La memoria rende liberi: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Di Maria Laura Giolivo ed Elisa Benni

Parallelismi e differenze fra due dei più noti sopravvissuti ad Auschwitz.

Se la necessità di mantenere viva nei posteri la memoria dell’aberrazione umana, di cui nazismo e fascismo sono stati capaci progettando la distruzione di massa di interi popoli e culture, è il fine ultimo delle testimonianze di due fra i più noti sopravvissuti ad Auschwitz (il chimico Levi e l’attuale Senatrice a vita Liliana Segre), mettendo a confronto le loro testimonianze è possibile riconoscere elementi distintivi che hanno portato a risvolti umani profondamente diversi.

Entrambi provenienti da famiglie italiane, laiche e di origine ebraica, vennero deportarti nel 1944 verso il campo di concentramento di Auschwitz. Dopo un primo momento di smarrimento, dovuto all’incredulità che la loro Patria consentisse che i propri cittadini venissero così crudelmente discriminati solo in virtù di origini che nemmeno avvertivano più come un loro elemento distintivo, furono assaliti dall’orrore e dalla brutalità con il quale il sistema nazista aveva orchestrato di depauperarli di ogni umanità e dignità.

In quel 1944, Primo Levi era un giovane chimico venticinquenne che, escluso dall’esercizio della propria professione a causa delle leggi razziali del novembre del 1938, aveva deciso di opporsi al regime entrando a far parte di una brigata partigiana della Val d’Aosta. Dal canto suo Liliana Segre era una studentessa tredicenne alla quale già da tempo (nel 1938 , appunto, all’età di otto anni) era stato impedito l’accesso all’istruzione pubblica a casusa dell’espulsione degli ebrei dalle scuole italiane. Ancor prima della deportazione, quindi, entrambi subirono la frustrazione dell’isolamento sociale e politico inflitto agli ebrei ma con consapevolezze e reazioni totalmente differenti: se Levi, infatti, era in grado di comprendere la gravità della situazione contingente e tentò l’opposizione al regime unendosi ai partigiani, la Segre, invece, subì passivamente le ingiustizie di cui era vittima senza riuscire neanche a comprendere quale colpa le venisse attribuita.

Giunti a destinazione e superata in maniera del tutto casuale la selezione iniziale, entrambi vennero adibiti a lavori svolti all’esterno del campo, cosa che già costituiva un privilegio nei confronti degli altri internati. Primo Levi ebbe poi l’ulteriore “fortuna”, che visse come l’ennesimo privilegio di cui vergognarsi e sentirsi colpevole, di poter svolgere la propria attività professionale anche da deportato.

Del senso di colpa, tipico di tutti i superstiti dei campi di sterminio, per essersi salvato anche in virtù dei privilegi goduti, non vi è traccia nel racconto della Segre se non sotto forma di rammarico per la casualità con la quale avvenivano le selezioni.

Se dalle testimonianze della Segre emerge in primis la necessità di fissare nella memoria del lettore una vicenda storica, per intenti e brutalità, senza precedenti e che potrebbe ripetersi, nei testi di Primo Levi emerge un’inquietudine di fondo (da lui stesso in seguito dichiarata) che ha reso la posa in opera dei suoi libri una sorta di catarsi necessaria per sopravvivere a se stesso.

Il chimico torinese in Se questo è un uomo (dato in stampa per la prima volta nel 1947 senza riscuotere interesse presso l’opinione pubblica) dichiara che il libro nasce addirittura dentro le mura di quel freddo laboratorio tedesco dove, per sopravvivere alla pena della coscienza che in taluni momenti esce dal buio e torna a dargli la consapevolezza di essere un uomo, prende “la matita e il quaderno e scrive quello che non saprebbe dire a nessuno”.

Diversi, quindi, appaiono immediatamente i fini perseguiti dai due superstiti tramite il racconto della deportazione: nel caso della Segre uno scopo prettamente divulgativo che vede la testimonianza come un mezzo per raggiungere quanti più “uditori” possibile mentre per Levi la scrittura e il racconto dell’esperienza nel Lager risulta guidata da un fine più intimo, verosimilmente il bisogno di esorcizzare il demone del ricordo ed espiare il senso di colpa per essersi salvato, disagio che emerge prepotentemente ne I sommersi e i salvati.

