L’arte come trasmutazione alchemica: la filosofia visiva di Giovanni Di Giovanni all’interno della mostra “Percorsi”, di Eloisa Grimaldi

Durante il mio tour domenicale per l’arte di via Zamboni ho seguito le orme tracciate dal programma culturale, preferendo quelle dal sapore interdisciplinare e capitando così alla mostra “Percorsi”, organizzata all’interno del Conservatorio G.B. Martini, ex convento di San Giacomo.

Appena mi appresto a salire le scale mi salta all’occhio l’arte. Mi rendo conto che bisogna essere allenati a percepirla, soprattutto l’arte contemporanea, che si insinua nel paesaggio di soppiatto, crea straniamento senza palesare la sua intrusione. Mi incuriosiscono due composizioni semplici e geometriche, quasi anonime, leggere. Alcune stecche di legno levigato sono tenute insieme da una colla e appoggiate ai muri, una a destra e uno a sinistra. Leggendo la didascalia scopro finalmente la vera protagonista del gesto artistico: l’ombra. Uno studio di ombre, di proiezione, di percezione svela il lato inedito e immateriale.

La mostra continua, disseminata per le aule del conservatorio, una prima opera è nell’aula 14, titubo un po’ sull’ingresso, davanti ad una seconda porta di pelle imbottita, una signora mi invita ad aprirla, la mia mente razionale che si blocca davanti ad una porta senza maniglia mi dà da pensare, ma vengo risvegliata dal rumore delle tapparelle che si alzano e schiudono la luce nella stanza. L’aula era al buio, l’opera dormiva nell’ombra. Capisco che è il fruitore ad attivare l’arte, che senza la relazione, la comunicazione esterna, non avviene quello scambio magico che l’arte è capace di innescare e anche a livello organizzativo è il fruitore che può orientare l’evento e le sue riuscite. Una grande fotografia di un paesaggio artico fa così da sfondo ad un pianoforte a mezza coda, leggo sul cartellino la spiegazione: l’artista ha lavorato sull’ambito “social” di questa epoca tecnologica, aprendo un profilo libero su instagram dove poter trovare tutte le altre opere.

Continuo nel percorso artistico, una lunga asta nera sulle scale che portano alla sala dei concerti. Partendo da un gradino l’asta si appoggia al muro e regge in alto un uovo in equilibrio, un vero uovo in equilibrio statico, lassù, che ci punta dall’alto e minaccia la caduta. Una metafora e un monito: la condizione dell’artista nella società, costretto ad un instabile equilibrio e l’incombenza, l’attesa di qualcosa che non accade, per ora.

Un’altra tappa di questa mostra mi porta all’interno della sala Bossi, quella principale dove si svolgono i concerti e infatti lo spazio è molto ampio, poltroncine in file ordinate lo scandiscono, in fondo si trasforma in palco e tutta l’alta parete è occupata dalle canne dell’organo, una visione maestosa. Tutto intorno le pareti sono coperte da quadri che ritraggono mezzi busti in tonalità scure, evidentemente sono quadri antichi, ma ecco che saltano all’occhio alcuni quadri di diversa fattura: colori squillanti, luci nuove, soggetti contemporanei che emergono dalle cornici del passato, ecco l’opera! L’artista ha pensato di occupare i vuoti, che si sono creati a causa della rimozione di alcuni quadri, con sue stampe contemporanee, creando così un mix estremo che però non stona, piuttosto sottolinea la perdita della vista consapevole di fronte a quell’abbondanza di immagini e fa ragionare sulla nostra capacità di percepire con attenzione.

L’ultima opera della mostra è quella che più mi ha coinvolto, si intitola Introspezione Magnetica ed ho dovuto corteggiarla un po’ prima di poterla vedere “in azione”. La signora all’ingresso mi avverte che l’opera non è “attiva”, cioè che bisogna aspettare l’artista per metterla in movimento. Una sfera in gesso è poggiata su un basamento, in cima ad una colonnina, nessun effetto speciale, il gusto di una leggerezza bianca e levigata al centro di un salone; si percepisce come un’ assenza, un’incompletezza. Leggo la didascalia e scopro una maggiore profondità: la materia che trasmuta alchemisticamente in spirito, grazie ad un gioco di magneti un’illusione ottica ci svela i campi di forze in gioco nella nostra visione e forse anche nelle nostre vite. Lascio un bigliettino e il giorno dopo Giovanni Di Giovanni, l’artista, mi ricontatta, così posso vedere l’opera nella sua interezza e parlare con lui dei sistemi e delle filosofie attorno ad essa. Finalmente capisco il senso della spiegazione: la sfera di gesso bianco galleggia sul basamento a tre centimetri di altezza, ruotando su se stessa lentamente, sembra una magia e invece è fisica.

