“Le sette morti di Evelyn Hardcastle”di Stuart Turton, recensione di Matteo Scannavini

È solo il primo romanzo per Stuart Turton, ma ha già conquistato un successo internazionale, testimoniato dalla traduzione in 28 paesi e dal primo premio Costa per il Miglior Debutto nel 2018. Si tratta de Le sette morti di Evelyn Hardcastle (edizione italiana Neri Pozza), un coinvolgente e intricato thriller, figlio diretto e al tempo stesso innovatore della nobile tradizione di gialli inglesi.

Blackheath House è la maestosa dimora di campagna della famiglia nobile Hardcastle, dove sta per aver luogo un ballo in maschera tra esponenti dell’alta società. Questi sono i primi riferimenti dati al lettore, attraverso la mappa dell’enorme tenuta e l’invito ufficiale all’evento, posti in apertura in apertura del libro. Una volta introdotto all’ambiente, il lettore viene scaraventato nel completo smarrimento attraverso l’immedesimazione in Aiden Bishop, il detective della storia, che si risveglia in uno stato di totale amnesia nel corpo di uno degli invitati al ballo. Da qui si sviluppa un trascinante e diabolico rompicapo, in cui il lettore condivide il disorientato sguardo di un protagonista che, senza ricordare il proprio passato, si trova imprigionato nella risoluzione dell’omicidio di Evelyn Hardcastle, giovane figlia della famiglia nobile: ogni mattina, il detective si risveglia nel corpo di un ospite diverso del ballo e, alle 11 di sera, rivede il puntuale compiersi del delitto. Costretto a rivivere con differenti sguardi lo stesso ripetuto giorno, Aiden non sarà libero da Blackheath House finché non avrà messo luce sul mistero. Lo stesso vale per il pubblico, sfidato alla risoluzione dell’intricatissimo gioco del burattinaio Turton. “Sta a te battermi, lettore” – ha dichiarato l’autore alla presentazione del libro a Bologna – “Se vinci io sono la persona più felice del mondo”.

L’enorme e usurata casa aristocratica di campagna in funzione di teatro dell’indagine si richiama fortemente alle ambientazioni chiuse di Agatha Christie, di cui Turton ha divorato tutti i romanzi tra gli 8 e i 10 anni. È grazie a questo incontro letterario d’infanzia, che l’autore ha infatti deciso di realizzare il proprio giallo, un progetto che per svilupparsi si è distribuito lungo 12 anni della sua vita. Come racconta Turton, le prime bozze erano pessime e solo tardivamente, mentre viaggiava in aereo guardando un film scadente e mangiando cibo preconfezionato, fu travolto dalla geniale intuizionesu cui sviluppare la complessa architettura della trama. Consapevole di non potere eguagliare i risultati di un mostro sacro come Agatha Christie, Stuart Turton ha comunque realizzato un romanzo unico e originale, che intreccia all’antica tradizione del giallo inglese elementi contemporanei di film come Ricomincio da capo e Gosford Park.

Nelle intenzioni dell’autore, Le sette morti di Evelyn Hardcastle rappresenta una lettura di puro intrattenimento. Eppure, forse per la laurea in filosofia di Turton, il giallo riesce a toccare anche tematiche e riflessioni di spessore, come l’imprigionarsi dell’uomo nella propria memoria e la conoscenza di se stessi attraverso lo sguardo altrui. “Se improvvisamente scordassimo tutto il nostro passato e dovessimo affidarci agli altri per ricostruire la nostra identità, saremmo fieri di ciò che sentiremmo?” una domanda indubbiamente stimolante, trasmessa da un libro che, come riconosce l’autore inglese, non nasce per essere “filosofico”.

Le sette morti Evelyn Hardcastle si pone dunque come un enigma riccamente stratificato, che richiede pazienza, memoria e attenzione da parte del lettore. Su un totale di quasi 500 pagine, lo scoraggiante senso di smarrimento domina per quasi metà libro, ma viene a tempo debito appagato dal trionfale giubilo della rivelazione. Il debutto alla letteratura di Stuart Turton, un cittadino del mondo che vissuto in viaggio svolgendo diversi lavori tra Shangai, Dubai, Darwin e Londra, è destinato a dividere il pubblico, tra chi si stufa dell’eccessiva articolazione del mistero e chi si lascia assorbire dalla spirale del suo trascinante gioco. Provare per scegliere.

Vox Zerocinquantuno, 21 novembre 2019

Foto: Matteo Scannavini – Vox Reading

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