La strage di Bologna: verso una verità impossibile, di Matteo Scannavini

2 agosto 1980, ore 10:25. L’orologio della stazione di Bologna si ferma e congela un momento che rimarrà per sempre impresso nella memoria della repubblica. Una bomba fuoriuscita da un cono d’ombra della storia d’Italia spegne 85 vite e ferisce 200 civili. 40 anni dopo, non è emersa ancora una verità pubblica e ufficiale su quegli eventi, ma solo alcune parziali conquiste giudiziarie: tre esecutori condannati in via definitiva, un quarto in primo grado, e, da quest’anno, un quinto indagato e quattro mandanti, non processabili perché già deceduti. La completa trama di ispiratori e moventi è persa tra le profondità di un sommerso iniziato dal primo minuto dallo scoppio dalla bomba. La matrice neofascista e la strategia della tensione sono risposte incomplete alle domande che i parenti delle vittime portano avanti da 40 anni. Così, mentre la ricerca prosegue instancabile, la memoria resta il solo, necessario e insufficiente antidoto all’ingiustizia.

Il primo tentativo di far passare l’esplosione di una caldaia come causa dell’attentato fu in fretta accantonato e presto venne perseguita la pista del terrorismo nero. Nel 1995, i membri dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) Valerio Fioravanti e Francesca Mambro furono condannati come esecutori materiali della strage dalla Corte di Cassazione. Alla loro sentenza definitiva si aggiunse, nel 2007, quella per Luigi Ciavardini, militante neofascista minorenne all’epoca dei fatti. Quest’anno, è poi stato condannato in primo grado per concorso alla strage il terrorista Giuseppe Cavallini, su cui pesavano già 8 ergastoli, mentre e sono state aperte delle indagini per il “quinto uomo” Paolo Bellini.

Tutt’oggi, nonostante la rivendicazione di altri omicidi, gli esecutori si professano innocenti rispetto ai fatti di Bologna. Diverse ipotesi sostengono infatti che le indagini si siano focalizzate solo sull’estrema destra, e in particolare su Mambro e Fioravanti, a discapito di altre piste più scomode e  coinvolgenti forze internazionali, nello specifico la Palestina legata all’Italia dal lodo Moro. Gli storici sanno bene come la verità storica non combaci pienamente con quella giudiziaria e forse questo caso ne è un esempio. Come per tante stragi degli anni di piombo, tra sovrabbondanza di ipotesi contraddittorie e assenza di documenti ufficiali, è impossibile avere una ricostruzione completa e definitiva.

Eppure, la tenacia dell’Associazione tra i familiari delle vittime alla stazione di Bologna, ha conquistato dal 1980 ad oggi piccoli passi in avanti. Nel 2020, le indagini della Procura Generale hanno identificato i mandanti e finanziatori della strage in Licio Gelli, maestro della P2, già condannato per depistaggio dei processi insieme a degli esponenti del SISMI, e altri 3 affiliati alla loggia massonica: Umberto Ortolani, banchiere e imprenditore, Mario Tedeschi, giornalista ed ex senatore del Msi, e Federico Umberto d’Amato, ex prefetto ed ex capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Le indagini hanno condotto a questi collegamenti tra mandanti ed esecutori ricostruendo i flussi di denaro. Tuttavia, dal momento che i quattro interessati sono da tempo morti, non potranno avere riscontro in alcun processo.

Non è molto, ma, è più di quanto si sapesse un anno fa. E nuova luce potrebbe essere fatta se sarà accolta la richiesta di desecretazione di nuovi atti sul caso. La decisione è già stata approvata all’unanimità dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e aspetta soltanto la firma di Conte per diventare operativa. Tra i tanti a sollecitare il primo ministro, vi sono anche gli stessi Mambro e Fioravanti, che ieri, in una lettera aperta pubblicata su Adnkronos, hanno ribadito la loro innocenza e la presenza di informazioni rilevanti nella carte da desecretare riguardo ai moventi e la pista palestinese.

Non bisogna tuttavia illudersi che tale provvedimento sarà necessariamente significativo ai fini della verità, dal momento che già in passato le aspettative sono state tradite. Non più tardi dello scorso luglio, Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ha definito “cartaccia” gli ultimi documenti versati dai servizi segreti all’archivio di stato, una “presa in giro” in cui sono state fornite rassegne stampa anziché prove utili all’avanzamento delle indagini.

La volontà di ottenere una giustizia, per quanto mutilata e tardiva, attraverso la verità ha resistito per 40 anni. Oggi, dei tragici eventi di quella mattina del 1980, i parenti delle vittime conoscono gli organizzatori, ovvero la P2, i protettori, ovvero i vertici dei servizi segreti, e, gli esecutori, ovvero i terroristi fascisti. Il tutto ammettendo che la pista seguita dai magistrati sia davvero giusta.

Nel dolore e nell’incapacità di avere certezze, oggi come 40 anni fa, non resta che la commemorazione. Quest’anno sarà senza corteo, per evitare assembramenti. Ma, con il solito, rispettoso, minuto di silenzio alle 10 e 25.

Vox Zerocinquantuno, 2 agosto 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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