img_0649Introspezione Magnetica è la punta di un iceberg che emerge come forma visibile di un universo invisibile immerso in lui, 25 anni, studente dell’Accademia di Belle Arti. Mi spiega che quest’opera nasce da un momento di riflessione intensa, un’introspezione appunto: immaginare le nostre vite come la punta di una matita che si muove nello spazio tracciando una traiettoria, lasciando un segno. << Grazie alle esperienze della vita la materia si evolve, la materialità si perde, si trasforma. Le persone sono coscienza energetica, un’informazione immateriale, come il wi-fi, ed il corpo, la materia, è un contenitore. Noi siamo energia cosciente di essere energia e -semplificando quello che è il pensiero orientale di matrice buddista – nel corso della nostra vita abbiamo la possibilità di accrescere la nostra parte spirituale>>. Questo il presupposto dell’opera, un fortissimo interesse per il mondo interiore che ci abita e per quello esteriore con le sue geometrie che sembrano contenere segreti che ritornano.

Il nostro dialogo prosegue sui sentieri che intrecciano filosofia e arte, approdando presto alla spiritualità: <<Non me la sento di mettere in dubbio l’esistenza di qualcosa di superiore>> ed esattamente in questa frase credo ci sia lo spazio per la sua ricerca artistica, un’indagine che parte dalla fisicità dei materiali ed entra nelle molecole profonde, fino ad intercettare le energie sottili. Come se l’accadere artistico schiudesse delle porte attraverso cui spiare un sistema di regole auree che soggiacciono a questo mondo materiale. << È una missione di vita per me, ognuno nasce con una missione ed io penso di riuscire ad esprimere le mie energie al massimo solo in questo modo. La mia è una filosofia visiva, tutte le arti sono filosofia, la mia è visiva. Nella Bibbia si dice che al principio fu il verbo e la parola è un suono, quindi si può dire che all’inizio ci fu un suono e il suono alla fine è una frequenza. Pensandoci, è la frequenza che colpendo la materia la modella>>. Scegliere il gesso per quest’opera si allinea a questo pensiero: un materiale leggero, quasi senza peso e malleabile <<che increspandosi arriva ad un certo punto a non rispettare le regole della nostra realtà, diventa qualcosa di superiore, come una sfera, che è una figura geometrica perfetta e si innalza, non ha più peso, quindi non è vittima della gravità e questo può succedere anche a noi>>.

Ecco la forza di gravità temporaneamente sospesa in una stanza, rigiocata, invertita grazie ad un sapiente gioco di magnetismo ed elettromagnetismo, questo sistema allarga ancora di più il campo disciplinare, includendo collaborazioni ingegneristiche nel lavoro artistico e saldando un connubio importante in una ricerca filosofica e tecnologica che punta all’innovazione. Questo settore apparentemente solo scientifico mostra i suoi risvolti artistici, filosofici e le ricadute sociali: <<Tutti noi generiamo un campo magnetico e siamo inseriti in un sistema di campi magnetici, stando bene individualmente si va a polarizzare anche il campo del vicino>>, è per questo che il cambiamento principale a livello sociale comincia in realtà a livello individuale.

In questo senso si svela un approccio inedito alla funzione sociale dell’arte: non solo coinvolgimento collettivo e sollecitazione critica me benessere individuale dell’artista per risollevare energeticamente anche il fruitore e la società. Un concetto delicato si fa strada: alla base di tutto c’è l’individualismo, soprattutto nell’arte: <<Prima di tutto ci si innalza individualmente materializzando il tuo concetto e portandolo a te, vedendolo là davanti, è uno studio, ecco perché si intitola Introspezione Magnetica, perché partendo dal magnetismo studi te stesso in rapporto alle cose che fai>>. Ecco quindi che anche l’opera d’arte è portatrice di una sua vibrazione, capace di influenzare lo spazio attorno, l’artista traspone nell’opera la sua particolare unicità, la sua anima e anche la creazione diventa un momento unico << Come se fosse un oroscopo dell’opera, organizzare tutto l’ordine giusto per creare quella cosa specifica per quella persona in particolare>>.

Al primo impatto con Introspezione Magnetica “in movimento” ho visualizzato il pianeta Terra, ho visto il “macro” modellizzato nel “micro” e forse mi sono pensata, invisibile, su quel modellino a girare senza rendermene conto. Mi sono accorta anche che dopo un certo numeri di giri la sfera cambiava direzione ed ho avvertito un brivido di vertigine al paragone tra l’opera davanti a me ed il Mondo d’acqua che abitiamo. Allora capisco cos’è la filosofia visiva ed il portato dell’arte, che non è una facile decorazione estetica per uffici e dimore, ma si addentra in territori difficili, affascinanti, a volte scomodi, sentieri interiori che ci invitano ogni tanto a far loro visita.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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