La NBA censurata in Cina: il prezzo dei valori, di Matteo Scannavini

Fight for freedom, stand with Hong Kong. Sono bastate 7 parole per innescare la bomba diplomatica internazionale che rischia di far crollare il miliardario mercato della NBA in Cina. Daryl Morey, general manager degli Houston Rockets è il “colpevole” del tweet, che, nella sua breve esistenza online, ha messo un colosso come la NBA davanti a un costoso bivio etico: distanziare e censurare le dichiarazioni pro democrazia del loro addetto o difenderle al prezzo del più proficuo dei mercati esteri? Dopo un primo comunicato comprensivo verso la rabbia cinese per il commento “inappropriato” di Morey, il commissioner NBA Adam Silver ha poi ribadito che la libertà di espressione resta un valore fondante della lega e si è definito pronto ad accettare le conseguenze del non chiedere scusa. Detto, fatto: oscurate le due partite prestagionali di Shangai e Shenzen, sospesi gli accordi tra tutti i principali partner cinesi con la lega e conclusa la collaborazione tra China Basketball League e Rockets. La NBA si è sempre schierata in questioni sociali e politiche, ma mai il prezzo per essere politicamente corretti era stato così alto.

Il freschissimo rinnovo quinquennale sottoscritto tra NBA e Tencent per i diritti tv delle partite valeva 1,5 miliardi di dollari. Il totale degli introiti dalla Cina è stimato sui 4. Ironia della sorte, il terremoto su cui potrebbe crollare è nato dagli Houston Rockets, la squadra più popolare in Cina grazie all’ex star Yao Ming, gigante di 2, 29 metri che nel primo decennio del 2000 dominò i parquet con la 11 rossa del team texano. Ora, le foto di Yao con quella canotta sono state proibite, il merchandising di Houston è sparito dai negozi di Pechino e a Shangai è stato cancellato un murales che omaggiava la franchigia. Una brutale censura nota anche ai creatori di South Park, noto cartone americano che, a seguito di una puntata di critica ai comportamenti accomodanti di Hollywood verso il governo cinese, è recentemente scomparso da tutti gli schermi del paese. Le “scuse” su Twitter degli autori, Matt Stone e Trey Parker, sono state in linea con il tono irriverente della serie animata: “Come la Nba, noi accogliamo i censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e la democrazia”.

Eppure la NBA, nonostante un primo goffo tentativo di salvare sia profitti che valori, non ha (ancora) rinnegato l’opinione espressa da Morey, rispettando quella libertà di espressione che ha sempre promosso. Fin dalla nascita della lega, molti suoi esponenti hanno infatti fatto sentire la propria voce all’interno del discorso pubblico. La maggior parte dei casi riguarda cestisti afroamericani, da Bill Russell negli anni ’60 fino a Lebron James oggi, che sono diventati bandiere della lotta alle discriminazioni e alle violenze razziali, tutt’ora un problema negli USA. Per quanto sia distorta l’idea che qualcuno venga ascoltato maggiormente in virtù di eccezionali qualità sportive, rimane comunque apprezzabile che personaggi pubblici sfruttino la propria visibilità per diffondere messaggi d’integrazione. Proprio Lebron è diventato nell’ultimo decennio l’atleta emblema della fiera opposizione allo shut up and dribble (zitto e palleggia), ad esempio con le aperte critiche a Trump, supportate da noti coach come Greg Popovich e Steve Kerr, durante la campagna elettorale 2016. Quelle polemiche, dopo l’inattesa vittoria repubblicana, si tradussero nella rinuncia della NBA alla tradizionale visita delle squadra campione alla Casa Bianca. Sulla stessa lunghezza d’onda, Enes Kanter, centro turco presso i Boston Celtics, si è più volte pronunciato pubblicamente a sostegno del movimento di Gülen, idee che gli sono costate il passaporto e il disconoscimento della famiglia. Oggi, il giocatore rifiuta di andare in Europa per paura di essere rapito o ucciso da agenti di Erdogan.

Oltre a lasciar libera espressione agli associati, la NBA si è inoltre spesso schierata come organizzazione in alcune cause civili: nel 2017, la lega trasferì l’All Star Game (la partita di esibizione dei migliori giocatori) previsto a Charlotte, perché la città del North Carolina aveva approvato la discussa House Bill 2, una legge che regolamentava l’accesso ai bagni pubblici secondo il sesso indicato sul proprio certificato di nascita, scatenando il malcontento dei transgender. Infine, rispetto agli arbitri la NBA vanta quote rosa sopra la media, piuttosto scarsa, del mondo dello sport professionistico.

Ma quanto valgono veramente questi valori di uguaglianza e libertà? Meno dei profitti, chioserebbero Stone e Parker. Eppure, in attesa delle evoluzioni diplomatiche del caso, la lega di basket più famosa del mondo merita il beneficio del dubbio, nonostante la logica propenda al cinismo dei creatori di South Park. Da business di marca neoliberista democratica qual è, alla NBA è sempre risultato conveniente promuovere una facciata politicamente corretta. Ma, quando si fanno affari con un governo autoritario come la Cina, basta un fugace tweet a far esplodere tutte le contraddizioni del caso: 7 parole sul web, 4 miliardi in meno in bilancio.

Vox Zerocinquantuno, 11 ottobre 2019

Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

(22)

Share

Lascia un commento