Nelle pagine di Se questo è un uomo Levi sottolinea come il Lager sia stato, anche e soprattutto, una gigantesca esperienza biologica e sociale nel quale, secondo lui, emergono due tipologie di individui: i sommersi e i salvati, appunto. I sommersi sono coloro che, incapaci di adeguarsi alla solitudine, allo svilimento dell’umanità limitata alla sola soddisfazione dei bisogni primordiali e “all’uno contro tutti” tipico della lotta per la sopravvivenza, deboli e inetti non lottano per continuare a vivere e “in solitudine muoiono o scompaiono senza lasciar traccia nella memoria di nessuno”. Al contrario “le vie per la salvazione sono molte, aspre ed impensate” ma necessitano tutte di una capacità di scendere a patti con se stessi, abbandonare qualsiasi traccia di empatia e “scendere in campo come bruti contro ad altri bruti”. Probabilmente è questo che Levi non riesce a perdonarsi: la perdita di umanità che l’ha condotto alla salvezza fisica ma, senza dubbio, non a quella spirituale.

Diversamente da Levi, che avvertì fin da subito l’urgenza di parlare di quanto gli fosse accaduto durante la prigionia, la Segre solo nel 1981, dopo un periodo di depressione molto pesante, si arrese alla necessità di riconoscersi una sopravvissuta ai campi di sterminio. Da allora raccontare la sua esperienza e far conoscere a più persone possibili, soprattutto ai giovani, le atrocità subite da lei e da tutti quelli che, come lei, avevano come unica colpa quella di essere nati, per lei diventa una missione, un dovere, la vera ragione della sua esistenza.

Lei stessa, nel libro La memoria rende liberi scritto con Enrico Mentana, racconta uno scambio di corrispondenza con Primo Levi e ne trae spunto per distillare la suprema essenza della differenza fra loro due: “Quando nel 1986 pubblicò il suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, nel leggerlo rimasi turbata: Primo Levi si sentiva colpevole di essere sopravvissuto, e in quelle pagine è spietato con i salvati, di cui fa parte anche lui. Così gli scrissi ancora: «Caro amico, il suo libro mi ha sconvolta perché anch’io come lei sono una salvata, ma da questo momento capisco di essere invece una sommersa, perché da Auschwitz non si esce mai». In quella occasione mi rispose a tono: una lettera che mi dispiace di avere perso e in cui analizzava le figure del salvato e del sommerso ripetendo la teoria del suo libro ad usum mio, e concludendo: «Cara amica, per noi non c’è niente da fare, siamo tutti sommersi da quello che ci è successo, e non c’è salvezza per nessuno». Questa è stata la nostra ultima conversazione, qualche tempo dopo si tolse la vita. Non mi stupii di quel gesto, perché mi sembrava la drammatica, logica conseguenza di quella visione così cupa dell’esistenza. Capii che io e Primo avevamo fatto due percorsi contrari: io non potrei mai più suicidarmi perché sono stata ad Auschwitz. Potrei farlo se succedesse qualcosa ai miei cari, ai miei nipoti o ai miei figli. Ma Auschwitz non ha più questo potere su di me.”

Nel racconto di una delle pagine più oscure della storia Europea del XIX secolo, sorprende come entrambi i superstiti riconoscano che, oltre fortuità degli eventi, la fiamma che li ha riportati alla vita consapevole sia stata un atto di generosità (e quindi di ritrovata umanità!): nel caso di Levi quello di un compagno che scelse di dividere la propria già risicata razione di cibo con lui e in quello della Segre la sua rinuncia a sfruttare l’occasione di una vendetta a portata di mano quando avrebbe potuto sparare al capo del campo raccogliendone da terra la pistola abbandonata.

Entrambi agnostici e appartenenti a famiglie ebree laiche, nel corso della detenzione non cambiarono la loro posizione rispetto alla fede. Per Levi la detenzione contribuirà alla maturazione di un ancor più rigido razionalismo che lo spingerà quasi a rifiutare l’esistenza di un Dio, soprattutto dopo l’esperienza di Auschwitz. La Segre, invece, seppur salda nella sua laicità avverte di non poter più accantonare il suo essere ebrea e tutto ciò che questo le aveva comportato durante la guerra. Emerge in lei il dovere di combattere contro un demone ben peggiore della violenza: l’indifferenza (come lei stessa scrive “quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore”).

Entrambi riconobbero la maggiore difficoltà di resistere alla vita del campo in assenza di un riferimento spirituale, di quel credo che aiutò tanti altri detenuti a trovare una spiegazione a ciò che stavano vivendo e che loro invece non sono stati in grado di decifrare ma “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019

Foto: senzasoste.it

 

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