La normalità del male di Isabella Marzagora. Recensione di Riccardo Angiolini.

La normalità del male, della professoressa e criminologa Isabella Marzagora è un testo fortemente ancorato alla tragedia dell’Olocausto e agli orrori subiti dal popolo ebraico durante il periodo nazista in Germania.
Ciò su cui però l’autrice decide di focalizzarsi, utilizzando sapientemente le tecniche derivanti dalla propria professione, è il come un intero popolo abbia contribuito, anche solo mediante l’indifferenza, al compimento di tali efferatezze. Il sottotitolo dell’opera, La criminologia di pochi, la criminalità di molti, richiama infatti le responsabilità della collettività di fronte a ferocia, violenze e soprusi fuori da ogni schema.

L’analisi dell’antisemitismo nazista della Marzagora è in realtà un richiamo più ampio rispetto ad ogni forma esistente di razzismo. Se è vero che la criminologa concentra la maggior parte dei propri sforzi in questa direzione, sono comunque numerosi i rimandi ad altri studi contemporanei che riguardano comportamenti d’odio.
Come afferma l’autrice stessa durante la presentazione del libro “L’Olocausto è un fatto di tutta l’umanità, non solo degli ebrei, proprio perché il pregiudizio è unico: può assumere tante e diverse facce, ma rimane sempre lo stesso”.

Presa però consapevolezza di questa distanza fra un “noi” e “gli altri”, fenomeno senza tempo ed innegabilmente radicato all’interno dell’animo umano, come è possibile spiegare l’accadimento di fatti terribili come lo sterminio metodico degli ebrei? Come sono da interpretarsi comportamenti di accondiscendenza (o perlomeno accettazione) di tali atrocità da parte delle grandi masse, e soprattutto come si può concepire un sereno ritorno alla normalità ex post, a fatti compiuti?
Questo è d’altronde ciò che è accaduto realmente nell’immediatezza del dopoguerra a metà Novecento, attorno, e talvolta al di sopra, di chi tentava di far giustizia (si vedano i processi di Norimberga), e questo è proprio ciò su cui Marzagora si è maggiormente concentrata.

Lo schema ricorrente presentato dall’autrice a fronte delle sue ricerche comincia innanzitutto con la giustificazione dell’odio. Una volta individuato un qualsivoglia capro espiatorio, infatti, la maniera più semplice per rendere naturale e scontato il disprezzo nei suoi confronti è la propaganda, la vera e propria “educazione all’odio”. Un costante bombardamento di informazioni di questo genere non possono dunque che inculcare e legittimare completamente un atteggiamento discriminatorio a priori nella popolazione.
A seguito di questo indottrinamento si procede con la formalizzazione dell’odio mediante gli strumenti ufficiali della politica: leggi, norme e conferme talvolta scientifiche che istituzionalizzino e regolarizzino atteggiamenti di questo genere. Il passaggio da formalità a fattualità è altrettanto breve, poiché a rendere accettabili pratiche e compiti che includano discriminazioni, soprusi e violenze nei confronti dell’altro, anche in modo indiretto, provvederà il tempo. Fra crimine e normalità vi è soltanto la sottile linea dell’abitudine, vera colpevole dell’indifferenza e della de-responsabilizzazione dei molti, addirittura di un popolo intero.

Sembra quasi incredibile a dirsi, ma la componente capace di lubrificare o intoppare gli ingranaggi di questa vera è propria macchina criminale è la coscienza. Una sentimento collettivo ben diverso dalla cultura, ma dipendente dalla percezione morale e di responsabilità dei singoli rispetto ad una determinata tematica. In questo senso è facile comprendere come mai industriali, ingegneri, esperti di logistica ma ancora corrieri, operai e soldati tedeschi abbiano contribuito, in modo più o meno attivo, alla Soluzione Finale. Ed è altrettanto comprensibile la passività di coloro che, pur essendo a conoscenza dei fatti che stavano accadendo, né si interrogarono sulla loro legittimità né si adoperarono per fermali. La loro coscienza era infatti pulita: ciò che stava accadendo era la normalità, bisognava abituarvisi, e a guerra finita semplicemente constatare come quegli orrori fossero stati la normalità di un tempo passato.

L’obiettivo del libro di Isabella Marzagora è proprio mettere in luce queste dinamiche criminali di massa che, a dispetto di ogni razionalità, si diffondono e si propagano da una scintilla, da un’idea altrettanto criminale. Ma per far sì che certe pagine buie dell’umanità non si ripetano, per scongiurare il rischio che la criminologia di pochi divenga la criminalità di molti, di che strumenti disponiamo?
Conoscenza e cultura, così come sostiene l’autrice stessa, non sono e non saranno mai abbastanza, poiché ogni conoscenza e ogni cultura sono soggette alle influenze del loro tempo storico. Quella che realmente può fare la differenza è l’educazione,un’educazione che tramandi alcuni valori universali e fondamentali, che sottoponga il pregiudizio al vaglio della ragione e che rigetti l’odio come forma di collante sociale. Un’educazione che non sempre purtroppo è presente e di cui, come sottolinea la Marzagora, avremmo disperatamente bisogno anche al giorno d’oggi.

Vox Zerocinquantuno, 7 febbraio 2020

Foto: raffaellocortina.it

(17)

Share

Lascia un commento