La ripartenza della scuola dalla voce degli studenti bolognesi, di Riccardo Angiolini

Settembre è un mese mutevole: cambia la stagione, si ritorna alle vecchie abitudini e, seppur carichi di svariati nuovi propositi, bisogna riconfrontarsi con la solita routine. Per milioni di giovani italiani però questo mese significa sempre e soltanto una cosa: l’inizio della scuola. È da mesi che si parla infatti del fatidico rientro in classe e delle necessarie misure per garantirne sicurezza ed efficienza. Fra proposte, smentite, polemiche, passi avanti e passi indietro  si è finalmente giunti a questo momento e, a prescindere dalle tante problematiche ancora da risolvere, alunni e docenti si sono ritrovati assieme in aula ancora una volta.

La regione Emilia Romagna è riuscita a garantire la riapertura della quasi totalità delle strutture adibite all’istruzione, dagli asili nidi fino agli istituti superiori. La frenesia burocratica per la messa in sicurezza delle scuole sul territorio è stata a dir poco soverchiante per gli enti, gli uffici e il personale adibiti a gestirla e attuarla: un lavoro certamente non semplice condotto fino all’ultimo momento prima della riapertura.

Ci siamo dunque chiesti come tutto ciò abbia concretamente toccato le vite di molti giovani studenti, come le nuove direttive abbiano mutato il loro modo di vivere l’esperienza scolastica e, senza troppi peli sulla lingua, cosa ne pensassero personalmente. Ad essi ci siamo perciò rivolti e, grazie alle risposte di un piccolo campione di alunni bolognesi (provenienti da alcuni istituti superiori interni alla provincia) abbiamo potuto calarci nella loro nuova e anomala realtà post Covid-19.

Il responso generale, bisogna ammetterlo, è alquanto soddisfacente. Alla domanda su come fosse andato il primo tuffo in questo sistema scolastico emergenziale la maggior parte degli alunni si è espressa positivamente, notando con sincera ammirazione come il rispetto delle più basilari norme anti Covid sia sostenuto da una valida organizzazione.

L’entrata, l’uscita e gli spostamenti interni agli istituti sono infatti regolati da appositi turni e percorsi, l’utilizzo della mascherina è strettamente obbligatorio e il ricorso al gel igienizzante favorito da numerosi distributori dislocati nell’edificio. In classe i banchi sono in linea generale correttamente distanziati anche se, a detta di diversi studenti frequentanti il liceo, in alcune classi sovraffollate questa misura è decisamente ostacolata dallo spazio fisico dell’aula. La ricreazione non si svolge più negli spazi comuni e va trascorsa principalmente in classe, sempre in conformità alle norme anti contagio. In alcuni istituti essa è stata addirittura sostituita da brevi pause al termine di ogni ora di lezione che, pur non avendo riscosso troppo successo fra gli scolari, sono più facilmente gestibili dai docenti incaricati.
La frequentazione alle lezioni viene assicurata sia in presenza sia tramite le piattaforme online, per alcuni istituti in maniera realmente alternata mentre per altri con un utilizzo soltanto “supplementare” dei mezzi digitali.

Le reali problematiche messe invece in luce dagli studenti intervistati, sempre puntuali e attenti nel rilevare cosa si sarebbe potuto realizzare diversamente, riguardano essenzialmente tre punti: gli spazi, i materiali e i docenti. I primi due non sono certo una novità per l’istruzione italiana, colpevole di non aver saputo rinnovare gli edifici scolastici e di non essersi mai troppo spremuta per fornire adeguato materiale (inteso come forniture, strumenti didattici, servizi ecc…) in maniera uguale a tutti gli istituti. Il terzo problema invece, per quanto percepito in maniera minore in Emilia Romagna, è una serissima mancanza che sta rallentando enormemente la ripartenza dell’educazione in tutta la penisola. Nonostante i numeri paiano cambiare ogni giorno, si è abbastanza certi del fatto che ad oggi in Italia il numero di posti vacanti per docenti (non solo di ruolo ovviamente) superi il centinaio di migliaia. Oltre centomila cattedre non assegnate dunque, altrettante migliaia di classi sprovviste di un adeguato servizio scolastico.

Come per tanti altri settori però il Covid 19 non è la causa di tali disagi, è soltanto la mano che ha aperto un vaso di Pandora colmo fino all’orlo di negligenze, incompetenza e totale mancanza di prospettive. Per quanto se ne possa dire del MIUR, della ministra Azzolina e dell’operato governativo in generale non bisogna dimenticarsi che questa è una situazione emergenziale. Da tale tenta perciò di poggiarsi su risorse, leggi e sostegni stabiliti in circostanze normali ma che, nel caso dell’Italia, appaiono alquanto deludenti e instabili.

Ciò che in effetti andrebbe notato, come peraltro sottolinea una studentessa sedicenne intervistata, è più che altro il come si è arrivati al momento Covid. Se da un lato è vero che idee bizzarre e improvvisazioni bislacche non giovino certamente alla scuola (basti pensare agli ormai famigerati banchi a rotelle) è doveroso considerare anche il terreno da cui queste iniziative germogliano. Le colpe delle inefficienze dell’istruzione italiana non possono attribuirsi (solo) agli ultimi arrivati, poiché la trascuratezza che attanaglia il nostro sistema educativo ha radici, ahinoi, ben più profonde e radicate. E i giovani, di ciò, se ne rendono perfettamente conto.


Vox Zerocinquantuno, 16 settembre 2020

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