L’eredità del sociologo Bauman nella nuova interpretazione dell’Olocausto, di Danilo Iannazzo

Il 9 gennaio, si è spento Zygmunt Bauman, classe 1925; intellettuale di natali polacchi e dna ebreo, uno dei padri del pensiero contemporaneo. Ha scritto una settantina di libri dove capitalismo, globalizzazione, identità ed etica costituiscono i temi attorno ai quali sono stati ridefiniti i contorni della società contemporanea con tutte le sue criticità e inconsce drammaticità. E’ anche l’autore di “Modernità e Olocausto”, testo che riassume il rapporto che il mondo di oggi conserva con l’Olocausto in una nuova visione che rende la modernità, intesa come sviluppo burocratico e razionale, motore dell’Olocausto sottolineando come fu la cecità della burocrazia moderna a rendere possibile lo sterminio, definito dall’autore come un veleno mai debellato che circola ancora nelle vene della nostra società.

Nella lettura emerge la consapevolezza del sociologo della mancanza di una traduzione di tale tragedia umana trattata troppo spesso superficialmente. L’autore sostiene che anche la sociologia spesso si sia accontentata di spiegazioni superficiali e approssimative considerando l’Olocausto come uno dei vari episodi di conflitto e di aggressioni verificatisi nell’arco della storia umana. E’ evidente che tale approccio fosse del tutto marginale e quindi insufficiente per Bauman perché non fornirebbe spiegazioni né permetterebbe di acquisire una coscienza reale di cosa sia l’Olocausto e di come e perché esso si sia generato. Ed ecco che il sociologo passa in rassegna le ragioni della sua origine rinunciando all’analisi dell’evento letto in chiave esclusivamente antisemita. Nella prefazione lo stesso autore sottolinea come non si possa parlare di Olocausto considerandolo un incidente di percorso, una barbara ma temporanea deviazione dalla strada maestra della civilizzazione.

(Foto da Il Mulino)


La tesi di fondo sostenuta è di come gli aspetti di razionalizzazione e burocratizzazione della civiltà occidentale, già sostenuti dal sociologo Weber, abbiano costruito le condizioni necessarie del genocidio nazista. In termini più concreti l’analisi si è concentrata su un aspetto che per certi versi sembra rovesciare il rapporto tra i soggetti della tragedia. Invece di intraprendere una ricerca partendo dalle testimonianze dirette di chi ha vissuto l’Olocausto, Bauman sceglie di concentrare la sua indagine prevalentemente su documenti nazisti per specificare il lavoro della grande macchina burocratica tedesca ed europea. Questa è proprio la nuova chiave di lettura della tragedia; un’intuizione che sottolinea come l’origine dell’Olocausto sia da attribuire proprio alla modernità, alla grande macchina burocratica della Germania e dell’Europa. La frammentazione dei compiti in un Europa così civilmente avanzata ha fatto sì che nella guerra degli alleati contro i nazisti le nazioni democratiche, a causa della crisi economica e alimentare, non fossero in grado di accogliere gli ebrei in fuga; il Vaticano, invece, aveva la necessità di difendere le proprie chiese e i propri conventi dalla furia hitleriana, così come la croce rossa internazionale doveva tutelare i militari internati più che occuparsi della salvezza degli ebrei.

Questi sono solo alcuni esempi, forniti dal sociologo, della cecità burocratica e politica intrisa di modernità che provocò, nei fatti, l’abbandono degli ebrei a se stessi e che fanno emergere di come proprio la modernità sia stato il motore degli eventi. Le conseguenze di tali affermazioni sono costate al sociologo molte critiche ed egli stesso volle specificare in una sua intervista che la burocratizzazione e la razionalità strumentale da sole non potevano bastare per creare la disumana tragedia, ma sicuramente hanno avuto un ruolo al di là della pazzia collettiva. Ammettendo dunque vere tali ipotesi le conclusioni si presentano disastrose. Bauman stesso ha affermato che la distruzione di massa degli ebrei non fu solo una forma estrema di antagonismo e di oppressione o di odio collettivo. L’antisemitismo, continua il sociologo, da solo, nella storia, non avrebbe mai portato a simili tragedie e quando si giunge all’omicidio di massa, a causa della frammentazione dei compiti che si differenziano e si articolano in varie istituzioni e burocrazie pubbliche e private, le vittime si ritrovano sole.

La nuova chiave di lettura data all’Olocausto sembra essere forse peggiore dell’ipotesi semplicistica legata al culto della razza e all’antisemitismo; bisognerà ammettere che le colpe siano da attribuire alle diverse nazioni così civilizzate e moderne da aver perso l’orientamento umano. Ricordare l’olocausto diventa quindi indispensabile. Non è solo il tributo alle milioni di vittime ma è il modo per interrogare l’agire dell’uomo davanti ai nuovi genocidi.
Ma la storia si è già ripetuta e la memoria ha già dimenticato. Sotto gli occhi delle democrazie occidentali si consumano le tragedie più grandi e lo stesso autore ricorda di come il mondo abbia rivissuto nell’indifferenza un’altra esperienza intrisa dello stesso odio interetnico che ha caratterizzato l’Olocausto, il genocidio in Ruanda appena una decina di anni fa.

Vox Zerocinquantuno n 7, febbraio 2017


Danilo Iannazzo, giornalista pubblicista dal luglio del 2009. Ha collaborato presso il “Giornale di Sicilia” e ha avuto esperienze con emittenti televisive e radiofoniche. Laureato magistrale in giornalismo e laureato magistrale in Storia e Filosofia. Attualmente docente in diversi licei.

(88)

Share

Lascia un commento