La scuola che abbiamo, di Matteo Scannavini

Sotto il sole di luglio maturano cocomeri e studenti. Mentre i contadini colgono i verdi frutti del proprio lavoro, l’humus del sistema scolastico libera i suoi rigogliosi prodotti diplomati, attesi da qualche mese di meritato svago dopo il travaglio dell’esame di stato, la famigerata maturità.

È il primo e ultimo esame della scuola secondaria di secondo grado, coronamento di un lungo iter che per circa un lustro, sempre che non ci si stufi prima o che non si allunghino i tempi, occupa numerose ore della nostra vita: 5 anni di studio a intensità variabile, un paio di mesi un po’ più stressanti del solito, tre prove scritte, un ultimo orale e stop, è finita la scuola.

Ne resta, al livello ufficiale, un diploma con un voto e, a livello individuale, una lunga serie di ricordi di persone, luoghi, momenti, e, almeno si spera, di qualche conoscenza fissata tra i vastissimi e diversificati programmi di una decina di materie. Questo è l’epilogo della saga che prende il nome di formazione scolastica.

Un concetto ampio quello di “formazione”, che dovrebbe accogliere sia l’istruzione di una serie di conoscenze quanto la trasmissione di un approccio critico e di precetti educativi agli studenti.

L’obiettivo finale, più brillante sulla carta che nei risultati, sarebbe lo sviluppo e la valorizzazione degli individui della presente e soprattutto futura società. Indubbiamente complicato. Ma, prima di offrire considerazioni sul significato dell’esperienza scolastica secondo chi l’ha appena terminata, partiamo dai dati raccolti su territorio nazionale: le prove Invalsi.

Pur poste dovute limitazioni al valore riconosciuto a quei test a risposta multipla, che non possono da soli essere considerati un criterio assoluto per determinare la “bontà” di un istituto scolastico, essi rappresentano comunque uno strumento necessario, al momento l’unico, per descrivere per linee generali il panorama del livello medio delle scuole italiane.

I risultati espressi dall’ultimo rapporto del 5 luglio, spiace dirlo, non vanno granché oltre il più banale dei luoghi comuni: le scuole del Nord danno una preparazione migliore di quelle del Sud. Un risultato già riscontrato negli ultimi anni e oggi riconfermato talvolta con ulteriori peggioramenti.

Nel Meridione, in particolare in Calabria, si riscontrano gravi deficit anche nelle competenze basilari, quali la comprensione di un testo. Inoltre, la nuova e negativa chiave di lettura evidenziata dalle analisi del Sud è la mancanza di equità: i risultati variano sensibilmente da scuola a scuola e da classe a classe dello istituto; un sistema scolastico che mostra quindi disuguaglianza sia in termini di una peggior preparazione fornita quanto di capacità di garantire pari opportunità.

E, a proposito di opportunità, dall’ultimo rapporto Invalsi riemerge il frequente parallelismo tra gli scarsi profitti e il basso status socio-economico degli alunni. La scuola come ascensore sociale rotto, o che per lo meno richiede come chiave una discreta base di benessere.

Non si tratta di leggi universali ma di tendenze ben visibili, con cui si deve necessariamente fare i conti senza veli di buonismo.

Le Invalsi, accusate di trasformare le scuole in un “grande testificio” e gli studenti in “codici a barre”, di creare un clima di competizione, di rubare il tempo alla libera didattica con lezioni dedicate alla preparazione di quiz e di riutilizzare i dati raccolti per fini commerciali, non sono un problema di per sé. Sono anzi parte della soluzione, ma ne rappresentano solo il primo passo.

Si tratta di niente di più che prove atte a verificare il grado minimo di competenze di italiano, matematica e inglese. Per superarle, in una classe mediamente funzionante, non servirebbe dedicare nemmeno un’ora al malvisto teaching to test.

Il problema alla radice è che le prove Invalsi restano uno strumento senza seguito di interventi: lo scenario preoccupante che descrivono ogni anno coi loro risultati è un urlo muto, la puntuale conferma di un annosa questione, cui seguono altrettanto puntuali, le dichiarazioni di circostanza del ministro dell’Istruzione di turno e qualche piccolo intervento apparentemente privo di una visione generale, fuori da un omogeneo piano d’azione. 

