Liberi di litigare, di Matteo Scannavini

25 aprile 1945. Una voce alla radio proclama. “Cittadini. Lavoratori. Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi al dilemma: arrendersi o perire.” Sono le parole del partigiano e futuro presidente della repubblica Sandro Pertini che fomenta la Resistenza e segna l’inizio della ritirata da Milano di soldati nazisti e fascisti. Quella stessa sera Mussolini abbandona la città per dirigersi verso Como in un disperato tentativo di fuga fermato nei giorni successivi con l’arresto, la fucilazione e il ben noto scempio del cadavere. Nei primi di maggio l’Italia vede terminare definitivamente la guerra. L’anno seguente, il governo provvisorio de Gasperi decide di rendere quel 25 aprile Festa della Liberazione, che, nel maggio del ’49, viene approvato dal parlamento come giorno festivo nazionale: a partire da quel momento l’organico storico di quel 25 aprile assume un ruolo superiore nelle pagine del calendario civile della Storia italiana, diviene festa istituzionalizzata, pezzo della memoria nazionale condivisa e simbolo della conquista di libertà. Così, oltre 70 rivoluzioni terrestri dopo, mi ritrovo ad ascoltare in più versioni l’intramontabile Bella Ciao a Montesole, una delle tante località italiane dove, in modi diversi, sta avendo espressione il ricordo collettivo di quegli eventi.

L’atmosfera in quello che un tempo fu teatro degli orrori della guerra è ora delle più serene ed ispiratrici: in quei prati dove fu consumato il massacro di civili, vi sono ora migliaia di persone a godersi il sole in compagnia: bambini che giocano e si rincorrono, grigliate i cui profumi sono sparsi dal vento, cani che passeggiano in giro curiosi, frisbee che volano, giovani che amoreggiano sdraiati sui teli. È un popolo che si gode un giorno libero. I vestiti sgargianti e svolazzanti producono una macchia di colore che si mescola con l’erba, brillante per la luce del sole che pare aver scelto di partecipare attivamente alla festa. In questa variopinta macchia spiccano maglie scarlatte, sia, ovviamente, della Brigata Stella Rossa, la brigata Garibaldi locale capitanata dal partigiano Lupo, sia per l’immancabile presenza delle t-shirt col volto del Che.

Il parco di Monte Sole (Foto Matteo Scannavini)

Di fatto nell’aria, insieme all’odore di salsiccia grigliata, si respira un’appartenenza diffusa alla sinistra, quella ripetuta “parola strana” che persino Michele Serra, che ne è campione giornalistico nonché abile comunicatore, ha ammesso di non saper definire nel suo ultimo libro. Ascoltando molti dei discorsi fatti sul palco, consolido infatti l’idea che l’appartenenza a questa vasta categoria politica sia sempre più vaga e confusa, come lo sono i riciclati luoghi comuni che sento declamare; il rapper di turno canta “Sono stufo di questo stato, non ci protegge, fa solo ciò che vuole” oppure “Un’unica risposta: potere popolare!”. E ancora, altri relatori: “Una cosa sempre la possiamo fare: rimanere ribelli” e “Ricordate ragazzi: è sempre tempo di Resistenza”. Esempi come questi di retorica nostalgica da compagni, che al netto dei fatti vivono quotidianamente gli stessi agi e vizi da neoliberisti del resto della società, mi risultano in qualche modo fastidiosi. Non solo per l’inconsistenza da pseudo rivoluzionari nostalgici di un’ideologia comunista crollata, ma anche perché la percezione della giornata della liberazione come festa dei valori di sinistra è segno di una distorsione storica della natura della Resistenza: la battaglia contro il fascismo è stata sostenuta da un coro di differenti voci tra cui sì comunisti e socialisti, ma anche liberali, democristiani, membri del partito d’azione e pure da brigate autonome, che per scelta non volevano identificarsi in nessuno colore politico. Voci talvolta opposte dunque, ma accordate sulla stessa nota: la democrazia.

Perciò, nonostante l’atmosfera allegra da scampagnata, torno da Montesole con una certa perplessità e mi interrogo sul senso di quelle celebrazioni dalla retorica stucchevole. Ho sentito più volte usare l’espressione “memoria attiva” eppure non ne colgo il significato concreto, né nelle celebrazioni tanto meno nella vita quotidiana: in cosa saremmo oggi attivi, ribelli e resistenti rispetto alla giusta lotta per cui si sono immolati i partigiani, il cui ricordo si fa sempre più lontano dalla mia e dalle prossime generazioni? Cosa stiamo facendo di questo ricordo? L’ennesima occasione di polemiche sembrerebbe, almeno così sembra leggendo le notizie in giro per l’Italia.

