La Politica dei Volti. Effetti e ripercussioni dei personalismi sulle istituzioni. Di Riccardo Angiolini

Sono tempi difficili questi per il nostro Paese, oramai in balia degli sconquassi politici che minano la stabilità delle istituzioni fino ai loro vertici. La recente crisi di governo ha messo in luce numerose realtà sulle quali sarebbe bene soffermarsi: prima fra tutte, e quasi scontata a dirsi, la necessità di trovare equilibri saldi al governo. Una banalità in effetti, che pare tuttavia lontana e totalmente incapace di realizzarsi anche in suolo italiano.
Sorge spontaneo interrogarsi sui perché di questo nostrano rigetto verso la solidità degli esecutivi, altrettanto scontato il fatto che, a domande di questo genere, non esiste un’unica risposta. Se mai esistesse peraltro, non sarebbe certamente semplice. Una fra le molteplici vie che possiamo percorrere, al fine di trovare un ulteriore tassello che ci avvicini alla soluzione, è quella dell’analisi dell’odierna scena politica.
Se per tanto tempo si è parlato, con dovute e comprovate ragioni, di un generale disinteresse per la politica è perché le persone comuni vivevano (o vivono tuttora) questa dimensione come un qualcosa di estraneo e astratto. La componente politica che abita il nostro quotidiano non è effettivamente sempre facile da afferrare o da percepire, causandone il disinteresse e la sfiducia.
La necessità di riavvicinare il cittadino comune all’universo istituzionale che lo circondava, esigenza testimoniabile dal fenomeno dell’astensionismo, è stata affrontata in larga parte servendosi delle nuove tecnologie del millennio. In altre parole: la soluzione adottata dalla politica contemporanea per rilanciarsi è coincisa con un crescente personalismo delle cariche.
Non che il fatto rappresenti una vera e propria novità: da secoli l’arte politica conosce, a cicli periodici, personalità capaci di imporsi a incarnazione di un’ideologia, di un complesso di valori. Napoleone e De Gaulle, Mussolini e Berlusconi, Reagan e Trump sono tutti esempi di politici che hanno saputo sfruttare a loro favore, con differenze abissali ovviamente, un certo culto della propria personalità.
Una pratica del genere non si riduce al mero generare consensi, nonostante sia questo l’effetto più lampante, ma tenta appunto di porre la politica su un piano più concreto, più personale. In questa maniera quel mondo che appariva tanto distante dalla gente comune pare avvicinarsi, pare farsi a portata di tutti, creando così interesse, scandalo e, cosa più importante, partecipazione.
L’Italia, non estranea a dinamiche di questo genere, ha contribuito negli ultimi anni alla fioritura di personaggi di tale stampo politico. Se durante l’egemonia democristiana le pur grandi personalità potevano soltanto contribuire al lustro del partito, già dall’inizio degli anni ’90 quest’ordine ha cominciato a sovvertirsi.
Emblematico il celeberrimo caso di Silvio Berlusconi che, senza bisogno di ulteriori presentazioni, ha praticamente eretto Forza Italia su un reale culto della propria persona. Più in piccolo e limitatamente ad alcuni ambiti lo stesso tentativo è stato fatto dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che sobbarcò la propria immagine di un notevole spessore mediatico e politico. Discorso analogo si può fare per l’attualissimo Matteo Salvini, leader della Lega e “Capitano” dei propri sostenitori che, sfruttando in maniera ossessiva l’impatto di media e social network, è riuscito ad attrarre numerosissimi consensi ed essere sulla bocca di tutti.
Come già anticipato, l’effetto principale del servirsi di personalismi in politica è proprio quello di smuovere i favori di massa. È il carisma di uno, e non il lavoro di molti, che consente di accaparrare consensi, di trainare ampie politiche o intere istituzioni in una certa direzione. Ciò che invece non viene mai anticipato, quando ci si trova queste circostanze, sono le controindicazioni che tali dinamiche comportano.
La rivalsa della personalità sulla politica non fa che annacquare idee, promesse e valori che, pur pochi ed elementari che siano, sono tenute assieme dal collante della popolarità. Come tutte le cose liquide però, questa pratica è fortemente soggetta al più lieve soffio di vento, alle più minime oscillazioni d’opinione. La fluidità dei consensi generata da questo tipo di politiche rende più instabili non solo le personalità che le adottano, ma l’intero sistema istituzionale.
Queste generali considerazioni, magari considerate superficiali o scontate, altro scopo non hanno che far riflettere su quelle che sono le nostre urgenze. Viviamo in un Paese dove la politica si fa per giochi, soggetti a regole di stratagemmi e alleanze che pongono sabbia alla base delle istituzioni repubblicane. L’utilizzo dei personalismi può magari destare la sopita opinione pubblica nei confronti dei giochi, ma non potrà mai aiutare la politica a risollevarsi.
Perché ciò accada è fondamentale che, non solo dai piani alti, si incominci a concepire la politica come cosa “per tutti i giorni” e non “di tutti i giorni”. Una volta spoglia di banalità mondane e scandalistiche, l’esigenza di istituzioni più vicine ai molti e reali problemi del cittadino non è soltanto reale, ma da realizzarsi al più presto.

Vox Zerocinquantuno n.37 Settembre 2019

Foto: wired 

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