“La bambina del lago” di Sabina e Loriano Macchiavelli. Recensione di Riccardo Angiolini

Sono servite quattro mani e due menti per la stesura de La bambina del lago, l’ultimo romanzo che porta la firma del celeberrimo Loriano Macchiavelli e di sua figlia Sabina. Sebbene l’autore emiliano sia piuttosto avvezzo a realizzare libri collaborando con altri autori, fra cui i felicemente riusciti gialli assieme a Francesco Guccini, un’intesa così intima e familiare è riuscita a dar vita a qualcosa di davvero unico.

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La bambina sul lago è senz’ombra di dubbio una creatura letteraria particolare, adatta ad un’ampia fascia di lettori ma non per questo semplice o priva di sfumature. A detta di Marco Guidi, che ha condotto con spirito e partecipazione la presentazione del romanzo, vi sono almeno quattro chiavi di interpretazione di questo lavoro, talvolta intersecate fra loro. Adatto a grandi e piccini, l’opera dell’accoppiata padre-figlia Macchiavelli potrebbe definirsi, in maniera un po’ banale e sintetica, un racconto che attinge alla tradizione fiabesca europea: una storia di crescita e iniziazione, di folklore e immaginazione capace di meravigliare e di far pensare.

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Ci troviamo a Bologna, a cavallo degli anni Trenta del secolo scorso, quando un rinomato medico felsineo decide di cambiare radicalmente aria. Dalla città dei portici si trasferisce infatti in un semi sperduto paesino di montagna, al contempo diverso e identico ai tanti altri che popolano l’Appennino, portando con sé il suo più prezioso bene: la figlia Aladina. Inizialmente sconvolta e traumatizzata da un cambiamento così radicale, la bimba faticherà ad adattarsi all’universo montanaro, così vicino eppur così lontano per usi e credenze. Nonostante questo, quando riuscirà ad uscire dallo straniamento della sua solitudine, scoprirà un mondo completamente nuovo e sbalorditivo, che intreccia storie e sentimenti vecchi di secoli nelle parole e nei volti dei propri abitanti.

In questo “altrove assoluto” fatto di leggenda e quotidianità, realismo e fiabesco, Aladina vivrà le proprie avventure facendo, osando e imparando il tutto che la circonda, ad esempio “montagne, animali, piante e ragazzi strani” come recita il sottotitolo del romanzo. Proprio all’interno di questo cosmo appenninico, travolto anch’esso dall’avvento del Fascismo e dall’imminente scoppio della guerra, convivono mito, fatalismo, eroismo, crudeltà e magia. L’aura così fantasticamente reale di questi luoghi si incarna poi in molti personaggi del racconto, che spaziano dalla saggezza e dall’alterigia montanara, come nel caso del professore, alla rubiconda e paesana pasta degli abitanti più comuni, come Panza Grassa o Scarpàza. Un particolare riguardo è poi riposto nelle figure femminili , ad esempio la protagonista, l’ostessa o Cleonice, a detta degli autori in modo involontario ma piacevolmente tangibile.

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“E’ un libro molto più grande delle pagine che conta, che racconta e si spinge in mille strade diverse e, soprattutto a noi emiliani, richiama un passato che per noi non è davvero passato”, sostiene Guidi. In questa affermazione si ritrova la grande bellezza di cui è pregno il romanzo, grazie al quale è possibile respirare quell’aria di un tempo che non c’è più ma che, in qualche posto dentro o fuori da noi, vive ancora. E in quel remoto e isolato mondo, “dove le galline girano coi freni”, folklore e magia paiono fondersi e circondare ogni persona, ogni cosa ed ogni esperienza, come volessero proteggerle e schermarle dal corso della Storia che imperversa.

Anche questa sensazione è tutt’altro che casuale e, come confessa lo stesso Loriano Macchiavelli, era sua esplicita intenzione scrivere un racconto il cui universo fosse dipinto coi colori dell’infanzia. Il filtro fiabesco inseguito dall’autore lo si ritrova nei paesaggi, nelle vicende, nelle convinzioni e nei personaggi (peraltro dal sapore vagamente Calviniani) che popolano il romanzo. “Se volete razionalità non cercatela in questo libro!” si raccomanda infine l’autore. Possiamo in un certo senso dargli ragione, ma la componente magica che caratterizza questo romanzo è talmente accettata e condivisa dai suoi personaggi da sembrare scontata, a dir poco reale. D’altronde è proprio questo ciò che vivono i bambini, osservatori privilegiati che ancora non necessitano di filtri per capire il mondo, che vivono il vero ed il magico in comunione come nelle vecchie fole contadine.

Un consistente apporto pedagogico presente nel romanzo è proprio Sabina Macchiavelli a darlo, grazie a cui i personaggi infantili e le loro parole, il loro ritratto, riescono a risultare davvero realistici. La collaborazione, il mutuo scambio di idee e stimoli e la reciproca accettazione di critiche e suggerimenti, ha permesso a questa inconsueta coppia di autori di scrivere un libro che, per quanti aggettivi potrebbero spendersi, è sufficiente definire bello. Un bello sognante e fantastico, talvolta nostalgico e pensieroso, ma che vale la pena di essere vissuto e, per farlo, non basterà che sfogliare una dopo l’altra le pagine del libro.

Vox Zerocinquantuno, 29 settembre 2019

Foto: Riccardo Angiolini – Vox Reading

 

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