La politica in Europa mette la freccia a destra, di Riccardo Angiolini

Esempi, cause e provvedimenti riguardo alla svolta imminente

All’inizio del mese di settembre, al centro del mirino dei media europei, c’è stato un Pese del quale tendiamo a dimenticarci: la Svezia. Non si fraintenda, la dimenticanza a cui si fa riferimento è dovuta alla percezione che noi “europei meridionali” abbiamo di questa nazione nordica. Patria dell’ordine sociale, della politica al servizio del cittadino, dei diritti e dei doveri sempre osservati e rispettati. Insomma, per noi abitués ad un susseguirsi di incertezze, instabilità e scandali, la patria ancestrale degli dei nordici appare spesso come un Eden sociale.

Eppure, in occasione delle elezioni politiche, è accaduto un fatto sensazionale: l’estrema destra svedese, rappresentata dal partito dei Democratici Svedesi, ha sfiorato il colpaccio, accaparrandosi un’ampissima fascia di consensi. Nei giorni appena precedenti al voto, le previsioni riguardo all’esito di queste elezioni sembravano impazzite. L’Europa osservava con tragicomica curiosità questi politici ben vestiti, eleganti e sorridenti riscuotere scrosci d’applausi nei comizi. E cosa predicherà mai un partito di estrema destra in questa particolare momento storico? Che altro se non un rigidissimo controllo dell’immigrazione, messo in pratica con un vero e proprio blocco dei migranti. Il gruppo guidato da Jimmie Åkesson inoltre, prodigava promesse riguardo la salvaguardia della cultura svedese di fronte all’islamizzazione, non nascondendo il proprio risentimento e la propria sfiducia verso l’Europa. Un partito di stampo nazionalista che, con colletti inamidati, fazzoletti al taschino e fiori celesti, sbandierava un’insofferenza nazionale espressa nell’antieuropeismo più sfacciato.
A dispetto dei timori (o delle speranze) degli elettori, i Democratici Svedesi hanno convinto “soltanto” il 17,6% degli elettori, occupando di diritto 63 seggi su 349 al Parlamento svedese. Socialdemocratici e Moderati hanno così potuto tirare un sospiro di sollievo, pur dovendo impegnarsi a cercare un confronto con questa ingombrante ed ostica opposizione.

Dunque un esito favorevole, una catastrofe sfiorata, una pace ritrovata che ha visto ancora una volta il centrosinistra uscire vincitore sulle destre più estreme. Siamo davvero sicuri che sia così?
Non sono necessarie grandi doti d’osservazione per rendersi conto che, in tutta Europa, il baluardo delle sinistre va velocemente cedendo: sobbalzando e sgretolandosi ad ogni colpo d’ariete inferto dalle destre. Non vi è più un solo paese europeo dove politiche conservatrici e protezionistiche non abbiano preso piede o non stiano venendo già applicate.
Le ragioni di questa implacabile avanzata sono svariate e da ricercarsi, innanzitutto, nei numerosi fenomeni economico-sociali che il ventunesimo secolo ci sta ponendo di fronte. Una mastodontica migrazione di massa, guerre sanguinarie in Medio Oriente, terrorismo islamico anticapitalistico e anti occidentale, crisi economica e finanziaria, carenza di posti di lavoro. La lista sarebbe ancora molto lunga, e chi più chi meno può ritrovare in questo elenco almeno un punto che lo smuove, che lo punge nel vivo. Ed è proprio questo il nucleo del discorso, la spiegazione elementare, ma che forse non vogliamo ammettere, riguardo l’affermazione delle destre in Europa. Noi tutti, nessuno escluso, abbiamo paura.
Di fronte a cambiamenti, terremoti sociali, eventi impattanti di rilevanza globale non possiamo che rimanere sconvolti e confusi. Quando, nella mente degli uomini, si fa largo l’idea che l’incolumità di ciò che ha faticosamente costruito può essere messa a repentaglio, non può che essere terrorizzato. Niente di nuovo o di strano: è puro istinto di sopravvivenza e conservazione. Nonostante le nostre stupefacenti capacità ad adattarci, la prospettiva di una modifica radicale delle nostre abitudini e del nostro stile di vita ci getta nel panico. E a quel punto non è più la ragione che ci ispira fiducia, ma l’istinto.

