivato, forse, dalla consapevolezza di non essere un popolo autoctono, e di etnocentrismo, dovuto al sentimento orgoglioso della supremazia di Roma sul mondo.
Tuttavia, l’ideologia della condizione di esistenza nel pensiero romano si racchiude nel concetto – sintetizzato magistralmente da F. Borca – di orbis romanus: «è la sfera dello spazio e dell’identità romana che si differenzia dalle alterità molteplici che la circondano». “Noi”, romani, in quanto diversi dagli “altri”. Si tratta della teoria della divisio orbis, unita al modello culturale del determinismo ambientale: l’ecumene è visto come disposto in zone concentriche, in caselle, che raggruppano tipologie umane differenti. A questa si aggiunge il concetto di mesotes, il giusto mezzo, elaborato da Aristotele, sulla base del quale Roma viene collocata idealmente al centro del mondo. Da quest’elaborata visione etnocentrica «la differenza di valore da attribuire ad ognuna di queste zone non è tanto (e soltanto) da ricondurre al clima, quanto alla maggiore o minore vicinanza o partecipazione da un centro che, in virtù delle gesta gloriose del passato, ha operato come motore della storia del mondo»[3], ovvero Roma.

Ritratti del Fayyum (fonte web)
Ritratti del Fayyum (fonte web)

L’orbis romanus, quindi, rappresenta ed esprime la cultura romana nella sua complessità e nel suo aspetto sincretistico. È un mondo in espansione, il risultato di una stratificazione storica e culturale che affonda le proprie radici nella storia della formazione del mondo e dell’umanità tra miti e leggende. Si nutre della conoscenza e amplifica se stesso in una straordinaria civiltà globale quale fu l’Impero Romano. Qui le preparazioni e le operazioni di guerra giocano un ruolo fondamentale nella conoscenza della realtà esterna. «La tendenza ad incontrare e metabolizzare culture diverse è una costante della società romana, che attraverso la guerra allarga il territorio soggetto al suo controllo ed entra in contatto con la diversità»[4].
Dunque, l’identità si costruisce sempre in rapporto con l’ “altro”, il “diverso”, lo “straniero”.
Le rappresentazioni dell’altro nella cultura romana sembrano ricorrere a stereotipi ideologizzati, che possono addirittura portare al meraviglioso e al fantastico.
L’orbis, centro del mondo e dell’umanità, si contrappone alle vaste distese di territori inesplorati che giungono fino alle estremità del mondo; luoghi sconosciuti nei quali i confini tra umanità e natura sono talmente labili da sfociare nella ferinità. Superare le frontiere – materiali e psicologiche – significa mettere in discussione l’ordine del proprio cosmos e intraprendere il rischio del caos.
Lo “straniero” viene posto al di fuori dell’orbis, ma coerentemente, con “l’orizzonte ideologico d’interi popoli” e con il progetto di creazione di un Impero Romano, presenta uno statuto ambiguo. Tutti, infatti, possono diventare romani. Lo “straniero” che lo desidera può diventare romano a condizione di sottomettersi alle leggi di Roma; può diventare civis romanus, ovvero entrare a far parte dell’orbis romanus.

Come spiega P. Li Causi, «a Roma l’essere e il divenire civis era dovuto più che a legami di razza e di sangue con il territorio a una nozione prettamente giuridica – e dunque esclusiva – dell’identità». Nel mondo romano è il civis l’elemento portante della civitas; la città è l’unità in base alla quale si definisce il gruppo del “noi” in contrapposizione con il gruppo degli “altri”, si presenta, quindi, come marcatrice dell’identità. Vi è una sorta di distinzione tra lo “straniero interno” che viene integrato e diviene cittadino romano, costituendo un esempio d’assimilazione delle varie forma d’umanità tipico di Roma, una “diversità” connotata positivamente, e lo “straniero esterno” che costituisce una realtà sconosciuta, una minaccia per l’integrità della cultura romana, una “diversità” connotata negativamente.
Questo carattere inclusivo, integratore e sincretistico non è soltanto il risultato di una cultura aperta all’ “altro”, cosciente delle proprie origini e fedele al modello del mitico fondatore Romolo, ma è anche un atteggiamento funzionale all’espansione e all’ampliamento del maestoso Impero Romano. «I Romani, che sono stranieri in patria e che riconoscono di essere un popolo “recente”, costituiscono la propria storia nel segno dell’accerchiamento e della conquista[5]».
Roma con la fusione dell’ “altro” in se si manifesta – secondo quanto scritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia – come la garante dell’umanità e l’umanizzatrice di tutti gli uomini del mondo. Esistevano, dunque, diverse sfumature della complessa interazione tra identità e alterità nell’ambito culturale dell’orbis romanus dell’antica Roma.
In questo modo sembra proprio che già la cultura dei nostri antenati fosse un melting pot, perciò possiamo ritenerci eredi di questa civiltà globale: l’Impero Romano. Da questa, ancora una volta possiamo trarne insegnamento e possiamo ripensare criticamente, oggi più che mai, al nostro modo di relazionarci con l’ “altro” e alla “convivenza” civile con esso, nel segno di una globalizzazione presente da millenni.

NOTE

[1] A. Buttitta, Dei segni e dei miti, Palermo, Sellerio, 1996, p. 130

[2] P. Li Causi, Le immagini dell’altro a Roma e il determinismo climatico e ambientale, in Metis. “Quaderni del liceo ginnasio Giovanni XIII di Marsala” (2006), m 3, pp. 45

[3] P. Li Causi, L’esilio di un eroe culturale. Per una lettura antropologica del De reditu di Rutilio Namaziano, in “Annali online di Ferrara-Lettere” vol. 2 (2007), pp. 66

[4] F. Borca, Confrontarsi con l’altro. I romani e la Germania, Milano, Lampi di Stampa, 2004, p. 19

[5] P. Li Causi, Le immagini dell’altro a Roma e il determinismo climatico e ambientale, op. cit., p. 62

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016

Bibliografia

M. Bettini, Lo straniero ovvero l’identità culturale a confronto, Bari, Laterza, 2005
A. Buttitta, Dei segni e dei miti, Palermo, Sellerio, 1996
F. Borca, Confrontarsi con l’altro. I romani e la Germania, Milano, Lampi di Stampa, 2004
P. Li Causi, Le immagini dell’altro a Roma e il determinismo climatico e ambientale, in Metis. “Quaderni del liceo ginnasio Giovanni XIII di Marsala” (2006), m 3, pp. 44-64.
P. Li Causi, L’esilio di un eroe culturale. Per una lettura antropologica del De reditu di Rutilio Namaziano, in “Annali online di Ferrara-Lettere” vol. 2 (2007), pp. 62-77
G. C. Tacito, La Germania, Palermo, Sellerio, 1993


Francesca Rizzo è laureata in Beni demoetnoantropologici e specializzata in Studi storici, antropologici e geografici presso l’Università degli studi di Palermo con una tesi etnografica sulla casbah di Mazara del Vallo. Si interessa di antropologia dello spazio e dei processi migratori, ma tra i suoi interessi di studio c’è anche l’antropologia del mondo antico. È attualmente impegnata in attività di ricerca etnografica sul territorio. Collabora con alcune riviste culturali, tra cui “Dialoghi mediterranei”.

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