L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, di Alessandro D’Avenia di Francesca Colò

Quante volte, al nome di Giacomo Leopardi, abbiamo reagito con un moto di stizza, un vero e proprio rifiuto verso l’autore e la sua poesia? È una sorta di retaggio che ci portiamo dietro dalla scuola, da quando al liceo il professore di Lettere introduceva l’autore e il suo “immancabile pessimismo”.
Ne è consapevole anche Alessandro D’Avenia, che con il suo quarto romanzo “L’arte di essere fragili”, vuole mettere in discussione l’immagine che noi tutti abbiamo del poeta di Recanati, portando alla luce aspetti della sua personalità e della sua poetica che raramente vengono approfonditi in classe. Forse l’errore sta proprio qui: spiegare Leopardi legandolo così strettamente al pessimismo cosmico fa dimenticare quanto il poeta abbia cercato sempre e comunque la bellezza, nonostante la sua sia stata una vita colma di difficoltà e delusioni.
D’Avenia, attraverso uno scambio epistolare fuori dal tempo, scrive a Leopardi come fosse un amico e accompagna il lettore alla scoperta delle sue infinite sfaccettature. L’autore affronta tutte le fasi della vita del poeta utilizzando le sue opere come spunto di riflessione, dallo Zibaldone, alle Operette Morali, fino a La Ginestra.
È bello notare come, a distanza di quasi due secoli, ogni età continui a caratterizzarsi grazie a peculiarità che sono rimaste pressoché identiche a quelle del passato.

L’infanzia e l’adolescenza sono i momenti in cui la curiosità ci pervade, in cui troviamo il nostro ‘rapimento’, in cui ci facciamo travolgere dalle passioni. L’Infinito descrive perfettamente, secondo D’Avenia, la forza di tale ‘rapimento’, il famoso mare nel quale è «dolce naufragar». Raggiunta la maturità bisogna però fare i conti con le delusioni, con la consapevolezza e il rimpianto di non essere riusciti a realizzare ciò che tanto agognavamo da ragazzi. Allo stesso modo, Leopardi dovette iniziare a combattere con le ingiustizie della vita: i problemi di salute, gli amori non corrisposti, il non aver trovato ciò che cercava quando finalmente aveva abbandonato Recanati e le mura domestiche che lo avevano intrappolato per anni. E’ qui che secondo la letteratura inizia il suo pessimismo cosmico, dalla consapevolezza che oltre la «siepe», che tanto in adolescenza aveva stimolato la sua riflessione, esista un limite molto spesso invalicabile che ci porta a non essere mai davvero soddisfatti. Ma D’Avenia ci propone una visione differente: il fatto che Leopardi, nonostante le sue difficoltà abbia continuato a scrivere, a creare, a dare vita alle emozioni attraverso le parole, lo rende tutt’altro che pessimista. L’autore lo descrive piuttosto come malinconico, attribuendo a tale sentimento un’accezione positiva.

Dopo la lettura, ci si rende conto che il punto di forza de “L’arte di essere fragili” non è solo quello di aver proposto un Leopardi che “poi tanto pessimista non è”, ma l’aver messo alla luce come gli anni passino, le generazioni si evolvano e i costumi cambino, ma l’evoluzione dell’essere umano dall’infanzia alla maturità rimanga sempre la stessa: D’Avenia, con il superbo aiuto di Leopardi, racconta i sentimenti che ci accompagnano dalla nascita alla morte senza mai cadere nel banale, ma anzi stimolando profonde riflessioni sul mondo e sulla propria esistenza.
Lo scrittore ci commuove portando in superficie i nostri timori più nascosti e le nostre insicurezze, ma allo stesso tempo ci aiuta a sentirci parte di un mondo nel quale siamo tutti simili e tutti fragili, così come Giacomo Leopardi lo è stato a suo tempo.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Francesca Colò è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale presso l’Università di Bologna. È da sempre interessata alle problematiche di genere e alla condizione femminile. Appassionata di serie tv, cerca spesso di unire l’attenzione verso le donne a quella nei confronti dei mass media e dei loro prodotti.

Photo credits: www.profduepuntozero.it

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