Lampedusa, Maylis de Kerangal, di Rosalinda Bruno

3 Ottobre 2013. Tarda notte. Una donna ascolta alla radio il dramma che si è appena consumato nei pressi delle coste di Lampedusa, in cui centinaia e centinaia di migranti sono morti. Lampedusa, una piccola isola al confine tra la Sicilia e l’Africa, irrompe nelle cronache internazionali per essere stata lo scenario dell’annegamento di oltre 300 persone provenienti dal continente africano. Mentre la radio diffonde i dettagli del naufragio, nel denso silenzio di quella notte tragica, l’autrice sente l’esigenza di ricordare cosa sia per lei quest’isola e cosa evochi, nell’immaginario. Letteratura, cinema, teatro, storia e attualità. Inizia, dunque, una personale rielaborazione: a partire dal nome che richiama a quello di Giuseppe Tomasi, autore de “il Gattopardo” (1958), e che quindi non può non fare tornare alla mente il grande film di Luchino Visconti (1963), interpretato da Burt Lancaster.

Questi ricordi, ora, si intrecciano con la tragedia dei migranti e ci suggeriscono che i luoghi hanno un’anima, che le isole contengono in sé un racconto proprio dovuto alla loro posizione geografica, essendo punti di incontro per navigatori, villeggianti e autoctoni.

Lampedusa un continuum tra passato e futuro, un’isola che accomuna grandi nomi a piccole realtà dimenticate da tutti, una terra in cui arrivano i migranti ma anche i corpi di persone che non ce l’hanno fatta. Un luogo in cui si alternano il rispetto dei diritti umani e il continuo calpestio in maniera brutale degli stessi. A metà strada tra la “decadenza” e la grande cultura, diviene così il simbolo di un mondo ormai in declino alle prese con un futuro pieno di incertezze, di cui non si riescono a definire nitidamente i contorni.

Maylis de Kerangal ne scrive così un vibrante omaggio girovagando tra il cinema, la letteratura, i ricordi. Ma qualcosa é cambiato ormai per sempre. Il nome ormai, almeno per l’autrice, non designa più qualcosa legato alla finzione, allo scrittore che aveva dato vita a un libro, a un film datato e melanconico, alle altre isole del Mediterraneo. Il suo nome ora, non evoca più quella realtà, ma qualcosa di molto più tragico e drammatico, come i naufragi di migranti attorno all’isola e la questione della violenza del mondo contemporaneo.
Dunque Lampedusa, intrisa di cultura e letteratura, risulta oggi come un’isola di speranze, alcune stroncate altre da alimentare, divenendo il luogo emblematico della tragedia contemporanea.

“Lampedusa, quel nome di leggenda, nome di cinema, concentra ora in sé solo la vergogna e la ribellione, il dolore, segnala ormai uno stato del mondo, tutta un’altra storia”.


Rosalinda Bruno, studentessa di Sociologia e Ricerca Sociale presso l’ Università di Bologna è impegnata e interessata allo studio dei fenomeni migratori, con un focus sul genere. Collabora con associazioni di donne native e migranti attive sul territorio bolognese e con il Centro interculturale Zonarelli a Bologna

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