La strategia della clarissa di Cristiano Governa. Recensione di Matteo Scannavini

Si presenta come un giallo, incentrato sulla strana coppia formata da un commissario, originale nella sua mediocrità, e da sua sorella, una suora di clausura sui generis, usa all’improperio e alle settimanali fughe dal convento. Ma, partendo da una loro indagine, La strategia della clarissa (Cristiano Governa, ed. Bompiani) arriva a delineare, in bilico tra malinconia e divertimento, un ritratto socio-antropologico della Bologna moderna, colta nei suoi lati più oscuri celati dal perbenismo di facciata. Perché il male, quando cala in mezzo ai “buoni”, trova le sue peggiori espressioni e, come afferma l’autore per bocca del suo protagonista, “non è mai l’assassino il personaggio più inquietante”.

Carlo Vento è commissario di polizia di Bologna, lontano quanto mai dai suoi più eroici, e soprattutto antieroici, colleghi televisivi. È un uomo comune, pieno di tic e idiosincrasie, cinico e severo giudicatore del prossimo. Odia l’immagine stereotipata del poliziotto in tv, così come il mare. Ha competenza nel proprio lavoro ma spesso per le indagini si avvale anche dell’abilità di entrare in empatia con le persone dell’affascinante sorella Paola, ex conduttrice radiofonica e ora monaca di clausura (con interpretazione piuttosto libera del ruolo).

Sul finire dell’estate, il caso della scomparsa di una ragazza dei colli di. S. Mammolo, li conduce nella riviera romagnola, ambiente ovviamente detestato dal commissario. La stessa notte della sparizione, Paola fa inoltre un’inquietante scoperta: nel suo convento, tra le grazie rivolte a S. Caterina, qualcuno ha lasciato scritto una richiesta di omicidio di una serie di persone in riva al mare. Nonostante l’iniziale cecità del commissario, i due eventi si riveleranno presto collegati di una tragica vicenda, dove avranno spazio elementi esoterici e mesmerismo (la teoria pseudo-medica del guaritore Mesmer, che curava corpo e psiche delle persone direzionando il loro fluido fisico con calamite).

Il viaggio in riviera, pur partendo da premesse negative, darà modo a fratello e sorella di condividere tempo prezioso. Il loro binomio di opposti, lei frizzante e vitale, lui grigio e pigro, sarà inoltre occasione per esplorare il tema della ricerca del divino, vista da un lato con lo sguardo di “un ateo con i vizi dei credenti” e dall’altro con gli occhi di “una religiosa con i vizi dei non credenti”.

Quanto all’influenza, Governa spiega di non essersi ispirato alla tradizione del giallo bolognese ben sì ai Segreti di Twin Peaks. Infatti La strategia della Clarissa e la nota serie tv condividono non solo lo stesso innesco narrativo, la scomparsa di una ragazza, ma soprattutto la volontà di non porre l’importanza centrale nella trama. La chiave è invece il codice grottesco nel quale David Linch e Cristiano Governa riescono a calare l’ambiente dei personaggi: il lettore o spettatore non sa di chi potersi fidare, di chi poter ridere e da chi dover stare in guardia. Per l’autore, Twin Peaks racchiude due insegnamenti fondamentali che ha voluto trasportare nel romanzo: in ognuno di noi c’è qualcosa di cui aver paura e le persone in cui quel qualcosa è invisibile sono quelle da temere di più.

È in particolare l’odierna Bologna che sembra inquietare l’autore, che le critica attraverso le ciniche lenti del commissario Vento. A disgustare il poliziotto è in primis l’atteggiamento di finta empatia che sembra permeare l’odierno ambiente socio-culturale della città, espresso in particolare dai discorsi, spesso ricadenti nel grottesco, dei vicini di condominio al commento di un’avvenuta tragedia. Non di meno, Governa/Vento accusa il degenerato furto di parole, che negli ultimi decenni ha trasformato Bologna da città da moderna a città smart, il cibo in food, il racconto della nonna in storytelling, le botteghe dei macellai in vecchie baite o boutique e così via. “Le parole contano” ripete infastidito Governa, citando la canzone di Umberto Tozzi.

“Il mio obiettivo era raccontare una storia tremenda con il sorriso”, ha spiegato l’autore alla presentazione del libro. Ed è proprio così che, per mezzo della consumata e amara satira del commissario Vento e del dissacrante estro di sua sorella, il primo giallo di Governa ci porta a contatto con la mostruosità delle persone, dall’assassino alla familiare gente “perbene”, fino ad un grottesco risultato dove i confini della vera colpevolezza si fanno sfumati.

Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019

Foto: giunti.it

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1 thought on “La strategia della clarissa di Cristiano Governa. Recensione di Matteo Scannavini”

  1. Ho trovato ‘la strategia della clarissa’ un bel libro, scritto molto bene, in cui tutti i personaggi hanno uguale dignità tanto da diventare tutti protagonisti. È un noir ma il ‘giallo’ forse è pretesto per parlare di amore fraterno, amore cattivo, amore impossibile, amore di fede. Leggendo questo libro ho sorriso, temuto, atteso e ho anche pianto. L’autore mette in discussione le regole del ‘vivere per bene’, rilegge i sentimenti, abilita il lettore a vedere da più punti di vista. Lo consiglio. Non solo.sotto l’ombrellone.

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