La lingua geniale di Andrea Marcolongo, riflessioni sul greco classico di Giacomo Bianco

In cima alla classifica della saggistica con le sue 60 mila copie vendute, la giovane autrice Andrea Marcolongo è il nuovo volto bello ed avvenente del greco classico. Una ventata di freschezza necessaria per la disciplina e per tutto l’ambiente classicista. Il segreto dell’enorme e forse imprevedibile successo sta forse nell’originalità unica con cui presenta i temi della grammatica greca prediligendo la narrativa al metodo: il libro è il racconto del suo amore per questa lingua, amore con la A maiuscola.

La sua è una forma di scrittura coinvolgente che minimizza i problemi inevitabili nel processo di apprendimento di una lingua così lontana. Scherza e gioca con gli ostacoli che tutti hanno prima o poi incontrato al ginnasio e che spesso si sono trasformati in muri difficili da scalare.

Da il libraio

Questo saggio è rivolto non solo ai disinnamorati del greco, che appena finito il liceo non hanno fatto nessuno sforzo a dimenticare quello che erano stati costretti ad imparare, ma anche a chi non l’ha mai studiato. Semplici e chiare sono infatti le descrizioni dei concetti che rendono il libro adatto a tutti.

Nel titolo la si definisce una lingua geniale dal francese (l’altro Amore della sua vita) “genial” che descrive qualcosa di divertente, che ci stao come direbbero nella sua Toscana ganza. Non serve invece perdere tempo a cercare le nove ragioni per amare il greco, come il sottotitolo suggerisce,  perchè non ce ne solo nove di motivi bensì migliaia; come svela la stessa Marcolongo queste nove ragioni non sono altro che i nove capitoli in cui è suddiviso il libro per volere dell’editore (compresi l’introduzione e la conclusione).

Dalle pagine emerge tutto il suo amore per il greco classico che in alcuni passi diventa davvero coinvolgente. Quando spiega per esempio perchè gli antichi Greci avessero un genere in più rispetto al nostro: il neutro. Per loro era più importante la distinzione tra cose con un’anima, quindi maschili e femminili, e cose senza anima, inanimate appunto e quindi neutre. E allora neutre sono parole o meglio concetti come il nome, la misura, il dono, i sogni , e ancora se femminili sono i nomi degli alberi perchè generano vita, al neutro invece sono i frutti perchè considerati oggetti. A dimostrazione che per apprendere una lingua, soprattutto se così distante da noi, bisognerebbe sapere come i “parlanti” del tempo si esprimessero e come considerassero l’essenza delle parole. Certo la sua originalità non sta nell’aver evidenziato tale concetto ma il modo semplice ed efficace in cui trasmette il messaggio senza risparmiare autocritica o nascondendo imbarazzanti aneddoti personali. Sembra aver trovato la molla che ha fatto scattare, se non la passione, sicuramente l’interesse e la curiosità per la dolce lingua di Platone e Omero. In questo molti suoi colleghi hanno fallito prima di lei.

Si diverte dunque ma non risparmia critiche ai i metodi di insegnamento del liceo classico in Italia. L’avversione contro il tipo di apprendimento “a memoria” dei concetti grammaticali del greco antico, cui sono stati sottoposti tutti i liceali, è una costante del suo libro. Ricorda come le era stato imposto dai suoi professori di imparare formule e regole grammaticali “a mo‘ di preghiera” senza nessuno spiraglio aperto versa la vera comprensione. Questo è l’unico modo per disimparare e cancellare in fretta dalla mente, cosa che è avvenuta a quasi tutti dopo aver consegnato l’ultima versione all’esame di maturità.

L’autrice firma le copie del suo libro all’Archiginnasio di Bologna

Lo studio di una lingua come questa dovrebbe essere integrato e accompagnato dalle altre materie scolastiche sincronicamente, in simbiosi. Sarebbe necessario ad esempio creare interazione tra le discipline, soprattutto con lo studio della storia, cosa che i programmi non prevedono. Infatti mentre un ginnasiale sfoglia la sua prima pagina di grammatica greca il programma di storia prevede lo studio della preistoria o delle società della mezzaluna fertile anziché quello della Grecia classica. Dunque lo stesso studente affronterà una lingua senza conoscere la storia del popolo che la parlava e quindi sarà costretto ad imparare a memoria, senza capire, concetti fondamentali che lo accompagneranno nei successivi 5 anni di studio.

Tanti altri spunti di questo tipo si possono individuare all’interno del saggio che, come si è potuto capire, rappresenta qualcosa di più di una grammatica greca ad uso e consumo di tutti.

Per concludere. La lingua di una società cambia in base al progresso e alla complessità della nuova realtà venutasi a creare dal cambiamento: più è complessa la società più si cerca di semplificare la lingua per spiegare la realtà stessa. Questo causa l’inevitabile banalizzazione del linguaggio e ‘il conseguente impoverimento del suo vocabolario.

Se ad un certo punto il mondo greco non sentì più la necessità di contare anche in duale (io, noi, noi due) e si accontentò di farlo solo in uno o più di uno, come anche di distinguere parole con l’anima (maschile e femminile) da quelle senza (neutro) ritenendo sufficiente il maschile e il femminile, allo stesso modo adesso per semplificare la nostra iper complessa realtà ci stiamo accontentando sempre più dei post, dei “cinguetii” e delle emotion.

Conoscere il greco ed aspirare ad una preparazione umanistica, serve anche a questo…o meglio ad evitare questo.

Vox Zerocinquantuno n 8, Marzo 2017


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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