Le braci di Sandor Marai. Recensione di Chiara Di Tommaso.

 

Due uomini, seduti l’uno di fronte all’altro, accanto ad un caminetto acceso. Due volti rigati dal tempo, occhi stanchi, capelli bianchi. Due corpi svuotati, in un castello enorme, freddo e deserto, sperduto in mezzo ai boschi ungheresi ai piedi dei Carpazi. Due vecchi, ma tre poltrone attorno al fuoco. È in questo luogo che Sàndor Màrai trascina il lettore nel suo romanzo Le braci.

Pochi elementi essenziali, pochi luoghi e pochi personaggi, riescono a incollare alle pagine del libro il lettore in maniera ipnotica. Un incontro e un dialogo durato una notte, ricostruiscono la storia di due vite intrecciate indissolubilmente, profondamente: le loro. Un incontro che avviene dopo quarantuno anni di lontananza, di distacco, di silenzio. Un dialogo che diventa un monologo di Henrik, ricco ex-generale, proprietario del castello, che si interroga ed espone all’amico le sue riflessioni, accumulate in tutti quegli anni di solitudine.

Poco per volta, tassello dopo tassello, si materializza attraverso le loro parole la storia di una amicizia senza pari né simili, tra due bambini, due ragazzi, due giovani uomini. Il passato riemerge gradualmente, torbido, sconnesso, a tratti incomprensibile e pieno di contraddizioni.

Konrad, polacco di origini umili, ex militare ma artista nell’animo, resta in ascolto, con lo sguardo perso, ed interviene solo quando gli viene posta una domanda. Il loro primo incontro, da ragazzini era avvenuto all’Accademia militare, e li aveva resi inseparabili. Avevano condiviso ogni cosa, ogni istante, ogni respiro. Erano cresciuti insieme, uniti da un legame singolare. La gente parlava di loro come di un’unica persona, dove c’era l’uno si sarebbe sempre trovato anche l’altro. Eppure alcune differenze profonde li avevano accompagnati fin dall’inizio: Henrik un soldato fino al midollo, sicuro di sé, fedele ai suoi principi e doveri; Konrad, un pianista mascherato con la divisa, misterioso e introverso. Il primo poteva avere ogni cosa, il secondo aveva visto vendere i mobili dei suoi genitori per pagargli la retta dell’Istituto. Ma tutto questo non sembrava aver mai avuto importanza per loro.

E poi era arrivata Kristina, la donna che occupava la terza poltrona, ora rimasta vuota, la moglie di Henrik che si era aggiunta al duo diventandone elemento fondante e imprescindibile. Così erano diventati in tre ad essere partecipi di quell’amicizia speciale ed esclusiva. Ma da quei tempi felici e leggeri, sono passati quarantuno anni. Henrik e Konrad hanno più di settant’anni, Kristina è morta, e il tempo è passato veloce senza alcuna pietà dei due uomini. L’uno è rimasto immobile, solo, nella sua tenuta, l’altro è andato dall’altra parte del mondo, solo, in Estremo Oriente. Nessuno dei due ha mai avuto notizie dell’altro, per decenni non hanno saputo nemmeno se l’altro fosse ancora in vita. Ma sono rimasti vivi, proprio perché aspettavano il momento in cui si sarebbero rincontrati.

“Sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché non potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste tra te e me possiede una forza singolare. Ti costringe a vivere…”. Ed è proprio il segreto, di cui parla Henrik, ad essere l’origine di ogni cosa, della loro amicizia, della loro separazione, del romanzo stesso.

Il lettore non può far altro che scorrere le pagine, una dopo l’altra, sempre più veloce, mentre la tensione sale e piano piano inizia a capire. E mentre i dettagli affiorano uno per volta, i racconti e le immagini così definiti di un passato lontano si fanno spazio, si mescolano e si sovrappongono, lettori e protagonisti diventano un’unica cosa e si rendono conto all’unisono del significato di quell’incontro, di quel dialogo, di quella amicizia.

La voce profonda e saggia di Henrik non solo guida chi ascolta nei meandri del tempo, ma fa riflettere su temi essenziali ed eterni, che appartengono a quei due uomini di inizio Novecento quanto a noi oggi. La vita, l’amicizia, l’amore, la giovinezza e la vecchiaia, il rapporto con i genitori e con sé stessi, il valore dei ricordi e del tempo presente. Tutto prende forma con le sue parole, che sembrano davvero il frutto di quarantun anni di riflessione e solitudine. Parole profondamente vere che rimangono impresse nella mente come i segni di braci ardenti sulla pelle.

Vox Zerocinquantuno n.36 agosto 2019

Foto: adelphi.it

 

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