La scopa di Don Abbondio di Luciano Canfora. Recensione di Giacomo Bianco

 

Chi ama il professore emerito Luciano Canfora ma non è mai riuscito ad andare in fondo alle sue numerose pubblicazioni o chi, come uno studente di storia, l’ha apprezzato meno degli altri perché, dovendo studiare un suo libro – spesso ingannato dall’esiguo numero di pagine dei suoi testi – si è reso conto che un frase canforiana equivale ad un capitolo di un qualsiasi altro testo, questa volta avrà modo modo di approcciarsi alla scrittura del direttore di Quaderni di Storia tramite una sorta di “pamphlet…profondo”.

Nel titolo chiaramente ironico, La scopa di Don Abbondio, sembra racchiudersi il suo famigerato ghigno, quello che sfodera nelle trasmissioni televisive alle quali è invitato e che basterebbe a mortificare tutti i suoi detrattori in un dibattito di qualsiasi genere. Titolo scherzoso ma allusivo, dunque. Il curato del romanzo italiano più famoso gioisce perché una forza negativa, maligna come la peste, ha spazzato via insieme a tante brave persone, anche i suoi nemici: come una scopa appunto. E’ questo il moto violento della storia oggetto del libro ed espresso nel sottotitolo? Si riduce tutto ad una violenta e generale “spazzata”, a una pulizia del mondo?
La risposta di Canfora, come ci si aspetta da lui, è condita di estrema cultura e una buona dose di fine sarcasmo.

Il tema delle migrazioni e dei migranti riveste una parte importante del libro. La grande immigrazione verso l’Europa è facilmente equiparabile ad una rivoluzione. Non tutte le rivoluzioni, sia chiaro, sono state scatenate da un atto straordinario o si sono svolte in un solo giorno come è stato per esempio per la presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno ma, più spesso di quanto possiamo immaginare, hanno processi lunghissimi che durano anche secoli. Così come il rivoluzionario passaggio dal mondo antico al Medioevo causato dalla fine dell’Impero Romano e veicolato dal Cristianesimo non è avvenuto in poco tempo, anche oggi stiamo vivendo una rivoluzione in atto, quella della migrazione di popoli verso il vecchio continente, iniziata un paio di decenni fa e che è destinata a durare ancora a lungo.

Da qui parte un velato, neanche troppo, attacco alla stampa. La critica rivolta ai giornalisti è la parzialità con la quale vengano date alcune notizie prediligendo la pubblicazione in prima pagina di certi fatti rispetto ad altri che vengono declinati in fondo al giornale. Ma il giornalismo ha, secondo il professore, un altro grande difetto, quello cioè di avere poca memoria. A dimostrazione di ciò ci porta l’esempio del direttore di Radio Capital Giannini, noto accusatore “seriale” di Berlusconi ai tempi della suo Governo, che incalzato da Sallusti (direttore de Il Giornale) è stato capace, in un talk televisivo, di definire il Cavaliere un grande statista.

La Storia, a differenza di Giannini, ha una memoria ferrea e un andamento discontinuo. Noi non siamo in grado di spiegare il suo moto oscillatorio fatto di andate e ritorni continui, ritorni che però non sono mai uguali a loro stessi: la Storia non si ripete ma ama le rime.
Questo moto deve avere un senso e un senso deve avere anche la Storia: senza sarebbe come un insieme di forze guidate dal motore dell’egoismo.

La scopa di Don Abbondio risulta essere uno dei libri “più accessibili” di Luciano Canfora, molto scorrevole e acuto nelle deduzioni e, soprattutto, mai banale. State tranquilli, anche se è breve – conta, infatti, poco più di un centinaio di pagine – stavolta non vi trarrà in inganno!

Vox Zerocinquantuno

Foto: Vox Reading – Maria Laura Giolivo

 

(6)

Share

Lascia un commento