La cultura d’esser liberi, di Riccardo Angiolini

Se c’è una cosa che ci distingue dagli altri animali, è sicuramente il possesso di una cultura più o meno comune. Una concezione generale del nostro esistere, del nostro operare passato e presente che ci viene trasmesso di generazione in generazione. Questo concetto, così peculiare e pieno di ramificazioni, è comunque dotato di un mezzo insostituibile, un modus operandi unico che garantisce questo costante passaggio e aggiornamento di informazioni: l’istruzione.

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La cultura altro non è che la nostra capacità di veicolare ai membri più giovani della società ogni sorta di conoscenza, valore e conoscenza acquisita, che vale la pena trasmettere per la conservazione e l’arricchimento della cultura umana. Va da sé che, considerando la cultura sotto questo punto di vista, l’istruzione assuma un ruolo essenziale per la nostra stessa esistenza, in quanto necessario alla sopravvivenza e alla conservazione della specie.

Naturalmente l’istruzione si è evoluta di pari passo a noi esseri umani, passando da uno stadio primitivo e molto più dimostrativo alla moderna istituzione scolastica. Infatti, oltre alla famiglia, le scuole di qualsiasi grado e genere costituiscono la nervatura fondamentale per la trasmissione del sapere. Il valore dell’educazione è senza dubbio riconosciuto su larga scala, e l’importanza di una progressiva (e reale) democratizzazione del sapere dovrebbe essere alla base di ogni comunità e nazione.

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L’istruzione tuttavia è minacciata da due grandi forze a lei avverse: la paura data dalla consapevolezza del suo potere liberatore, e l’ignoranza di quest’ultimo. Nonostante entrambe le condizioni rappresentino grandi fonti di apprensione, la seconda è probabilmente quella più pericolosa, più infida e difficile da debellare. Questo perché è molto più semplice isolare un nucleo di uomini che ostacolino il processo istruttivo piuttosto che sradicare, da ben più numerosi individui, l’idea che essa sia un qualcosa di secondario, talvolta superfluo.

La realtà contemporanea è piena di esempi che sembrerebbero confermare questa seconda posizione e, nonostante si tenda a darlo per scontato, il mondo in cui viviamo è assai lontano dall’essere adeguatamente “istruito”. Soprattutto, e a questo proposito l’Italia non fa eccezione, siamo lontani da una vasta e assimilata consapevolezza del ruolo dell’istruzione, troppo spesso minimizzato, ridicolizzato e stigmatizzato. 
In questo panorama si inseriscono una serie di personalità che, pur essendo prive di grandi basi culturali, riescono ad avere un grande successo economico e mediatico, di fatto sfondando all’interno della società. Queste figure, come ad esempio l’imprenditore Flavio Briatore nel caso italiano, con esagerata (e forse ingenua) leggerezza non si fanno scrupoli ad esibire le loro conquiste, i loro traguardi, sottolineando come questi derivino puramente dalle loro doti personali, completamente slegate dal processo educativo.
Il successo e la realizzazione sociali vengono presentate come di appannaggio esclusivo dell’istinto, del carattere e dell’intraprendenza, ben lontane dal lento e legnoso percorso dell’istruzione. E sebbene parte di questa idea possa considerarsi veritiera, l’errore che non va assolutamente commesso è proprio quello di puntare il dito e schernire la fonte del sapere e della trasmissione culturale.

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A questo punto è bene comprendere la separazione tra istruzione e successo, in quanto dal primo non dipende direttamente il secondo e, molto più importante, non essendo il secondo il vero fine del primo. L’ingenuità e l’ignoranza con la quale si guarda tutt’oggi a questa dicotomia è la causa prima di innumerevoli problematiche sociali, derivanti da una sfiducia parziale o completa nelle istituzioni volte all’istruzione. Questa sfiducia genera fenomeni come la svalutazione della cultura da parte dei genitori nei confronti dei figli, con conseguente allontanamento dalle realtà scolastiche di quest’ultimi, disprezzo delle stesse realtà ed eguale considerazione rispetto all’istruzione.
 Non è difficile intuire come conseguenze di questo tipo, applicate ad uno straordinario numero di individui inseriti in una società di massa, siano la concreta e non solo potenziale origine di altrettanti e preoccupanti fenomeni quali l’intolleranza, il razzismo, la sfiducia nella politica e nell’assetto democratico , la marginalizzazione della posizione degli altri e la soppressione di tante libertà fondamentali.

Al contrario, non è altrettanto facile riuscire ad inculcare queste dinamiche alla massa di sfiduciati, a tutti coloro che ormai, come punto di realizzazione, hanno l’uomo di successo, di potere, che fa risuonare la propria voce al di sopra delle altre. E proorio qui risiede un ulteriore grande rischio: affidarsi a coloro che, con la propria voce, zittiscono e sovrastano senza cercare un’intonazione comune mediante il dialogo. È chiaro che però, senza un’adeguata istruzione generale, questo dialogo non ha ragione di aver luogo. Un’istruzione più valoriale che nozionistica, di apertura più che di indottrinamento, che come fine ultimo si ponga il successo sì, ma della cultura, delle libertà e della democrazia.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019

 

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