Lavoro e vita a Londra fra insensatezze e minacce, di Riccardo Angiolini

Per coloro che non fossero avvezzi alle grandi realtà urbane l’impatto con Londra non può che mozzare il fiato. È sufficiente vederla avvicinarsi dal finestrino dell’aereo, percorrerla in metro o semplicemente osservarla durante una passeggiata per rendersi conto della sua imponenza. Chi si trova a Londra comprende a pieno il significato di “cosmopolita”, accorgendosi che la città è formata da tanti angoli di mondo rattoppati e cuciti su una stessa grande tela.

In ogni quartiere e strada volti nuovi ed eterogenei, grigio smog ed odori opulenti, sapori sconosciuti, invadenti o che ricordano di sfuggita casa. E fra le linee dello skyline si intreccia la Storia e si diramano i racconti di una signora millenaria, che ha visto ergersi e crollare castelli e dinastie.

Oggi Londra non dorme mai, o per meglio dire non si riposa, talvolta sembra non trovare pace. Fin dalle prime ore dell’alba risuona un trambusto metallico di rotaie stridenti e di camion in moto e, prima ancora di accorgersene, la massa dei lavoratori si riversa nelle stazioni dell’Underground come un fiume in piena.

Uomini in giacca e cravatta con gli auricolari nelle orecchie, donne che si affrettano a raggiungere il binario, munite del necessario per truccarsi tempestivamente sulle vagone. E ancora: impiegati in divisa, operai dai grossi stivali, studenti affannati, spaesati turisti o comuni passanti. La vita londinese incomincia e fluisce lungo l’arteria della città, che si districa in ogni suo estremo.

Mentre ciò accade, l’attività in superficie brulica fra l’asfalto delle strade, il cemento dei palazzi ed il grigio plumbeo del cielo. Autobus, taxi ed automobili si rincorrono come animali in una savana di mattoni, ruggendo ai pedoni più incauti e sfrecciando ai semafori.

È uno spettacolo urbano che si protrae nell’arco dell’intera giornata, dalla mattina fino al tardo pomeriggio. La massa infine, stanca delle fatiche diurne, torna a riversarsi nelle linee della metro o, ancor più di frequente, si concede qualche ora di svago all’interno di uno fra le centinaia di pub. I mezzi di trasporto pubblici rimangono così frequentati fino al crepuscolo, fra camicie sudate e l’aroma amaro del luppolo.

Questo è solo un minuscolo spaccato di Londra, antica e moderna Urbe che ha fatto del lavoro la sua forza, il marchio che la distingue più di qualsiasi attrazione e monumento. E i suoi londinesi, simili a tante formiche di varie forme e dimensioni, fremono e operano senza sosta all’interno del loro mastodontico formicaio.

È dunque questo ciò che dobbiamo aspettarci dalla civilizzazione contemporanea? È forse questo il modello lavorativo a cui dovremo sottostare?

Il ritmo serrato di questa frenetica vita, dal quale noi italiani siamo ancora lontani, difficilmente si adatterebbe alle nostre abitudini e striderebbe col nostro retaggio culturale. La fretta costante, le corse furiose, il pranzo trangugiato in una manciata di minuti: tutte queste sono realtà che non ci appartengono, che non fanno parte del nostro standard quotidiano.

Un salto al bar per quattro chiacchiere ed un caffè, una passeggiata per comprare il giornale, il tempo libero per dedicarsi ad una lettura o per godersi la pace della propria casa sono tutti elementi che rischierebbero di perdersi. Tanti piccoli gesti, usi e piaceri dei quali apprezzeremmo il vero valore soltanto dopo averli persi.

Questo stile di vita prevede un capovolgimento pressoché radicale della più comune filosofia del lavoro. Il concetto di “lavorare per vivere” viene percosso e storpiato, diventando così “vivere per lavorare”. E questa mentalità distorta, agghiacciante ed oppressiva non può che ricordare un modello di repressione distopico simile a quello dell’immaginario letterario di Orwell. Ed è purtroppo il caso di constatare che, al giorno d’oggi, possiamo trovare diverse analogie comuni a quel drammatico “1984”.

Questa frenesia infatti contraddistingue ed accomuna tante grandi metropoli, sia europee che non. Esse rappresentano i centri dell’economia mondiale, della finanza e del commercio, delle innovazioni e delle tendenze culturali. La vita dei loro abitanti deve adattarsi di conseguenza alle esigenze della città stessa per far si che, come un grande ingranaggio, sia sempre ben oliata. Un altro rovesciamento paradossale, dove la “macchina” è timoniera del cittadino, sottomesso e sobbarcato da questo giogo di schiavitù.

È forse questa la minaccia più assurda, più innaturale e tristemente ironica che ci si para innanzi. L’uomo che, mediante il suo operato, si illude di tener ben salde fra le mani le briglie del progresso, senza accorgersi di venir trascinato inesorabilmente verso il baratro.

L’uomo che, ancora una volta, soffoca il proprio desiderio di felicità per servire, volente o nolente, le proprie assurde creazioni. Potere e denaro corrompono infine il nucleo della sua stessa vita, facendolo annaspare ogni giorno di più, trasformando ogni sorriso in un ghigno laconico.

L’influenza di queste entità intrusive non può che affliggerlo, mortificarlo, condannarlo a vivere in un circolo malsano da cui sembrano non esserci vie d’uscita.

Osservando i visi delle persone sulla metro affollata tornano alla mente alcuni celebri versi poetici, scritti da William Blake più di tre secoli fa. E rileggendo le parole che l’autore britannico utilizza per descrivere la città, sorge timidamente una tetra domanda. Chissà che non sia un’eterna maledizione, per questa Londra, di essere così infelice.

E ritrovo, in ogni viso che incontro

Segni di debolezza, segni di dolore”

(William Blake, “London”, 1794)

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018


In copertina foto da National geografic

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