La resistenza del razzismo, di Matteo Scannavini

I fatti di Christchurch non possono essere liquidati soltanto come atti di follia di cani sciolti. Rappresentano invece un atto terroristico, un massacro studiato e minuziosamente preparato dalla scelta del luogo alle modalità di esecuzione e pubblicizzazione, figlio di un’ideologia fanatica. Costruito su una serie di eroi e simboli, complottismo e revisione storica. Il suprematismo bianco si è diffuso grazie alla rete e ha acquisito la forza di trasformare giovani individui in martiri per la causa superiore: difendere l’uomo bianco dalla sostituzione etnica cacciando gli invasori.

Acquista il tuo spazio pubblicitario su Vox

Come per il terrorismo islamico, ma a ruoli rovesciati, si tratta di una risposta di radicalizzazione violenta alla paura di perdita d’identità fondata su un senso di accerchiamento del mondo esterno. Anche l’Occidente non può considerarsi superiore a questa dinamica, che trova ancora, in cifre limitata ma in crescita, nuovi giovani interpreti.
Non si può oggi parlare, fortunatamente, di un’estesa organizzazione internazionale del “terrorismo bianco”. Tuttavia un’ideologia xenofoba che afferma la superiorità della razza bianca esiste da tempo e sta proliferando grazie ad internet, solo in Europa si contano oltre mille siti d’indottrinamento. Grazie ad un apparato di letture, di eroici modelli storici, di obiettivi e nemici ben definiti, questi forum convertono alla causa un bacino piuttosto diversificato di utenti, tra cui va doverosamente marcata una linea secondo la discriminante dell’uso della violenza: ci sono gruppi che hanno sparso sangue e gruppi che si limitano alla sola, comunque pericolosissima, propaganda razzista.

I primi sono terroristi bianchi, la destra alla destra dell’estrema destra, e considerano il massacro come unico strumento per essere ascoltati dal mondo. Il loro obiettivo di visibilità mediatica è già stato effettivamente raggiunto, quindi qui non gli sarà dato altro spazio.

I secondi, molti più numerosi, condividono e promuovono l’ideologia suprematista attraverso strumenti più moderati, “istituzionali”. Odiano, con toni più o meno espliciti, islamici, neri, progressisti ed ebrei, e credono a folli complotti come la sostituzione dell’uomo bianco. Tuttavia non hanno, almeno non ancora, imbracciato un’arma. Il passo non è breve, è possibile ma non immediato. Vale per le numerose formazioni neofasciste oggi diffuse in Italia, che operano su un confine pseudolegale rispetto alla legge Scelba ma comunque lontano dal terrorismo.

Corso di scrittura creativa

I due insiemi vanno tenuti separati, per lo stesso motivo per cui l’universitario habitué dei centri sociali e uso a gesti d’irriverenza verso la polizia non può essere considerato un membro delle brigate rosse.
Quello su cui occorre interrogarsi è come abbiano successo questi messaggi nell’apparentemente avanzata civiltà Occidentale, in particolare tra fasce i giovani. Per farlo, bisognerebbe provare a disfarsi momentaneamente dei propri preconcetti culturali e adottare la prospettiva con cui un potenziale giovane razzista si affaccia sul panorama mondiale del XXI secolo: il soggetto in questione vede i lati oscuri del processo di globalizzazione -prima venduto come lieto fine del mondo- la crisi economica e l’assenza di controllo in massive immigrazioni. Probabilmente non si approccia a questi fenomeni sui giornali ma li sperimenta sulla propria pelle, con un genitore licenziato per il trasferimento di un’azienda all’estero o con un caro che subisce un crimine da parte di un immigrato. Magari l’ipotetico ragazzo ha ricevuto una debole scolarizzazione e ha un carattere suggestionabile. Nella sua testa inizia a germogliare qualche idea xenofoba, che sente però reprimere dalla società. Ma gli giungono anche notizie di terrorismo dell’islam radicale e si convince ulteriormente di chi sia il nemico. Poi trova altre persone che la pensano come lui, sia reali che utenti dei sopracitati forum: fanno squadra e si radicalizzano a vicenda, edificando una cultura condivisa del razzismo.

Intanto alcuni politici e media iniziano a sdoganare un certo tipo di linguaggio: certi messaggi d’intolleranza prima taciuti si possono ora esprimere a voce alta in certe forme, e quella parte di società che le reprimeva può essere insultata, liquidata come intellettuali da salotto e buonisti. Al caotico e omologato mondo globalizzato in crisi, si contrappone un’immagine ordinata e bucolica di ritorno alle origini, dove ogni popolo vive in autarchia nel proprio territorio. Per attuare questo puro disegno, bisogna quindi che ogni popolo torni al suo territorio. Ed ecco che si diviene militanti di una missione dai chiari nemici, gli invasori. Alcuni, anche se diventa davvero difficile spiegarsi il perché, sono indottrinati a tal punto da armarsi per la causa e ne diventano, in senso lato, i partigiani. È la resistenza del razzismo.

Probabilmente il discorso è semplicistico e richiede analisi più approfondite. Ma il punto di partenza per capire dove intervenire non dev’essere solo di condanna, ma di comprensione. I Tarrant e Breivik di questo mondo sono carnefici ma anche vittime. Non della propaganda Salvini, Trump o Bannon, ma di un genere umano imperfetto e rabbioso, incapace di vivere insieme, che si è illuso di essere culturalmente più avanti di quanto non si sia dimostrato.

Vox Zerocinquantuno n.32, Aprile 2019


Matteo Scannavini, 18 anni, studente. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici

(36)

Share

Lascia un commento