La democrazia in America ovvero una conclusione alla politica secondo Castellucci, di Viviana Santoro

 

Tutto è rimasto avvolto in una patina di mistero. Letteralmente. I movimenti rituali e collettivi di un nucleo di attrici, infatti, sono stati filtrati da uno schermo velato, calato tra il palco e la platea, quasi a suggerire che tipo di atteggiamento assumere di fronte a “La democrazia in America”: impenetrabilità critica dei dettagli ed enigmaticità evocativa dell’insieme.
È questa la scelta scenografica con cui il regista Romeo Castellucci ha deciso di mettere in scena la sua personale rilettura di un testo classico della letteratura americana, scritto dal filosofo e sociologo Alexis de Tocqueville quasi duecento anni fa. Scelta scenografica che sottende, naturalmente, una precisa scelta di contenuto, nel tentativo d’immergere lo spettatore in un determinato momento storico: l’approdo sul suolo americano di un gruppo di puritani e il desiderio di costruire, appunto, la democrazia.
Il mistero e il fascino che devono aver accompagnato questi pellegrini nel percorrere un territorio sconosciuto, l’incontro con la cultura e la lingua incomprensibili dei nativi americani, la precarietà di una vita a contatto con uno scenario naturale spesso ostile, la messa in discussione dei rigidi valori di una professione religiosa a contatto con le sfide nate da un nuovo orizzonte di significati; questi e altri sono gli ingredienti dello spettacolo rappresentato all’Arena del Sole l’11 e il 12 maggio scorsi, in un teatro che ha assistito a momenti scenici indimenticabili quanto oscuri. Forse troppo per quella fetta di pubblico della domenica che ha preferito allontanarsi dalla sala a metà spettacolo, probabilmente infastidita dall’enigmaticità di forme e contenuti, ma soprattutto da qualche scena difficile da digerire.

Foto di Guido Mencari (www.doppiozero.com/materiali/democracy-in-america)

Infatti, se da una parte non può essere il nudo integrale a perturbare in sé (oltre al fatto che il corpo dell’attrice Giulia Perelli è, negli intenti del regista, evidentemente svuotato della sua carica erotica), non può non colpire il bagno di sangue in cui si immerge la protagonista, che ad una ritmicità cadenzata colpisce violentemente una sbarra di ferro sospesa nel vuoto con i suoi lunghi e zuppi capelli, originando l’eco di un tonfo inquietante. E chi ama l’hic et nunc del teatro sa quanto riesca a essere potente un corpo sul palco, figuriamoci quando questo si presenta nudo e dipinto con rivoli di sangue. Immagine di una forza spaventosa se si considera, oltretutto, che appare all’inizio dello spettacolo, collocata significativamente dopo un momento collettivo di presentazione epica della “Democracy in America”, per cui ciascuna delle lettere che compongono il titolo si stacca dalle altre per andare a comporre altre parole, come “crime” o “car comedy”, fino a diventare referente di aesi attraversati attualmente da conflitti o guerre.
Scene che fanno immediatamente pensare a una certa volontà politica di affrontare il testo di Tocqueville, se non fosse che, come dichiarato dallo stesso Castellucci, «lo spettacolo non vuole essere una riflessione sulla politica quanto, semmai, una sua conclusione».

(Foto da www.bolognateatri.net/2017/05/23/democrazia-in-america)

In effetti, il vero padrone della scena sembra essere proprio quel senso di mistero di cui si carica tutto il contesto in cui si muovono la coppia di puritani, il coro, due indiani d’America, qualche tecnico e un enorme bassorilievo greco. Un mistero che tocca l’apice nella scena della possessione che attraversa il corpo e la voce di Giulia Perelli, quando questa avanza verso il proscenio abbandonandosi alla glossolalia, ovvero a un flusso di parole incomprensibili o comprensibili solo, nel primo cristianesimo, da chi fosse dotato del dono dell’interpretazione. Se si pensa poi che lo spettacolo si chiude con il dialogo (in lingua originale sottotitolata) tra due nativi americani che intendono imparare l’inglese per non rimanere soggiogati dallo straniero, allora si capisce che lo sguardo del regista si muove lungo un percorso fatto di suggestioni, incomprensioni e questioni in sospeso, per seminare dubbi, sollevare domande a cui, volontariamente, non fornisce risposte.

Foto di Guido Mencari, (www.espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/03/15/news/chiedi-a-tocqueville)

Vox Zerocinquantuno n 11, giugno 2017


Viviana Santoro, laureata in Italianistica, apprendista insegnante, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico

#In copertina foto di Guido Mencari daBologna teatri 23/05/2017

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