A Bologna ad esempio, il discorso tenuto in piazza Nettuno dalla presidente Anpi Anna Cocchi ha generato uno scandalo con la comunità ebraica: il rabbino capo Sermoneta ha lasciato con anticipo la piazza, irritato dalle dichiarazioni della Cocchi interpretate come filopalestinesi e dalla mancata citazione del ruolo della brigate ebraiche nella resistenza. Continuando, a Firenze, scontri tra polizia e un gruppo 150 manifestanti antifascisti, bloccati dal penetrare in piazza Santa Croce con l’intento di interrompere il discorso di Renzi: 4 arrestati, ora scarcerati e in attesa di processo e accuse di eccessivo uso di violenza delle forze dell’ordine. A Macerata poi, teatro di tragiche vicende e polemiche nella recente cronaca d’Italia, è andato in scena il peggio del peggio: per iniziativa dei centri sociali è stata realizzata una pignatta “antifascista”, ovvero un fantoccio del duce appeso a testa in giù e fatto prendere a mazzate dai bambini, che sfasciandogli la testa ottenevano le caramelle. I più masochisti di voi, possono trovare i video del vivace dibattito, definito al limito dello scontro fisico, che n’è seguito tra Alessandra Mussolini e Romano Carancini, sindaco della città. C’è stato inoltre chi si è lamentato dell’oblio collettivo in cui le vicende storiche del 25 aprile stanno sprofondando, soprattutto nei giovani che ormai non conoscono più la storia d’Italia; l’accusato principale è il servizio di trasmissione pubblico, colpevole per la mancata presentazione di temi inerenti alla festa in prima serata sui principali canali Rai. Questa festa della liberazione è stata inoltre occasione per Salvini, che ha snobbato ogni forma di celebrazione perché ritenuta “troppo rossa” (vedi sopra), di ricordare all’Italia, attraverso un post in cui condivideva un articolo sugli assassini nigeriani di Pamela Mastropietro, da chi deve veramente essere liberata. Infine, insieme a tutto il resto, lo sfortunato ricovero d’urgenza di Napolitano, commentato, insieme ai numerosi auguri e dichiarazioni di sostegno, anche dai feroci insulti delle solite iene della comunità web, gioenti delle sofferenze dell’ex presidente.

Sì, l’Italia il 25 aprile 2018 è stata anche questo. Senza entrare nel merito delle questioni sopracitate, che in gran parte si commentano da sole, questi episodi non sono altro che chiari esempi di quello che l’Italia è ogni giorno, granelli di un polverone caotico, litigioso, in cui possiamo vedere da ogni rete, sito, canale o giornale tutti darsi addosso, affermando tutto e il suo contrario in una perpetua dialettica, non proprio marxiana, in cui l’unico punto fermo per ora resta l’assenza di un nuovo governo. Si potrebbe pensare che qualche partigiano caduto non sarebbe troppo sorridente dovesse osservare questo scenario dalla tomba. Eppure è la Repubblica italiana, e ogni dibattito che ne esiste all’interno non è che l’espressione, talvolta grottesca, di libertà di pensiero e di parola. Anche questo articolo, nel piccolo numero di lettori che raggiungerà, ne è un esempio.

In tutte le sue imperfezioni, crisi di valori, istituzionali, economiche, immobilità dell’azione politica e limiti del sistema di rappresentanza, persino nell’ambiguità irrisolta del significato di democrazia, che si proclama potere di tutti ma si configura solo come diritto della maggioranza (senza nemmeno avere una legge elettorale che premi una maggioranza), noi cittadini italiani viviamo comunque più liberi in questa repubblica che in un regime, che esisteva meno di un secolo fa. E per non dare per scontato i diritti che abbiamo guadagnato, tutto ciò che possiamo dire e fare e ricevere, dobbiamo ricordarne l’origine, il costo umano, le tenebre di un ventennio con cui non abbiamo definitivamente chiuso i conti.

Questo è il 25 aprile che dobbiamo festeggiare: un ricordo maturo, relazionato al presente, consapevole di un pezzo della nostra storia che non ci permette, per una volta, di abusare del luogo comune “era meglio prima”. E non sarà l’iniziativa particolarmente brillante di un sindaco a valorizzare la festa della liberazione, ma le nostre azioni individuali, il 25 aprile come ogni giorno dell’anno.

In copertina la foto della pignatta antifascista del corpo di Mussolini appeso a testa in giù (foto da Google)

Vox Zerocinquantuno n.22, Maggio 2018


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

(31)

Share

Lascia un commento