La misura del tempo Gianrico Carofiglio. Recensione di Matteo Scannavini

Gianrico Carofiglio rinnova la fortunata saga dell’avvocato Guerrieri con un nuovo capitolo, a cui la definizione di thriller legale calza davvero stretta. La misura del tempo (Einaudi 2019) straborda da un simile confinamento di genere per riflettere, attraverso i tunnel della memoria, sullo scorrere degli anni e gli improvvisi risvegli nell’età adulta, con le sue conquiste di maturità, consapevolezza ma anche insonnia. Un romanzo dal taglio realistico e pulito, ironico a giuste dosi, che non conforta il lettore con la chiarezza delle sentenze ma lo persuade della pluralità dei punti di vista e dell’impossibilità di inquadrare la realtà sotto verità univoche.

Lorenza è un nome importante nel passato di Guerrieri, il nome di una seducente e superba ragazza con cui condivise un amore breve, intenso e immaturo, concluso indegnamente. Per l’avvocato quel ricordo è ormai rilegato lontano, sbiadito al punto da sembrare vissuto di qualcun altro, finché, quasi 30 anni dopo, Lorenza non ricompare nel suo studio. Il tempo ha lasciato un segno profondo su di lei: la brillante ed eccentrica studentessa di lettere è sfiorita, si è fatta opaca e ha un figlio con una condanna in primo grado per omicidio. L’accusa si è retta su un impianto solido mentre l’avvocato della difesa, un grande nome dei tribunali caduto in declino, è da poco deceduto. Ormai alle strette economiche, Lorenza si affida come ultima speranza a Guerrieri, che, in omaggio a quell’andata passione giovanile, accetta di portare il difficile caso in corte d’appello.

Parte così un’ambiziosa strategia difensiva in cui i dettagli dell’indagine saranno rianalizzati per far emergere una possibile interpretazione d’innocenza dell’imputato e porre alla giura un ragionevole dubbio all’interno della ricostruzione in apparenza più probabile dei fatti.

La vicenda legale si alterna ritmicamente alla rievocazione della relazione tra i due amanti, ripensata da Guerrieri col distacco maturo dell’età adulta, che deride i patetismi giovanili, ma anche con la nostalgia degli anni in cui si poteva sperimentare passione e stupore.

Da tempo nell’avvocato sono chiari gli inguaribili ed odiosi egoismi della donna che credeva d’aver amato, ma il suo sentimento non è stato rimpiazzato dal rancore. Al suo posto, vi è invece una forma d’affetto per Lorenza e “quell’ubriacatura di infantilismo, di inconsapevolezza, ma anche, a momenti, di sfuggente e dunque autentica, pura felicità”. Un’ubriacatura che, riesaminata nel presente, porta alla luce importanti prese di consapevolezza. Questa volta infatti, per Carofiglio il passato non è una terra straniera, ma un percorso da riosservare per comprendere il valore degli incontri e dei momenti che ne scandiscono le svolte.

Sul fronte stilistico, il thriller legale si arricchisce grazie ai trascorsi di magistrato dell’autore, che ricrea con credibilità gli ambienti dei tribunali e il loro gergo tecnico, senza abusarne e mantenendosi sempre comprensibile.

La narrazione funziona grazie alla convincente voce dell’avvocato Guerrieri, un eroe umanissimo, professionista capace ma anche individuo, amabilmente autoironico, in cui convivono tante piccole debolezze comuni: il peso e il timore del trascorrere degli anni, la periodica insonnia e tutte quelle buffe stranezze personali che minano il concetto di “normalità”, ad esempio parlare con il proprio sacco da boxe come se fosse un amico fidato. Guerrieri risulta quel genere di uomo che si ascolta volentieri, sia quando descrive i sottili pensieri celati dietro il quotidiano, sia quando tiene vere e proprie lezioni sui dubbi etici ai giudici tirocinanti.

La misura del tempo è dunque un romanzo dal respiro riflessivo molto più profondo della sola vicenda del thriller legale, che resta comunque godibile anche presa singolarmente: il lettore, al pari dell’avvocato, è inconsapevole circa la reità o l’innocenza dell’imputato fino agli ultimi riusciti colpi di scena. Il finale risalta l’ambiguità dei fatti umani e lascia legittimi dubbi sulla possibilità del sistema giudiziario di incasellare colpevoli e innocenti, verità e inganno.

Come già testimonia la candidatura a finalista del Premio Strega 2020, l’ultimo romanzo di Carofiglio è una lettura vivamente consigliata, ma non per “ambiguofobi”.

Vox Zerocinquantuno, 27 aprile 2020

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