La privacy nell’era dei social network, di Chiara Pirani

Lo “scandalo Facebook” e la protezione degli utenti.

Difficile dire cosa ci si aspetta iscrivendosi a una piattaforma social. Sicuramente l’importanza che riveste la tutela della privacy all’interno dei social network non è e non dev’essere trascurabile. Ma allo stesso tempo, rendere pubblico il proprio profilo e i dati relativi alla propria persona su una piattaforma visibile a tutto il mondo presuppone una sorta di patto tacito, che vede una parte, quella del social, impegnata nella salvaguardia dell’utente e quest’ultimo consapevole del fatto che, iscrivendosi alla piattaforma stessa, mette a disposizione del mondo intero molti dei suoi dati, rendendoli di pubblico dominio.

Questo, però, non può giustificare quanto è recentemente stato scoperto relativamente allo “scandalo Facebook”: ormai è sulla bocca di tutti ciò che Mark Zuckerberg ha fatto con i dati di oltre 50 milioni di utenti del social network più noto da lui creato. È accaduto, infatti, che società terze, tra cui la Cambridge Analytica, siano riuscite a mettere le mani sui dati, causando uno scandalo di portata globale.

Un’onta a cui Zuckerberg ha cercato di porre rimedio, almeno in parte, con una lettera di scuse, rimbalzata sulle pagine dei più importanti quotidiani europei e statunitensi, in cui il fondatore di Facebook si rammarica per non aver tenuto fede al “patto tacito”, che prevedeva la salvaguardia degli utenti.

Ciò che colpisce maggiormente, nel momento in cui si parla del legame che unisce i social network alla privacy e, quindi, alla sfera privata che riguarda ognuno, è che ciascuno di noi è fortemente influenzato, nelle scelte che compie ogni giorno o semplicemente nel modo di pensare un determinato argomento o di farsi un’idea su un fatto, da ciò che compare sui social stessi, dalle informazioni, talvolta false o travisate, che bombardano gli schermi dei nostri pc o degli smartphone praticamente ogni giorno, ogni secondo.

Esaminando più nel dettaglio lo scandalo, è possibile avvalorare ancora di più quanto affermato finora: ciò che ha provocato l’indignazione dei milioni di utenti a cui sono stati rubati i dati, infatti, è in primis la consapevolezza di essere stati plagiati inconsapevolmente. Attraverso quest’appropriazione illecita di dati, quindi, la Cambridge Analytica ha potuto prevedere gli indirizzi di voto degli utenti derubati, per poi modificarli attraverso mirate campagne di propaganda portate avanti proprio sui canali social.

Pare che tra coloro che hanno beneficiato di questa metodologia illecita ci sia anche l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale, nelle scorse elezioni del 2016, sembra si sia servito dell’aiuto ricavato dalle informazioni rubate da Cambridge Analytica.

Ciò che colpisce ancora di più, però, è il ruolo, in tutto questo, del fondatore di Facebook, il quale pare sia venuto a conoscenza dell’atto illecito circa due anni fa, senza far nulla per rimediare al saccheggio dei profili, perlomeno contattandone i proprietari e informandoli sull’accaduto. Dopo   due anni di silenzio appaiono tardive, se non di facciata, le scuse.

Riflettendo ancora sul rapporto tra Facebook, a rappresentanza di tutte le altre piattaforme social, e privacy è bene mettere in evidenza due fondamentali aspetti: l’iscrizione e la recessione del “contratto” stipulato tacitamente nel momento in cui si decide di entrare nel mondo social. Quando, infatti, ci si registra, il nome dell’utente viene indicizzato anche sui motori di ricerca che non fanno parte del network, per cui dati e media risultano facilmente disponibili alla fruizione anche da parte di utenti che non appartengono alla piattaforma stessa. Nel momento in cui, invece, l’utente decide di cancellarsi da Facebook o da qualsiasi altro network analogo, i dati precedentemente inseriti non vengono immediatamente eliminati con il profilo, bensì restano in rete per un lasso di tempo non definito, affinché non vengano totalmente persi, in virtù di un eventuale ripensamento da parte dell’utente.

Tenendo, quindi, conto di questi presupposti, colui che decide di registrarsi su un social network è in parte consapevole del trattamento che gli viene riservato, ma di certo non si aspetterebbe di venir plagiato nelle proprie scelte politiche da un sistema capace addirittura di modificarne gli orientamenti.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

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