La misura dell’uomo di Marco Malvadi. Recensione di Elisa Benni

 

Milano, 1493. Ludovico detto il Moro, duca di Bari, governa come reggente il ducato di Milano. E’ da poco convolato a nozze con la figlia del duca d’Este, Beatrice, che gli ha dato un figlio maschio, e vuole consolidare e dare sfoggio del proprio potere. Per consolidarlo regge il gioco, economicamente, a Sua Altezza Cristianissima Carlo VIII che vuole attraversare l’Italia e andare a riconquistare il regno di Napoli per riportarlo sotto il controllo degli Angiò. Per dare sfoggio del potere invece ha accolto e messo sotto contratto, per la realizzazione di uno spettacolare monumento equestre raffigurante il suo defunto padre, tale “LEONARDO DI SER PIERO DA VINCI: dipintore, scultore, architetto, ingegnario di corte e assai avvezzo alle fantasticherie. Insomma, omo di genio”.

Una mattina nel Piazzale delle Armi all’interno del castello, completamente sgombro per ordine di Ludovico perché pronto ad accogliere il primo prototipo del cavallo di bronzo di Leonardo, viene rinvenuto un cadavere. Già il luogo di ritrovamento provoca turbamento ma lo provoca ancora di più il sospetto, fomentato dall’astrologo di corte Ambrogio Varese da Rosate a cui Ludovico da molto credito, che la causa della morte sia dovuta ad una qualche pestilenza.

Mentre il ducato mette in atto tutte le misure di sicurezza dettate dagli astri per evitare il propagarsi di una epidemia, Leonardo, che non condivide l’opinione dell’astrologo sulle circostanze e sulle cause che hanno portato alla morte il malcapitato di Piazzale delle Armi, porterà avanti un’indagine vera e propria volta a dimostrare le proprie intuizioni. Da bravo Sherlock Holmes ante litteram, tali indagini, che partono da una conoscenza del morto che ha taciuto al Moro e da alcune intuizioni sul suo conto, con l’aiuto anche del brillante intelletto dell’ex favorita di Ludovico, oggi contessa Carminati de’ Brambilla, lo porteranno ad inoltrarsi nel mondo del credito al consumo e dei reconditi meccanismi che governano una delle banche più potenti e fiorenti del rinascimento: il Banco Mediceo di Firenze.

Non possono mancare, a latere della vicenda principale, trame secondarie che coinvolgono gli emissari altolocati di Carlo VIII apparentemente a Milano solo per ottenere udienza e credito dal Moro ma in realtà anche per una missione segreta, che coinvolge lo stesso Leonardo, nonché l’attenta attività di osservatore del legato del duca d’Este, Messer Giacomo Trotti.

Malvaldi, discostandosi dalle sue solite ambientazioni e abbandonando il burlesco delle storie dei vecchietti del BarLume, sforna un giallo storico scritto con una ri-dosata ironia ma con il solito sapiente utilizzo della logica ed un incalzante ritmo investigativo. La scelta di Leonardo da Vinci come protagonista, uomo del cui genio ed intelletto oggi come all’epoca dei fatti del romanzo non si poteva avere dubbi, gli da anche la possibilità di legittimare alcune intuizioni che in un uomo di intelletto ordinario sarebbero sembrate quantomeno forzate.

Infatti, ai fini della storia, è estremamente calzante la citazione di Arthur Schopenhauer posta in epigrafe: “Il talento coglie un bersaglio che nessuno riesce a colpire. Il genio coglie un bersaglio che nessuno riesce a vedere.” Il genio leonardesco riesce a vedere fin da subito che non è una pestilenza quella che si trovano di fronte e che devono fronteggiare, ma un tipo diverso di malattia umana.

Vox Zerocinquantuno 

Foto: desperatebookwife.blogspot.com

 

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