La strage di Monte Sole, di Giacomo Bianco

Dopo lo sbarco in Sicilia nel ’43, l’avanzata degli alleati verso il Nord Italia fu veolce e costante. In seguito alla caduta di Firenze, nell’estate del ’44, il fronte di guerra si era attestato nei presi di Castiglione dei Pepoli, nell’Appennino Tosco-Emiliano, a metà strada tra il capoluogo toscano e Bologna.

In queste zone operò una brigata partigiana, la Stella Rossa che, capeggiata da Mario Musolesi, detto il Lupo e supportata dalla popolazione civile, richiamò l’attenzione dei tedeschi compiendo attacchi alle caserme delle GNR e atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie. I nazisti, tuttavia, fino a quel momento subirono le loro incursioni senza mai intervenire in maniera decisa, limitandosi ad azioni blande e a modeste rappresaglie come la requisizione di capi di bestiame o l’incendio di qualche casa. Il loro atteggiamento cambiò decisamente con l’avanzata del fronte nemico.

Infatti per evitare di trovarsi in una posizione di accerchiamento, combattendo gli alleati frontalmente e i partigiani nelle retrovie, decisero di compiere tra il 29 e il 30 settembre una vera e propria azione militare che non fu rivolta alla brigata, che cercò invano di ingaggiare battaglia sulla cima di Monte Sole con l’intento di allontanarli dai centri abitati, ma bensì agli abitanti di quelle borgate .

Per questo tipo di operazione i Tedeschi usarono una particolare sezione della loro armata: il Reparto Esplorante, una sorta di organismo autonomo composto da “specialisti”, impiegato per attacchi e difesa ad oltranza e guerriglia anti-partigiana. Il 29 settembre del ’44, dunque, circa 4000 uomini accerchiarono la zona: a Est, dal Setta, salì appunto il reparto esplorante comandato dal Maggiore Walter Reder; a Nord, da Vado, un reparto della Wehrmacht; a Sud, da Grizzana Morandi, reparti della fanteria dell’aviazione paracadutisti impiegate come truppe di terra; infine a Ovest, dalla valle del Reno, il 1059 Battaglione dei Russi e Turkmeni.
La loro non fu un’azione di rappresaglia, ma una pulizia etnica che, come si evince dai documenti e dai dispacci militari, fu voluta e consapevole e vide quasi ottocento civili perdere la vita, praticamente tutte donne, bambini e anziani.

Proprio una sorta di via crucis notturna tra le località di questo massacro, è stato il pezzo forte della prima giornata della 13esima Festa internazionale della storia di Bologna.
Ma quella che doveva essere una passeggiata al chiaro di luna tra i luoghi degli eccidi nazisti di Monte Sole, si è trasformata, a causa della foschia che ci ha avvolto per tutto il tragitto, in una tenebrosa ma suggestiva rievocazione di quei tragici avvenimenti di fine settembre del ’44 .
La nebbia continuava a scendere su quello che rimane dei vecchi borghi, delle chiese, dei cimiteri…come se la memoria storica di quei tristi eventi volesse rimanere nell’oblio, essere dimenticata avvolta nell’umida oscurità di quella notte. Le luci delle torce squarciavano il buio e illuminavano un fosco scenario, icastica cornice del ricordo della crudele mattanza di quei giorni ormai lontani.

