Lavoro e povertà: il fenomeno dei working poors, di Michele Sogari

Lavorare pur rimanendo sotto la soglia della povertà. Ecco la sintesi del “working poors”.
Nelle moderne società capitalistiche, il lavoro è sempre stato considerato l’istituto principale attraverso cui ottenere i mezzi per la propria sussistenza, ottenere status sociale, un’identità, una dignità. Ecco perché l’affrancamento dalla povertà è da sempre collegato con la ricerca di un lavoro, l’inserimento sociale spesso si accompagna a politiche di occupazione, e molte delle politiche attive che si dispiegano in Europa prevedono l’accesso ai benefit a condizione di una attiva ricerca di lavoro.

Occorre però rendere conto di un fenomeno, aggravatosi con l’avvento della crisi finanziaria del 2008 ma che ha radici precedenti, che contrasta nettamente l’idea socialmente accettata del lavoro come assicurazione contro la povertà: i working poors, lavoratori che, nonostante prestino un’attività lavorativa più o meno continuativa, hanno a disposizione un reddito inferiore alla soglia di povertà, portando così il rischio di esclusione sociale.

In riferimento allo studio del CNEL presentato il 1 Luglio 2014 proprio su questa categoria di lavoratori, possiamo notare come la quota di working poors che l’Italia presenta sia sostanzialmente inferiore alla media europea (12,4% risultato dell’Italia contro il 17% dell’UE ed il 14,8% dell’Eurozona, dati aggiornati al 2010). Dal punto di vista quantitativo, si stima comunque che ci siano circa 2,8 milioni di working poors in Italia, di cui poco più di 2 milioni tra i lavoratori dipendenti e circa 750 mila tra i lavoratori autonomi. Il CNEL si focalizza inoltre sulla povertà relativa delle famiglie, dove si sottolinea come le famiglie in cui si percepisce un reddito da lavoro presentino un tasso di povertà maggiore rispetto alla media europea, a causa della scarsa intensità di lavoro ed alla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, debolezze storiche del mercato del lavoro italiano.

Da la Voce dei Senza Voce

Le analisi svolte dalla Commissione identificano due tipologie di fattori influenti rispetto al fenomeno dei working poors: i cambiamenti nel mercato del lavoro da una parte, ed i cambiamenti istituzionali dall’altra. I cambiamenti nel mercato del lavoro riguardano principalmente il cambiamento degli assetti lavorativi e delle tecnologie di lavoro, che portano le aziende a ricercare manodopera altamente qualificata, delocalizzare per contenere i costi del lavoro, senza sottovalutare il ruolo dei movimenti demografici (invecchiamento della popolazione e flussi migratori in primis).
I cambiamenti istituzionali riguardano invece tutte quelle modifiche nelle regolamentazioni del lavoro e dei contratti che hanno portato alla flessibilità dei contratti, riduzione della forza sindacale, riduzione della copertura dei Contratti Collettivi Nazionali, ed in sostanza al peggioramento della qualità dell’occupazione in genere, portando alla polarizzazione tra buoni lavori e cattivi lavori.

Uno studio di Vincenzo Carrieri, pubblicato sull’Italian Journal of Social Policy e focalizzato interamente sui working poors, sottolinea come “[…] il rischio di povertà sia particolarmente alto per le donne […], i cittadini extra Ue e Ue […] per gli individui meno istruiti, gli individui con contratto a tempo determinato, part-time, lavoratori del settore agricolo e per gli individui che lavorano nelle imprese piccole […] Infine, si osserva come il rischio di povertà sia maggiore nelle
zone rurali, al Sud e Isole rispetto al Nord e al Centro […]”, andando a identificare quindi come siano cause perlopiù strutturali o comunque non inerenti la volontà della persona ad influire rispetto l’entrata nella categoria dei working poors.

Per quanto riguarda la dinamica temporale nel ciclo di vita delle persone, lo stesso studio riporta come “Per quanto riguarda il ciclo di vita, ciò che emerge è che il rischio di povertà presenti una relazione convessa con l’età del lavoratore, […] maggiormente concentrato tra i lavoratori in età compresa tra i 15 e i 33 anni e per gli over 60. I primi a causa di salari di ingresso nel mercato del lavoro ben al di sotto della soglia di povertà, anche se in possesso di titoli di studi elevati […] La povertà dei lavoratori over 60 invece è difficilmente inquadrabile, probabilmente imputabile a carriere di lavoro frammentate o a individui che accettano salari bassi da cumulare a redditi da pensione”

Da kalamu.com

Un altro fattore preoccupante che viene sottolineato nello studio di Carreri riguarda la permanenza (nel quinquennio preso in esame) nella condizione di working poor per l’80% dei lavoratori esaminati. I dati del CNEL sottolineano come l’accettazione di bassi salari all’inizio della propria carriera lavorativa rischi di trasformarsi in una “trappola della povertà” per i giovani lavoratori

La presenza dei working poors porta necessariamente alla nascita di un dibattito rispetto alla qualità del lavoro, alla sua valorizzazione e protezione ed alla necessità di trovare una risposta alle esigenze di quelle persone e famiglie che si ritrovano in una situazione di povertà, nonché ad un serio dibattito rispetto alla necessità di stabilire una soglia minima di retribuzione salariale, dal momento che la contrattazione collettiva al momento non sembra in grado di proteggere i lavoratori delle categorie maggiormente esposte al rischio di povertà.

Allo stesso modo il dibattito rispetto alle regolamentazione dei contratti dovrebbe tendere alla ricerca di forme si flessibili, ma che siano in grado di tutelare la prestazione e la qualità della prestazione lavorativa, senza frammentarla e precarizzarla ulteriormente.

Vox Zerocinquantuno n9 aprile 2017


FONTI:

1)http://www.aclifai.it/_documenti/1404462091_Rapporto_Working_Poor_CNEL_1lug2014.pdf

2)http://dottorandi.unipd.it/ilbo/sites/unipd.it.ilbo/files/06Carrieri.pdf

3) http://www.linkiesta.it/it/article/2014/07/05/working-poor-quando-lavorare-non-basta-per-campare/22030/

4) http://www.treccani.it/enciclopedia/working-poors_(Lessico-del-XXI-Secolo)/


 

Michele Sogari è uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna. Le sue aree di interesse riguardano lo studio del mercato del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, nonché lo studio delle disposizioni politiche che regolano questi ambiti.

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