L’estetica del lavoro: la nuova mostra inaugurata al Mast. Di Chiara Di Tommaso

 

“La moda, che psicologicamente rispecchia la vita quotidiana, le abitudini, il gusto estetico, cede il passo ad un abbigliamento concepito per agire in svariati ambiti professionali e svolgere una determinata azione sociale”. Queste parole dell’artista Varvara Stepanova in un suo saggio del 1923 sembrano cogliere appieno il senso della nuova mostra fotografica allestita al MAST di Bologna, riferendosi a tutti i concetti chiave che la costituiscono: quotidianità, moda, estetica, ambito professionale, azione sociale. Si tratta di una doppia esposizione, due progetti paralleli ed indipendenti, accumunati dalla riflessione sul mondo del lavoro e sul messaggio che l’immagine del lavoratore e del suo contesto è in grado di trasmettere. Il progetto “UNIFORM INTO THE WORK/ OUT OF THE WORK”, a cura di Urs Stahel, è stato inaugurato il 25 Gennaio e sarà aperto al pubblico per visite gratuite fino al 3 Maggio, dando ai cittadini e ai turisti l’ennesima occasione di arricchimento culturale e formazione, dopo l’ultima mostra “Anthropocene”, da poco conclusasi con molto successo.

Come suggerisce il titolo, questa volta il protagonista è il lavoratore, di ogni genere, di ogni classe sociale, in ogni tempo e in ogni luogo. Ritratto nella sua quotidianità, durante un momento di riposo o nel pieno dell’attività, con l’abbigliamento che lo caratterizza, gli oggetti che sta usando e gli spazi in cui si muove, in modo estremamente realistico e diretto. La prima delle due esposizioni, allestita nella PhotoGallery, si concentra proprio sul racconto della divisa, l’uniforme, l’abito da lavoro, e raccoglie gli scatti sia a colori che in bianco e nero di 44 fotografi di tutto il mondo, sia contemporanei che storici, tra cui Walker Evans, Arno Fischer, August Sander, Paola Agosti, Sonja Braas, Song Chao, Hans Danuser, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado. Il visitatore viene trasportato incondizionatamente in un viaggio che è sia spaziale che temporale, accompagnato dai capolavori di artisti stilisticamente anche molto diversi tra loro. Tutti sono rappresentati, dagli scaricatori di carbone nel porto dell’Avana alle operaie della Fiat, dai minatori cinesi ai negozianti svizzeri, infermieri, dirigenti, macellai, contadini, artisti, hostess, operai nei pozzi petroliferi e nelle fabbriche tessili. Così si alternano camici, grembiuli, tute da lavoro, guantoni, cravatte e tailleur, con un gioco efficacie e interessante fondato sulla contrapposizione tra colletti blu e colletti bianchi, due mondi che storicamente sono sempre stati separati, diversi e distinti, ma che in questa opera artistica collettiva si fondono e confondono armoniosamente, pur mantenendo le differenze e le distanze che li contraddistinguono. Allo stesso tempo i volti degli individui si mischiano con gli oggetti e gli abiti che indossano, la persona e la cosa si combattono e alla fine condividono l’attenzione dell’osservatore, spartendosi la scena. Le macchie sui grembiuli e le camice immacolate, conquistano la stessa importanza e centralità dei corpi stanchi e ammaccati, delle posture ingessate, dei capelli pettinati e degli sguardi stanchi o concentrati.

La seconda mostra è invece monografica ed opera dell’artista americano Walead Beshty, è stata allestita nella Gallery/Foyer con il titolo “Ritratti Industriali” e raccoglie 364 fotografie. Queste sono state suddivise in sette gruppi tematici: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, altri professionisti, direttori e operatori museali. Come si intuisce dalle categorie appena elencate, l’autore si concentra su un particolare ambito lavorativo: il settore artistico. La riflessione cuore della sua ricerca consiste nell’analizzare la natura innata anti conformista di chi lavora nel mercato dell’arte, che si esprime anche attraverso l’abbigliamento, ma che poi diventa in realtà, proprio per questa comune tendenza a differenziarsi, anch’essa uniforme e standardizzata. Come suggerisce il titolo della mostra, chi vorrebbe essere e apparire unico ed originale, risulta in realtà, se visto nell’insieme, quasi un prodotto in serie, dipendente e inevitabilmente legato al contesto in cui opera. Allo stesso tempo l’artista vuole raccontare la complessità dell’industria dell’arte e degli attori che vi partecipano dal di dentro, in quanto lui stesso ne è parte. “L’arte ha il potere di rendere democratica l’estetica e di ripensare la produzione artistica come qualcosa di comune, accessibile a tutti e non gerarchica” spiega Beshty, svelando quella che è la sua personale visione del mondo dell’arte e del suo ruolo nella società.

Ed è proprio la riflessione sociale ad unire le due mostre profondamente e ad esprimere il vero obiettivo dell’intero progetto. Attraverso le immagini, i volti, gli abiti dei lavoratori ci si chiede quale siano le differenze, quali le similitudini, si è portati ad interrogarsi sulle disuguaglianze, sui pregiudizi e i luoghi comuni, sul significato dell’apparenza e dell’essenza, e soprattutto sul rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, tra l’individuo e il gruppo sociale a cui appartiene, tra la divisa e la persona che sceglie, deve o si trova ad indossarla.

 

Vox Zerocinquantuno, 27 gennaio 2020

 

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