Percorrendo quelle stesse strade testimoni della strage, sembrava di riviverle le urla e lo strazio delle vittime di quella cieca ferocia, di sentire il colpo che freddò Don Ubaldo Marconi davanti l’altare della chiesa di Casaglia, mentre con le poche parole di tedesco che conosceva cercò di impedire ai soldati tedeschi di trascinare fuori le persone che lì si erano riunite sperando nella salvezza. E il colpo che uccise la povera Vittoria Negri, paralitica che, per ovvi motivi, non riuscì ad obbedire all’ordine di alzarsi in piedi ed abbandonare immediatamente la chiesa.
Di sentire l’eco delle due mitraglie d’assalto poste agli angoli del cimitero adiacente la chiesa dove tutti furono trascinati che, con i loro 1200 colpi al minuto, sfracellarono letteralmente i corpi ammassati l’uno accanto all’altro. Di vedere con gli occhi di una delle sopravvissute Lelide Ruggeri, l’ufficiale medico del plotone di esecuzione, che la risparmiò, dare il colpo di grazia alla tempia dei corpi già umiliati dai colpi appena inflitti. Di vivere attraverso la sua esperienza diretta il tragicomico corteggiamento di quell’uomo che, nonostante tutto, le salvò la vita curandole una brutta ferita al fianco e portandola al sicuro, perché le ricordava la sua fidanzata in Germania.

Ci sembrava di vedere anche l’asilo di Cerpiano, a pochi passi dalla chiesa di Casaglia, fatto saltare in aria con il lancio di bombe a mano, e di rivivere l’agonia del piccolo Francesco Piretti che, preso per la testa da un soldato entrato dopo l’esplosione per assicurarsi che tutti fossero morti, invece dello sparo si sentì appoggiare delicatamente a terra e sopravvisse.

Come non provare una grande pena per il crudele scherzo del destino subito dalle vittime della Chiesa di San Martino. Pensando di averla fatta franca dopo che un reparto era passato da lì senza intervenire, proseguendo per la propria strada, vennero invece trucidati il giorno seguente, il 30 settembre. A differenza di Casaglia, qui le vittime furono uccisi all’interno del luogo sacro e i loro corpi dati alle fiamme.

Ma per fortuna questi tragici eventi lasciarono spazio anche ad episodi a lieto fine. Grande è stata la sorpresa nel sapere che a Casa Serena, un rifugio a 200 metri dalla chiesa di San Martino, un folto gruppo di persone nascostosi per scampare all’eccidio dei giorni precedenti, fu risparmiato dalla strage. Fatto sorprendente che forse trova spiegazione in un cambio di rotta degli ordini e delle priorità, dopo le prime perdite subite dalle truppe tedesche negli scontri di Cadotto e del Monte Abelle.

Questa strage è una delle più crudeli pagine italiane della seconda guerra mondiale e rappresenta in pieno la ferocia delle alte cariche tedesche perché, come detto in precedenza, non fu una rappresaglia seguita ad un fatto di sangue, o ad una imboscata partigiana che aveva causato perdite tra le truppe naziste, bensì una vera e propria azione militare. A dimostrazione di come tutto fosse stato pianificato in ogni dettaglio, nel marzo del ’45 venne pubblicato un manuale ” La lotta alle bande del Nord Italia” dove fu inserita la spedizione di Monte Sole come esempio di operazione eseguita alla perfezione, da “manuale” insomma.

Quella del Parco Storico di Monte Sole, sotto la sapiente guida di Luca Morini, è stata una delle iniziative di maggior spessore all’interno del programma della Festa Internazionale della Storia. Questa segue la tendenza, sviluppatasi a partire dagli anni ottanta, di spostare l’asse della comunicazione storica da un assetto istituzionale ad uno dove la memoria assume un valore più forte della ricerca stessa. Si vuole quindi stimolare le emozioni dello spettatore tramite “gite storiche”, in rapporto ai momenti più tragici del ventesimo secolo come le stragi della seconda guerra mondiale.
Tuttavia, considerato che in queste visite molto viene lasciato all’immaginazione e ai quadri mentali che ogni visitatore si crea dell’episodio, è chiaro che esse non possano rappresentare una fedele ricostruzione del passato, ma sicuramente sono una grande sollecitazione per un approccio più coinvolgente allo studio della storia rappresentando, a loro volta, uno stimolo per ritornare alla più fredda metodologia della ricerca delle fonti.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016

 

In copertina foto da Notizie.comuni-italiani


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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