La magia della scrittura, di Francesca Cangini

Che la scrittura avesse in sé un potere quasi magico l’avevano già capito gli antichi, essa permetteva di sconfiggere l’oblio che minacciava tutte le storie e i fatti narrati a voce. Secondo Platone la scrittura era stata donata agli uomini dal dio egizio Theuth, che al cospetto del re Thamus esclamò: “questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare perché con essa si è trovato il farmaco della memoria e della sapienza”. 
Nel 1900 essa iniziò ad essere considerata come un mezzo di cura psicanalista. Autori come Kafka, Pascoli, Ungaretti, Montale o Virginia Woolf partirono proprio dal loro “male di vivere” per arrivare alle composizioni insegnandoci come il vero strumento per uno scrittore non sia una penna, ma il suo dolore. Svevo parlò persino quasi di scrittura-terapia nella sua prefazione de “La coscienza di Zeno”, in cui il Dottor S. dichiara di voler pubblicare, quasi per vendetta, gli appunti di un suo ex paziente scritti a sostegno della cura. 
Mettere le parole su carta ha quindi un potere davvero particolare che è stato analizzato da molti studi scientifici. Permette di dare una struttura più organica, precisa e chiara ai ricordi, e alle emozioni ad essi collegati. Scrivere in modo narrativo, quindi non frammentario e disorganizzato, trasforma i pensieri e ci permette di confrontarci con essi per arrivare progressivamente a cambiare il modo di porsi con noi stessi e con gli altri. Gli ultimi risultati scientifici che ci arrivano dalle ricerche sui poteri curativi della scrittura sono del 2006 a cura del dottor Frattaroli. Egli ha dimostrato che la scrittura può aiutare sia a livello psicologico, liberando la mente dai pensieri oppressivi, o insegnando a regolare le emozioni, riduce l’ansia e la sottovalutazione…. Sia a livello fisico riscontrando miglioramenti da persone affette da malattie come ad esempio l’asma, l’emicrania, o persino cancro al seno e il diabete.

Da 24live.it

Posso dire di essermi imbattuta anch’io nel potere magico-curativo della scrittura. Ho imparato in questi ultimi anni, attraverso la scrittura, ad affrontare me stessa. 
Possiamo notare come l’esordio di quasi tutti gli scrittori sia proprio un’autobiografia, il bisogno di scrivere contiene l’esigenza intrinseca di parlarci prima che di parlare. Che cosa mi ha insegnato quel primo viaggio autobiografico? Che la scrittura è un mezzo potente. Che la scrittura “mi ha salvato la vita” come dice la scrittrice Chiara Gamberale, “Posso dire che la scrittura salva la vita perché ha salvato la mia” ammette “Se non scrivessi avrebbero vinto i miei mostri rispetto al confronto con la realtà. Mostri che invece, scrivendo, riesco almeno a guardare in faccia. E quello che ci sta davanti non ci assale alle spalle.” 
Scrivendo diventiamo spettatori disidentificati e nella rilettura la prospettiva cambia, è più lucida. Mentre affidi l’impeto della tua anima all’inchiostro i pensieri si succedono sul foglio con un ordine che pareva inesistente. Ci vuole un grande coraggio per scrivere di sé con sincerità e trasparenza. Si sta male, molto. Dopo la tempesta non ti senti neanche più tu, non sai come fare a riprenderti, ti senti spaesato e confuso ed è proprio lì che nascono i capolavori. La scrittura non è nulla senza una dose massiccia di sofferenza. 
Ho imparato attraverso la scrittura che lo stare soli è una risorsa e solo imparando a stare soli, con i nostri pensieri riusciamo a comprendere altro e a “convivere” anche con noi. Ho capito che la scrittura mi avrebbe salvato quando dopo mesi di sofferenza mi sono ritrovata a scrivere con ordine quello che era successo i mesi precedenti. Sentivo di dovere parlare con me stessa prima di andare avanti, dovevo ripensare, dovevo dare un perché a ciò che ero, capire davvero cos’era successo. E per la prima volta mi sono ritrovata ad essere artefice, spettatore, protagonista e narratrice e non mi sentivo neanche più tanto io. Venivo coinvolta in vertici di sentimenti che prima non mi accorgevo di provare. Riuscivo a vivere davvero ciò che per mesi avevo vissuto passivamente solo sul mio corpo e non attivamente con la mia mente. Di ciò che scrissi in quei mesi non rimangono che fogli sparsi e probabilmente non riuscirò mai a ricomporli, eppure rimangono i segni sulla mia vita. Rimane l’evidente fatto che dopo la vita c’è stata, che sono riuscita ad andare avanti. Non dico che la scrittura sia la panacea, ma che ti obbliga a pensare, a rivederti, a riviverti o viverti per la prima volta. Ti insegna ad esternare le emozioni traducendole in parola. Mi sono spogliata per liberarmi dai pesi di un dolore riuscendo in qualche modo ad accettare la vita con i suoi squilibri e trovando in essi anche del poetico.

Vox Zerocinquantuno n9 aprile 2017

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