La Lega si ferma in Emilia Romagna, Bonaccini confermato. Di Riccardo Angiolini

All’alba del 27 gennaio, in concomitanza con la giornata della Memoria, l’Emilia Romagna si sveglia con una consapevolezza particolare. Gli scrutini delle elezioni regionali del 26 gennaio hanno riconfermato presidente regionale Stefano Bonaccini, candidato della coalizione di centrosinistra, che si accinge dunque a svolgere il suo secondo mandato. Un risultato che non è mai stato scontato, che ha diviso animi e opinioni degli emiliani e che, alla luce della campagna elettorale appena conclusasi, è dipesa fortemente dall’immagine dei contendenti alla presidenza regionale.

Si parta comunque da una più dettagliata disamina dei dati che “incoronano” Bonaccini al primo posto con un solido 51,43% delle preferenze, seguito dalla candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni al 43,63%, e dal fanalino di coda Benini, candidato dei Cinque Stelle, inchiodato a un misero 3,47%. Dando un primo sguardo a questi dati due cose paiono evidenti: il totale tracollo del Movimento 5S e la chiara ripresa del centrosinistra nella regione dopo gli esiti ad esso sfavorevoli delle europee 2019.

Ancora più interessante ed emblematica è la distribuzione dei voti ai singoli partiti, statistica capace di fornirci informazioni più eloquenti e dettagliate.
Il primo partito in Emilia Romagna, a dispetto degli esiti dell’anno passato, è difatti il PD con circa il 34,7% delle preferenze. L’unica altra lista della coalizione di centrosinistra ad aver superato lo sbarramento è proprio quella del presidente Bonaccini, ferma ad un 5,77% circa delle preferenze totali.
Secondo partito della regione è invece la Lega, forte di un 31,94% delle preferenze totali, seguita a ruota da Fratelli d’Italia all’ 8,59%. Un centrodestra che si è trovato dunque in forte calo rispetto alle passate europee, con Forza Italia bloccata addirittura al solo 2,56%, e che deve dunque rivedere i propri schemi per sfondare i cosiddetti baluardi rossi.

Tralasciando la disfatta del partito pentastellato, dovuta chiaramente alle indecisioni e alle profonde fratture interne al Movimento, questi dati ci suggeriscono alcuni spunti di riflessione piuttosto validi.
Primo fra tutti riguarda l’utilizzo del voto disgiunto: una pratica che, a giudicare dai distacchi fra partiti e i distacchi fra candidati presidenti, è stata generosamente utilizzata. Questa ipotesi  fornisce un ulteriore punto di vista rispetto all’esito di queste elezioni: Lega e centrodestra sono sì riusciti a imporsi almeno al pari del centrosinistra, tuttavia la candidata Borgonzoni ha riscosso molto meno credito rispetto al diretto avversario.

Stefano Bonaccini ha riscosso le maggiori preferenze in cinque province su nove, riguadagnando notevolmente terreno rispetto alle europee. Tuttavia, anche nelle restanti province ove i voti hanno visto favorita la Borgonzoni, il distacco fra i due candidati è sempre stato di gran lunga più esile rispetto a quello degli schieramenti a loro sostegno.
Un uso del voto disgiunto piuttosto eloquente che designa una situazione altrettanto chiara: gli emiliani hanno preferito sostenere un modello di amministrazione già varato, affidabile e che ha dimostrato di sapersi affermare tra i migliori in Italia. Al contrario non ha retto la strategia messa in atto da centrodestra e Lega, ossia il presentare queste elezioni come l’ennesimo voto di protesta e sfavore nei confronti del governo. La Borgonzoni non ha saputo dimostrare la stessa credibilità di Bonaccini, forse complici alcune gaffes e strafalcioni della stessa candidata, ma soprattutto a causa di una campagna elettorale, è il caso di dirlo, semplicemente sbagliata.

Per l’ennesima volta si è assistito allo schema del centrodestra, capitanato dall’immancabile Matteo Salvini, che ha cercato di delegittimare gli avversari politici rispetto al loro operato nazionale. Inoltre, a partire dai primi eventi a Bologna, la campagna elettorale dell’opposizione è stata esageratamente incentrata sulla figura dell’ex ministro degli interni Salvini.
Le doti comunicative del leader leghista si sono dimostrate efficaci e dirette come al solito, sfiorando più volte il limite e suscitando alternatamente passione e indignazione. A dispetto di ciò, Lucia Borgonzoni ha avuto relativamente poco spazio per esprimersi e per presentarsi al popolo emiliano, e in quei pochi spazi a lei concessi non ha certamente convinto.

È evidente come Matteo Salvini sia l’arma migliore all’arsenale del centrodestra, rivelatasi fondamentale per mettere in discussione gran parte del consenso precedente. Questa volta però è stato commesso un grosso errore: non si è tenuto conto che il voto riguardasse una delle regioni più avanzate, vitali e all’avanguardia dell’intera penisola, che ha come vero interesse il miglioramento, non il cambiamento.
L’Emilia Romagna e Bonaccini si dimostrano dunque le prime vere “resistenze” contro la cavalcata del centrodestra, confermandosi un modello vincente che predilige stabilità e affidabilità.
La stessa cosa non si può purtroppo affermare a livello nazionale, ove tensioni e disordine non possono che causare ulteriori scossoni.

Vox Zerocinquantuno, 27 gennaio 2020

 

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