La veste rosa della politica italiana, di Riccardo Angiolini

Il ruolo delle donne all’interno dello scenario politico fra critiche, contraddizioni e conquiste.

Il riconoscimento delle donne all’interno della sfera pubblica ha seguito un percorso lento, accidentato e con numerose deviazioni a seconda dei vari Paesi. Durante il corso del Novecento in Europa, a partire dai Paesi dell’area scandinava, il suffragio si è esteso anche alla popolazione femminile e, nel Belpaese, la possibilità di voto per le donne giunse il 2 giugno del 1946, in occasione del referendum per la scelta fra monarchia e repubblica. Nell’Assemblea Costituente che, nel biennio 46-47, redasse la carta della Costituzione Italiana, 21 eletti su 556 erano donne, le pioniere che aprirono la strada alla partecipazione femminile nello scenario politico italiano.

A differenza di altri paesi europei ed extra continentali, in Italia la realizzazione pratica di crescita e partecipazione attiva delle donne in politica non ha mai raggiunto vette mirabili. L’egemonia maschile in quest’ambito è rimasta pressoché indiscussa e, a 70 anni dalla messa in vigore della nostra Costituzione, alcuni fra i massimi gradi delle istituzioni non sono ancora passati per mano femminile. Soltanto 83 ministri donne in uno Paese che, a più di settant’anni dalla sua svolta repubblicana, ha visto avvicendarsi 65 diversi governi e più di 1500 ministri incaricati.
Numeri che lasciano aperti vari punti da dibattere riguardo alle soluzioni prese in merito a questa tematica, ma che soprattutto smuovono numerosi dubbi riguardo al nostro retaggio politico tradizionale.

Il provvedimento più diffuso e maggiormente utilizzato per inaugurare e solidificare la parità dei sessi, non solo in politica, prevede l’uso delle cosiddette “quote rosa”. Le quote rosa altro non sono che una soglia, un obiettivo in percentuale da raggiungere riguardante la presenza di figure femminili all’interno di una determinata istituzione. Questi obiettivi prefissano dunque un minimo di partecipazione femminile, tanto a livello “base” quanto nei piani alti delle amministrazioni, siano esse aziendali o politiche.
Questa soluzione nasconde tuttavia alcune insidie, alcuni aspetti contraddittori riguardo la stessa natura e gli stessi traguardi imposti da questo provvedimento. Innanzitutto le quote rosa non premiano certo la meritocrazia (che già di per sé viene troppo spesso maltrattata in Italia) e dietro il pretesto di parità dei sessi rischia di escludere dai circoli di potere figure competenti e coi giusti requisiti per accedervi.

In secondo luogo, da un punto di vista prettamente ideologico, la presenza delle quote denota una scarsa fiducia e una debole percezione del senso civile all’interno delle istituzioni. Esulando dal singolo caso italiano, è un discorso applicabile a qualsiasi ambito laddove l’uguaglianza e le eque possibilità fra i due sessi cercano di venire imposti a livello legislativo. In uno stato moderno e civilizzato certi paletti non avrebbero alcun motivo di esistere, poiché l’avvicendamento alle cariche di qualsiasi genere non dovrebbe tener conto di alcuna distinzione sessuale a priori. Pertanto l’obbligo istituzionale della partecipazione femminile rappresenta tutt’al più un punto d’inizio, ma di certo non d’arrivo per la piena parità dei sessi in ambiti come la politica.

Chiusa la parentesi delle quote rosa, arriviamo al punto su cui molti si soffermano e che capita spesso di discutere. “Siamo ancora indietro”, oppure “Siamo i soliti ritardatari”, e ancora “Guarda come vanno le cose da noi e come vanno là…” sono motivi ricorrenti che pretendono di constatare il nostro grado di arretratezza culturale. Ancora una volta però la questione è molto più complicata di quanto si tende a ridurla. Se da un lato può essere vero che la donna, purtroppo, debba ancora oggi fronteggiare stereotipi e pregiudizi che vadano a pregiudicare il suo accesso a determinate cariche, risulta essenziale e necessario valutare le diverse personalità femminili che si sono distinte nei vari stati.

Sono mancate all’Italia figure di spicco come una Margaret Thatcher, la “Iron Lady” britannica conservatrice che, con decisione, carattere ed ostinazione, seppe guidare fermamente la Gran Bretagna per undici anni in qualità di prima ministra. Oppure una Angela Merkel, cancelliere in carica della Germania che, da oltre una decade porta sulle proprie spalle il destino della propria nazione e ha segnato le sorti dell’intero assetto europeo.

Nonostante le opinioni e le critiche che si possono muovere a queste due donne, è evidente come abbiano lasciato un segno indelebile nella storia e nella politica mondiale oltre che nei loro paesi, ed è necessario constatare come in Italia, personalità del genere, non ve ne siano ancora state.
Di donne all’interno della politica nostrana, specialmente negli ultimi tempi, se ne sente spesso parlare, ma non in toni concilianti.

Dalla Boschi alla Meloni, da Alberti Casellati alla Raggi: tutte rappresentati dello Stato, con cariche e compiti diversi, che durante il loro operato hanno comunque attirato attenzioni non sempre positive. La stessa sindaca di Roma si è resa protagonista di uno scandalo che l’ha vista coinvolta in un processo fino a pochissimo tempo fa, e rispetto al quale persistono dubbi e controversie. Per non parlare poi delle tante donne schierate fra le file di Forza Italia, PdL e in generale i partiti berlusconiani, i più “rosa” e femminili dello scenario italiano. Gelmini, Brambilla, Santanchè, Bernini e una lunga lista di nomi che, più per demeriti che per meriti, si sono distinti in ambito amministrativo.

Insomma, più che arretrati, fatichiamo a trovare una figura femminile che sappia catturare la scena italiana, che per capacità, slancio e personalità sappia porre fine all’egemonia politica maschile. Se ancora non vediamo quando e chi riuscirà in quest’impresa, non per forza significa che la strada sarà ancora lunga, o che fino ad allora le cose non cambieranno.

Piuttosto che guardare con occhio diffidente il presente sarebbe opportuno porre attenzione al nostro passato, dove troviamo esempi di donne come Emma Bonino che hanno combattuto e compiuto un lavoro straordinario per la conquista di diritti, civili e non, a livello italiano e internazionale. Bisognerebbe dare fiducia a quelle che tutt’ora si battono per farsi strada nell’intricato universo politico, poiché non mediante le quote, ma tramite l’esempio, si realizzerà una vera parità dei sessi nel nostro Paese. E detta schiettamente: sarebbe ormai l’ora. Chissà che per far girare le sorti dell’Italia non abbiamo bisogno proprio di una donna, o di tante.

Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018

 

Foto da Panorama

 

 

 

Riccardo Angiolini

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