La nuova Maturità “ad accesso agevolato”, di Riccardo Angiolini

Gli esami di maturità sono ormai un evento culturalmente mitizzato dalla società italiana, un rito di passaggio civile e non più tribale che in qualche modo segna la fine della prima e grande fase di vita di qualsiasi ragazzo. E non si può certo negare che, in un’agrodolce atmosfera colma di sogni, incertezze e nostalgie, la fine del ciclo scolastico convenzionale proietti di fatto gli studenti in un mondo totalmente diverso, qualunque strada essi decidano di seguire.
Se questa percezione della Maturità potrebbe, a grandi linee, essere condivisa dalla maggioranza di coloro che l’hanno affrontata, lo stesso non si può ormai dire per le modalità. Il 2019 è stato infatti l’anno prescelto per la grande “virata” degli esami di fine corso scolastico, che in seguito ad un anno di riflessioni e trattative sono stati radicalmente modificati.

La nuova formula della Maturità, che tanto ha fatto discutere accademici e studenti, prevede innanzitutto un restringimento delle prove scritte da tre a due, eliminando la storicamente infida terza prova. Anche prima e seconda prova non ne sono uscite illese: la prima privata della forma del saggio breve, limitandosi a proporre analisi, testi argomentativi e testi di riflessione su un tema di attualità; la seconda sviluppata attorno alle due principali materie di indirizzo.
La vera innovazione apportata all’esame resta senza dubbio l’eliminazione della tesina, il percorso didattico presentato dallo studente da portare all’orale. Tale prova conclusiva dovrà infatti svolgersi mediante la casuale estrazione, da parte della commissione, di una fra tre buste contenenti diversi argomenti e linee guida, modus operandi che privilegia la capacità di fare dei buoni collegamenti interdisciplinari. Argomenti d’esame potranno essere inoltre tematiche civili o di attualità nonché il resoconto del percorso Scuola-Lavoro.
Per bilanciare questo nuovo sistema di prove il Miur ha dovuto forzatamente ridistribuire i punteggi delle stesse e metter mano all’assegnazione dei crediti scolastici.
A tal proposito da quest’anno il massimo di crediti assegnabili ad uno studente ammonta a 40, mentre il minimo si stabilizza a 22, appena tre punti in meno rispetto al massimo degli anni passati. Considerando che i punteggi delle tre prove successive, scritti e orale, ammontano a 20 punti ciascuna, si può facilmente intuire come il peso dato ai crediti influisce fortemente sulle possibilità di superare l’intera Maturità.
Lasciando invariata ai soliti 60/100esimi la soglia minima per superare l’esame si sta assistendo e si assisterà negli anni a venire, salvo postume calibrazioni dei punteggi, ad un’incoerenza fra l’esito dell’esame ed il rendimento scolastico del triennio conclusivo.

Si consideri questo caso ipotetico: uno studente ammesso con 25 crediti all’esame, dato indicativo di un rendimento scolastico non certo brillante, che superasse in maniera discreta le due prove successive, si ritroverebbe ad un’esigua manciata di punti dall’agognato sessanta. Risultato che, pur a seguito di un orale dall’esito negativo, potrebbe venir raggiunto e superato.
Naturalmente si tratta di una situazione ipotetica e le circostanze particolari di ogni singolo esame potrebbero sia confermarla che smentirla, in positivo o in negativo. Resta il fatto che l’impressione diffusa emersa dalla Maturità 2019 sia stata proprio quella di un esame “ad accesso agevolato”, comprensiva di valutazioni piuttosto generose assegnate a studenti dagli scarsi meriti.

Questa considerazione può aprire vari fronti di discussione, primo fra tutti la stessa idea che sta dietro alla Maturità. Se questi esami fossero fini a sé stessi, prettamente indicativi delle sole prestazioni a fronte di prove stabilite, non sorgerebbe alcun problema. Se invece seguiamo l’interpretazione tradizionale della Maturità, che la vedrebbe rappresentativa non solo degli esami ma anche dell’intero percorso scolastico, allora questa nuova modalità potrebbe suonare come una stonatura.
Quello che viene percepito come un abbassamento dei requisiti minimi, nonostante sia frutto di un tentativo di integrare attività ministeriali recenti all’interno dell’esame, non contribuisce certo al lustro finale dello stesso diploma. Se già fosse stata diffusa una tacita svalutazione del titolo di studio superiore questa modalità di esame non farebbe che acuirne gli effetti.

L’ultimo, ma non meno importante, punto di vista da prendere in considerazione è proprio quello dei maturandi. Non è un mistero che la riforma dell’esame abbia indignato in buona parte il corpo studentesco, indispettito specialmente dalle modifiche alla prova orale. Proprio alle soglie di questa prova infatti, le voci di chi l’ha da poco affrontata e di chi fra poco l’affronterà, ci presentano un punto di vista critico alla Maturità che esula dalle precedenti considerazioni.
La novità più detestata pare proprio l’eliminazione della classica tesina: espressione di un percorso didattico ma anche di interessi personali dello studente. Una mancanza che, unita alle critiche contestuali ai punteggi, non fa che apparire questa nuova Maturità come una prassi da sbrigarsi metodicamente, quasi del tutto priva di ogni sentita partecipazione da parte dell’esaminato.

Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019

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