“La mente inquieta” di Massimo Cacciari. Recensione di Matteo Scannavini

 

Massimo Cacciari ci invita a una profonda rilettura dell’Umanesimo, ancora prigioniero di un paradigma narrativo che ne esalta i soli valori estetico-artistici e gli studi retorico-filologici a discapito di una fervente attività filosofica. Ne La mente inquieta (Einaudi, Torino 2019) il celebre filosofo veneziano offre una nuova chiave di lettura degli studia humanitatis, visti non più come ricerche avulsi dalla realtà e mosse dall’amore per il gusto classico, ma come riflessioni saldamente ancorate al contesto sociale e politico rinascimentale, in un moto bidirezionale che va dalla riscoperta del passato alle esigenze del presente. Questo è lo sguardo critico che animava gli umanisti, uomini alla ricerca di soluzioni davanti ad un orizzonte che, con la caduta dell’Impero d’Oriente e la scissione della Chiesa, vedeva crollare i propri riferimenti. La renovatio altro non era che l’esigenza di riforma in un panorama instabile e molto più familiare ai nostri giorni di quanto siamo abituati a pensare.

L’umanesimo non è una rievocazione del passato ma un risveglio del presente. Da questa tesi si avvia il recupero della filosofia dalla filologia, dalla pittura, dall’architettura e dalla storia degli umanisti. Ne emergere un “Umanesimo tragico”, una trama viva di diverse riflessioni inquiete, coscienti della crisi del loro tempo e specchio della natura ontologicamente instabile dell’uomo. È il rovesciamento totale di quella visione della filosofia umanista alla ricerca dell’essenza dell’umanità e precursore dell’’idealismo hegeliano, derivato invece dal pensiero di Cartesio.

Per meglio comprendere il connubio tra filologia e filosofia, Cacciari dedica ampio spazio al tema del linguaggio: gli approfonditi studi e gli accesi dibattiti sul latino vanno spiegati in ragione della ricerca di un paradigma linguistico efficace, adatto a rifondare la credibilità del cristianesimo, crollata tra la diffusa corruzione dei costumi del clero e lo scisma protestante. Volgare illustre, spiega Cacciari, significa volgare potente, convincente, funzionale allo scopo comunicativo. Una prospettiva che era già chiara nel De vulgari eloquentia a Dante, considerabile a tutti gli effetti il primo umanista.

L’Umanesimo assume quindi tratti molto più cupi, complessi e meno armonici della stereotipata “Italian theory che oggi circola nei mercati”, avverte Cacciari in chiusura di una breve premessa. Nel mettere luce alla mente inquieta di questi intellettuali, da Petrarca fino all’apice di Macchiavelli, il filosofo ed ex sindaco di Venezia evidenzia come non si tratti di un’angoscia rassegnata all’immobilismo, ma di uno sforzo propositivo contro l’imbarbarimento, mosso dalla consapevolezza che nell’animo dell’uomo coesistano le due possibilità: la virtus che permette miracoli artistici, in senso lato, e la peste in grado di “denaturare la natura”, operardo il male a livello profondo.

Nel Rinascimento si trattava della crisi della fede, delle grandi scoperte geografiche, della rivoluzione scientifica, della caduta di Costantinopoli. Oggi si tratta dell’incredibile aumento demografico, della rivoluzione digitale, della globalizzazione, delle recessione economica e dei cambiamenti climatici, il tutto nell’arco di pochi decenni. In entrambi i casi si parla di periodi di crisi e assenza di riferimenti, epoche assiali caratterizzate da una forte e disorientante accelerazione del tempo. L’immediata conseguenza di un ritmo dei cambiamenti sempre più frenetico, avverte Cacciari, è la perdita di memoria, abbandonata da uno sguardo proiettato esclusivamente al futuro che ci precipita violentemente addosso. Ma disinteressandosi della questione delle origini, spiega il filosofo veneziano, la scienza perde l’orientamento del proprio agire, e, senza più basarsi su valori comuni, procede in modo autoreferenziale. In altre parole, quando la potenza del sapere si “infutura” diventa assoluta, ovvero sciolta dal legame con il mondo della vita. Ecco perché, proprio come gli umanisti fecero appello all’epoca classica, riaccostarsi oggi all’Umanesimo diventa un modo per spiegare come salvare la memoria, il processo imprescindibile per ascoltare e comprendere il mondo moderno. Perché classico non è ciò è già stato, ma ciò che ha ancora da venire.

Vox Zerocinquantuno, 26 ottobre 2019

Foto: einaudi.it


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

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