Le parole in gioco di Stefano Bartezzaghi. Recensione di Maria Laura Giolivo

Università di Bologna, primi anni ottanta: un gruppo di studenti particolarmente promettenti passa le serate a giocare con le parole. Un gioco particolarmente li coinvolge al punto da tenerli svegli tutta la notte a spremersi le meningi: cercare parole che contengano due vocali (semplicissimo: mano), che ne contengano tre (facile: ciao), che ne contengano quattro (niente di complicato: bottiglia) e infine che le contengano tutte e cinque (nulla d’impossibile: aiuola). Troppo semplice per chiunque figurarsi per loro. Pensano, allora, di complicare il giochetto aggiungendo delle piccole regole: cercare parole con vocali tutte diverse. E quindi riutilizzano mano per le due vocali, così come ciao per tre vocali, ma bottiglia per le quattro vocali chiaramente non va più bene (si ripete la i) quindi pensano a qualcosa di simile a giullare, e per la parola con cinque vocali? Il classico “sempreverde”: sequoia. È sicuramente già un bel esercizio mentale ma ancora non sono pienamente soddisfatti quindi perché non aumentare la difficoltà cercando parole con le vocali diverse e in fila nell’ordine che tutti conosciamo di a-e-i-o-u?
La parola di 5 vocali diverse e in ordine esiste (o forse no), ma sta a voi trovarla, buon divertimento!
È esattamente questo il divertimento, misto a tecnicismo semiotico, che troverete nel libro di Stefano Bartezzaghi che, come avrete già intuito, faceva parte del gruppo dei cinque ingegnosi studenti della Bologna di 30 anni fa. L’episodio appena raccontato esplicita i concetti di gioco, divertimento e regole condivise che compariranno spesso nella lettura del testo.

L’autore alla presentazione di Bologna (Ambasciatori librerie coop)

Il fatto che abbia scritto un libro serissimo, come chiaramente si deduce dal tecnico sottotitolo “Per una semiotica del gioco linguistico”, ma allo stesso che diverte il lettore con cui gioca durante tutto il percorso, è quello che più sorprende del lavoro dell’autore. “Parole in gioco” viene dopo tanti scritti di giochi compiuti con i lettori di La Stampa Libri, il venerdì di Repubblica e della rivista Golem. Molte parti del testo sono state prese direttamente dalla stessa tesi di Bartezzaghi “Sistemica dell’ambiguità”e altre parti invece sono il frutto di saggi e Festival letterari.
Anche senza la precisa volontà dello scrittore, il libro si presenta diviso in tre parti: i primi due capitoli sono una grande introduzione ai temi della parola e del gioco nonché dei giocatori. Il terzo e il quarto invece sono meno discorsivi, lo scrittore cerca di fare il quadro della situazione prendendo in considerazione alcuni fenomeni come l’invenzione linguistica e gli schemi enigmistici, elencando alcuni principi di base. Per una semiotica dei giochi linguistici e Il gioco dell’ambiguità sono i veri e propri capitoli teorici dove chi è totalmente digiuno di semiotica entrerà in difficoltà nonostante lo sforzo notevole dello scrittore di rendere i concetti il più accessibili possibile.

Ogni Paese ha i propri giochi linguistici che si adattano alla lingua parlata. Per esempio l’Italia è l’unico paese che ha nel proprio vocabolario la parola enigmistica: questo ha a che fare con la tradizione scritta e letteraria della lingua italiana. Il nostro sistema alfabetico è molto simile al sistema fonetico e ciò rende la creazione dei giochi più semplice che in altre lingue. È chissà se, in un periodo così difficile per la nostra lingua che registra un grave impoverimento del vocabolario, giocare con le parole non possa essere un rimedio salutare. Facebook, WhatsApp e i social netwok in generale, infatti, usati e forse abusati ormai da tutte le fasce d’età, impongono un linguaggio sintetico ed immediato caratterizzato da abbreviazioni, a volte addirittura amputazioni, delle parole. La strada giusta per riavvicinare gli Italiani alla ricchezza del nostro vocabolario può essere proprio quella che traccia Stefano Bartezzaghi con il suo libro e con i suoi dotti e divertenti giochi. Lui stesso in verità ammette che senza l’intuizione di Umberto Eco, grande compagno di studi della sua vita, non avrebbe mai potuto neanche immaginare possibile “impiegare gli strumenti della semiotica su una materia tanto frivola e volatile” come il gioco delle parole.

Questo è un libro che non si finisce mai di leggere, svolge la funzione di un’enciclopedia da consultare nel momento del bisogno e da chiunque: semiotici, poeti, filosofi del linguaggio…. Un libro da tenere sempre a portata di mano.

Vox Zerocinquantuno n 15, ottobre 2017

(58)

Share

Lascia un commento