Si pensi all’introduzione della scuola-lavoro, lasciata in gestione con tutti i suoi interrogativi agli istituti dal governo Renzi e ora in attesa di revisioni; un provvedimento più che discusso avente vari pro e contro, ma che sicuramente non risolve, e nemmeno approccia, le disuguaglianze alla base del sistema scolastico nazionale.

Ovviamente problematizzare è sempre più facile che risolvere e nessuno ha certo la soluzione in tasca. È però altrettanto vero che l’istruzione scolastica appare un tema sempre più periferico all’interno della discussione politica italiana.

Quanto al Nord, la parte di sistema scolastico che secondo le prove Invalsi funziona, si potrebbero pure fare varie considerazioni. Per cominciare, Settentrione, Meridione o Centro che sia, non si sfugge dal problema che l’unico garante della qualità del lavoro di un professore sia il professore stesso. 

Insegnare è un lavoro difficile, che richiede capacità psicologiche per gestire gruppi e individui, competenze che dovrebbero essere testate almeno quanto la conoscenza della materia prima di ottenere l’irremovibile cattedra.

Chi scrive, all’uscita del tunnel delle scuole superiori, conserva freschi ricordi di tanti professori degni di nota, non necessariamente di merito, e dei loro metodi. E con loro tante altre immagini pittoresche del mondo scolastico: ci sono professori entrati a scuola volenterosi e che ora dichiarano di contare i giorni alla pensione; ci sono professori con potenziale, e ancor di più supplenti, che vengono quotidianamente sbranati per la loro mancanza di polso da classi in apparenza innocue; ci sono professori incompetenti che vengono cacciati per le proteste di genitori infuriati, salvo poi tornare l’anno seguente nel medesimo istituto, un po’ relegati in biblioteca e un po’ somministrati a gocce di classe in classe, per limitare i danni. C’è la pochezza di fannulloni che incassano stipendi senza aver mai fatto una lezione e intanto si vantano di promuovere un metodo di insegnamento rivoluzionario. Ma c’è anche gente che ci prova, docenti che fanno umilmente il proprio lavoro, pretendendo niente più del silenzio da chi non n’è interessato; il metodo non sarà il più coinvolgente, ma comunque alza la qualità media. Ci sono professori che si ricordano per averci accresciuto come persone, ma che qualcun altro ricorderà come un odioso incubo, tanto per dire quanto sia complicato giudicare il loro lavoro. Ci sono membri dello staff scolastico che litigano come bambini. Ci sono alunni che competono per i voti e alunni che ostentano il più genuino menefreghismo. Non c’è la geografia, che resta solo nominalmente appaiata con storia nei bienni senza venire insegnata. Ci sono firme su programmi che attestano che le classi possiedano una serie di conoscenze minime, anche quando spesso non è vero. E c’è l’insistente consapevolezza che larga parte di quelle conoscenze, anche per chi le ha a suo tempo apprese con buoni profitti, siano destinate a divenire ricordi sempre più illanguiditi nel corso del tempo, se non a sparire del tutto. 

Da tempi recenti c’è anche la violenza di genitori e alunni verso i prof: forse introdurre l’educazione civica in tutte le scuole potrà essere d’aiuto, anche se è a casa che ovviamente deve avvenire il grosso del lavoro. Un paio d’ore di educazione civica non bilanciano l’influenza di un padre che è il primo ad alzare le mani in “difesa” dei figli.

La scuola oggi è anche tutto questo.

La sua azione educativa avrà pure poteri ben limitati, ció nonostante, alla fine qualcosa resta: anche se la formazione scolastica non corrisponde a quel concetto ideale di cui si parlava inizialmente, la scuola, amata od odiata, in tutte le imperfezioni con cui si esprime, accompagna la gioventú di tutti e lascia un’impronta: una firma di cultura, lezioni di vita dove si tenta di imparare come stare insieme al mondo. Consapevoli che si puó sempre migliorare, riserviamoci almeno la saggezza di non buttare via tutto.

Vox Zerocinquantuno n.25, agosto 2018

In copertina foto da Quifinanza.it


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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