La paranza dei bambini: quando l’unica strada è quella cattiva, di Alessandro Romano

Diretto da Claudio Giovannesi, in questi giorni viene trasmesso nelle sale cinematografiche il film La Paranza dei Bambini, tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano.

Giovannesi e Saviano (di cui è anche co-sceneggiatore) ci portano ad un nuovo triste capitolo della criminalità napoletana. Una desolante evoluzione in cui “O’ sistema” ingloba al suo interno anche i minori.

Sono infatti ragazzini dai 16 anni in giù a brandire le pistole e terrorizzare le strade di Napoli, nonché a gestire lo spaccio della droga e la riscossione del pizzo delle attività commerciali.

Un’inutile guerra tra quartieri domina la scena e gli unici elementi di svago paiono essere l’assalto ai Foot Locker e alle discoteche con tavoli da 500 euro.

Ancora una volta ci viene presentato il più grande problema di Napoli (e del Sud in generale): l’assenza dello Stato ed in particolare di ammortizzatori sociali, nonché la povertà derivata della scarsa disponibilità di lavoro.

Così, i ragazzi, oltre a dover affrontare terribili situazioni di disagio, sono costretti ad assistere alle dimostrazioni di forza di prepotenti armati che depredano le attività commerciali anche di quel poco che riescono a guadagnare. È qui che scatta qualcosa nella mente dei giovani, il bisogno di trovare “una fatica” ad ogni costo e l’emulazione dei “modelli” che li circondano.

A metà strada tra fatti di cronaca e romanzo, il libro di Saviano ci portava a vivere le vicissitudini un gruppo di adolescenti capitanati da Nicolas (Nicola nel film), vero leader carismatico della storia.

Il cast è composto da un gruppo di ragazzi semplicemente perfetti. Nicola è interpretato da Francesco Di Napoli, il quale, si dimostra un’autentica rivelazione.

La violenza nel film non è così esplicita come in altre opere recenti quali Gomorra o Suburra, ma sono altri gli elementi che il regista vuole porre in risalto. Il viaggio di un singolo individuo che in fondo pare essere di buon animo, un ragazzo probabilmente destinato in ogni caso a diventare leader, ma che in un altro contesto forse avrebbe lottato per stare dalla parte migliore della vita. Significativo in questo senso è la sua forte opposizione alla richiesta del pizzo e al cercare di ricreare nel quartiere un clima di serenità anziché terrore.

La profonda desolazione derivante dalla visione della pellicola risiede nel constatare che gli unici simboli di questi giovani siano le marche dei vestiti, i soldi e le pistole.

Ragazzi semplici in una vita complicata, che probabilmente – al pari del loro leader – se fossero nati in altri luoghi avebbero ricercato il divertimento in una maniera più umana e corretta. È proprio qui il problema: il contesto. Non è nella vita di questi ragazzi la vera tristezza, ma nell’apparente impossibilità a ricreare un ambiente favorevole per una crescita sana.

Vox Zerocinquantuno n.31, marzo 2019

Foto:mymovies.it


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di“Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”

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