La nostra relazione, di Maria Laura Giolivo

Ogni relazione che sia d’amore, d’amicizia o professionale impone la necessità di scendere a compromessi, di sacrificare una parte si sé per accogliere l’altro, con i propri bisogni, le proprie idee e attitudini.

La qualità del rapporto che si instaura fra due persone dipende quindi per lo più dalla capacità che ognuno di loro ha di fare spazio nella propria vita ai bisogni del dell’altro.

Per quanto riguarda il rapporto di coppia, nello specifico, è lecito sostenere che un amore equilibrato, in fondo, altro non è che la fusione di due individui distinti che, pur mantenendo le proprie peculiarità, scelgono di formare un unico nucleo affettivo fatto di condivisione e crescita.

Esistono poi amori malati, compromessi, in cui il rapporto non è fondato sulla parità dei membri della coppia bensì è squilibrato, perché basato sul predominio fisico o, come spesso accade, anche psicologico di uno dei due partners.

In questi tipi di rapporto, di solito, avviene che sia solo uno dei due a farsi carico del sacrificio dei compromessi necessari mentre l’altro continui nel proprio percorso individuale arrivando a mettersi in una posizione di predominio. Supremazia che, solitamente, si manifesta come sudditanza psicologica di uno dei due partners che finisce per credere di non poter più compiere alcuna scelta in autonomia, senza il consenso dell’altro.

I fatti di cronaca nera, troppo spesso negli ultimi anni, ci hanno abituati a racconti di vite spezzate per tentativi di ribellione proprio a questi tipi di sudditanza.

Per evitare tragici epiloghi ognuno di noi dovrebbe avere la consapevolezza e la capacità di individuare e allontanarsi da rapporti malati in cui si viene costantemente depredati di energie, di autostima e di amore senza mai ricevere nulla in cambio. Non facile.

Un’elemento fondamentale in qualsiasi tipo di relazione è la comunicazione. In una società permeata da una comunicazione sempre più gridata, eclatante e sovraccarica di retorica dovremmo riscoprire il valore e la potenza del silenzio.

Esso ci pone infatti nella condizione di ascolto, componente fondamentale della comunicazione. Se non riusciamo ad ascoltare, da un lato non possiamo recepire correttamente e di conseguenza a comprenderle le necessità del nostro interlocutore e dall’altro interrompiamo il processo comunicativo fatto di una fase attiva (il messaggio) e una passiva (l’ascolto). Anche se questi sembrano concetti elementari e basilari di una conversazione, ma più di quanto ci potremo immaginare vengono ignorati.

In quanto membri di una società sempre più concentrata sulla componente attiva della comunicazione abbiamo il dovere di riscoprire e far riemergere la centralità dell’atto di ascolto. L’unico modo che abbiamo per sradicare i paradossi sociali e relazionali dell’ultimo ventennio, che vede una società ormai completamente globalizzata indietreggiare e ritornare a realtà di chiusura di fronte al diverso, è porci in condizione di ascolto nei confronti delle esigenze dell’altro per generare quell’empatia umana necessaria per costruire relazioni durature e funzionali alla crescita individuale e di una società più equa e giusta che si faccia carico anche delle esigenze dei più deboli.

Altrettanto importante sarebbe abbandonare le relazioni virtuali per rimettere al centro della nostra vita i rapporti autentici, quelli fatti di sguardi, di abbracci, di concretezza.

Le relazioni virtuali vivono permeate di un vizio di forma. Oltre ad essere avulse dalla realtà, infatti, danno la possibilità a chiunque di mettersi in gioco con facilità in quanto protetti da una barriera che tutela da ogni tipo di responsabilità. Atteggiamenti che nella realtà presuppongono atti di coraggio, nell’etere prendono forma con totale noncuranza.

Sarebbe opportuno responsabilizzare tutti gli utenti dei social network con leggi ad hoc che puniscano severamente i “produttori” e diffusori di fake news e i cosiddetti haters che si sentono liberi di offendere, incuranti della buona educazione e del rispetto dovuto ad ogni essere umano in quanto tale indipendentemente da ciò che si pensi di lui. Bisognerebbe educare al rispetto e al valore della parola e del silenzio anche se virtuali. Il valore del silenzio di fronte a ciò che non si conosce e di cui si dovrebbe, per onestà intellettuale, non parlare lasciandolo fare alle persone competenti. Il valore del prediligere il non dire piuttosto che dire male di qualcuno per il solo gusto di sfogare la propria rabbia e frustrazione.

Allo stesso, però, bisognerebbe sensibilizzare gli stessi utenti sul fatto che se da un lato è doveroso il silenzio di fronte a ciò che non si conosce, rispettando la competenza altrui, è altrettanto doveroso, dall’altro, non tacere ed esprimere il proprio dissenso ( sempre in maniera misurata ed educata) di fronte a situazioni di intolleranza e bullismo che dovrebbero indignarci sia come persone che come soggetti politici.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018


 

In copertina foto da psiche.org

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