Si fa presto a dire che il populismo non fa altro che parlare alla pancia delle masse, facendo leva sulla paura e sull’egoismo dei singoli, quando il resto della politica fatica a trovare soluzioni efficaci. Il populismo è la naturale e semplice dimostrazione del fatto che qualcosa non funziona, e che questa falla nel sistema può portare a delle conseguenze che inquietano tanti individui. Il pericolo della prolificazione di atteggiamenti populisti è quello di sfociare in estremismi pericolosi, disposti a tutto pur di proteggere il proprio modello ideale e chiudersi ad ogni compromesso, ad ogni dialogo.
Allo stesso tempo è però inutile condannare metodicamente queste dinamiche e queste espressioni senza prendere alcuna contromisura efficace. In questo particolare momento storico ci si riferisce a schieramenti spostati tendenzialmente verso una sinistra moderata, un centro fatto di alleanze, accomodamenti e grandi intese. Approccio che tuttavia, specialmente nel Belpaese, è stato caratterizzato da una sorta di indolenza, di indecisione e superficialità, e che ha rimandato, o affrontato con scarsa prontezza, le varie problematiche che minacciavano di presentarsi. Ed ora che le problematiche sono giunte, nonostante l’incapacità di contenerne gli effetti, l’unica cosa che quest’ala politica sembra capace di fare è demonizzare la propria avversaria.

A prescindere da ogni opinione o schieramento politico, risulta chiaro che non è questo il modus operandi da adottare nelle attuali circostanze. Fomentare inimicizie e divisioni mai coincide con la via della risoluzione dei problemi, ne consegue piuttosto un ostacolare l’avanzamento di proposte innovative. Accanirsi scientificamente contro chi fa del populismo e con chi cede a questo tipo di retorica rappresenta un rischio ancora maggiore. È difatti controproducente che, a criticare a priori chi cerca soluzioni alternative, siano proprio coloro che hanno negletto il problema.
La politica ha bisogno di persone e schieramenti capaci di comprendere le esigenze e le paure della popolazione e tentare di stabilizzare la situazione. Il populismo non si sconfigge solo a parole, ma dimostrando coi fatti che lo strumento di difesa migliore che abbiamo è proprio la ragione. Al contrario, si corre il pericolo di cadere inevitabilmente nella sfiducia e nel torto, anche nel caso in cui si abbia ragione. Poiché la folla, come disse amaramente Benigni nel suo spettacolo sulla Costituzione, finisce sempre per scegliere Barabba.

Non ci si sorprenda dunque se le destre riscuotono tanto successo, se la marea degli insoddisfatti e degli indignati si rivolge ora, nel momento di maggiore sconforto, a chi le offre soluzioni immediate, per quanto azzardate o protezionistiche.
La battuta d’arresto ai Democratici Svedesi non è da considerarsi una dimostrazione di supremazia della sinistra europea, ma piuttosto come l’ennesimo e altisonante campanello d’allarme. Allarme che dovrebbe far percepire, a tutti coloro che fanno della politica il proprio mestiere, che non si sta operando abbastanza perché le masse facciano della ragione la loro guida, non la paura. È imperativo, ora più che mai, aprire la strada ai compromessi, per smorzare le apprensioni sollevate dai movimenti populisti e cercare soluzione integrative. Tutto ciò con la consapevolezza che, al fine di raggiungere ordine e stabilità, è necessario sapersi mettere in discussione e accettare che, per quanto diverse, anche le idee di altri possono rivelarsi elementi essenziali per giungere alla soluzione.

La politica è creare una forma, sempre transitoria e sempre minacciata, a partire dal disordine del mondo”
(Carl Schmitt, giurista e filosofo politico tedesco che aderì al Nazismo)

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018


In copertina foto da YouTrand

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