Lavoro: le proteste dopo la morte dell’operaio egiziano di Piacenza, di Carolene Nascimento

Lo scorso 14 settembre 2016 l’Usb ha indetto un presidio davanti ai cancelli della GLS, azienda leader nella logistica sita a Piacenza. Facchini ed operai si sono riuniti per esercitare un loro diritto, il diritto a difendere il loro lavoro, il diritto a protestare contro una politica di sfruttamento che vede i lavoratori sempre più poveri e le multinazionali sempre più ricche e potenti. Durante la protesta un tir, cercando di passare, ha forzato il picchetto e travolto ed ucciso Abd Elssalam Ahmed Eldanf, facchino egiziano di 53 anni padre di 5 figli. Eldanf è presto divenuto simbolo di una protesta che va al di là della sfera locale piacentina e che smaschera ancora una volta un sistema produttivo che punta al massimo profitto giocando però a ribasso sui diritti dei lavoratori.

Il caso di Piacenza ha avuto il merito di puntare i riflettori su un settore in particolare, quello della logistica, che forse più di tutti rappresenta quella che è la vera essenza di questa società consumistica in cui viviamo: le persone vogliono tutto e subito, anche se questo significa continuare a finanziare un sistema di produzione che pur di assecondare le esigenze del mercato capitalistico, pone i lavoratori in una condizione sempre più precaria e di sfruttamento. Il settore logistico si pone in primis come anello di congiunzione tra produzione e consumo, ma i consumatori dovrebbero chiedersi come sia possibile ottenere quello che vogliono in tempi così brevi e con costi spesso molto ridotti.

Il fenomeno della precarizzazione è purtroppo enormemente diffuso tra gli addetti alla logistica soprattutto grazie al sistema di assegnazione degli appalti alle cooperative, per cui un lavoratore può “rimbalzare” da una cooperativa all’altra nel giro di pochi mesi.
Esistono per fortuna segnali che fanno pensare ad un cambio di rotta, uno dei quali arriva proprio dall’Emilia Romagna che presenta il maggior numero di cosiddetti “migranti economici” di tutta l’Italia. Per esempio il 12 maggio 2014 è stata varata una legge che ha come obiettivo quello di promuovere proprio la sicurezza, la legalità e la responsabilità sociale nei settori dell’autotrasporto e della logistica. Questa legge vuole scoraggiare le infiltrazioni criminali attraverso formazioni di educazione alla legalità e attraverso la creazione di una “Consulta regionale per la legalità che e la promozione della responsabilità sociale nei settori di interesse della legge” che valuti le imprese. Nonostante questo rappresenti un buon segnale, vi è ancora molta strada da fare per rendere il settore più trasparente e regolarizzato.

Il problema non riguarda ovviamente solo questo settore e solo i lavoratori stranieri, ma la forte incidenza di quest’ultimi sulle statistiche lavorative, li rende particolarmente vulnerabili, visto che, per esempio, nel caso di un lavoratore straniero entrano in gioco dinamiche e problematiche aggiuntive rispetto ad un lavoratore italiano. L’immigrato vive sotto la costante minaccia della perdita del permesso di soggiorno, il cui rinnovo è legato proprio al contratto di lavoro a causa della legge Bossi-Fini. Il ruolo assunto da datori di lavoro nei loro confronti è quindi fondamentale, in quanto questi si pongono come unico mezzo di accesso alla cittadinanza, ipotesi sempre molto debole per gli stranieri.

Questa loro condizione di precarietà potrebbe farci erroneamente pensare che essi siano solo degli elementi passivi all’interno di un sistema, che per la sua struttura e le sue pratiche di sfruttamento, li rende incapaci di reagire a difesa dei propri diritti. Ma proprio il caso di Piacenza ci mostra, invece, quanto questa visione sia sbagliata e dettata da un’ideologia paternalistica, per cui tutto quello che l’immigrato riceve una volta arrivato in Italia è aiuto e sostegno, e quindi non avrebbe senso per lui/lei ribellarsi.
Il lavoratore immigrato ha iniziato dunque a percepire lo sciopero nella sua interezza come un azione di soggettivazione e rivendicazione politica contro leggi come la Bossi-Fini, rimettendo in discussione tutte quelle appartenenze già assegnate che relegano l’immigrato ad un ruolo di semplice spettatore che non può fare altro che accontentarsi di mantenere il suo lavoro, per non perdere il diritto di vivere in Italia.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Carolene Nascimento Rocha, origine capoverdiana, nata e vissuta a Napoli si è laureata presso l’Università di Bologna in Sviluppo globale e locale. 26 anni, è animatrice dello sportello di consulenza per migranti presso il dormitorio autogestito “Accoglienza degna” del Là bas.

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