Game Change: l’incredibile campagna elettorale di Sarah Palin, di Alessandro Romano

Il senatore Barack Obama, candidato del Partito Democratico, è dato in vantaggio su tutti i sondaggi. Nonostante l’autorevolezza e il sostegno diffuso tra le forze repubblicane, il senatore John McCain rappresenta un’immagine “vecchia” della politica. La controparte democratica pare essere troppo energica, dirompente e al passo coi tempi. Perfettamente integrata in una realtà dinamica e “social”, capace di interagire coi media, con un carisma da star e una dimestichezza del mezzo, sia televisivo che multimediale, da esperto navigato.

Lo staff di McCain, per colmare il gap “mediatico” cerca una figura da affiancare al senatore, in modo da poter reggere il confronto con il giovane senatore dell’Illinois.
Dopo diversi tentativi e selezioni, Steve Schmidt (Woody Harrelson) e Rick Davis (Peter MacNicol) rimangono stregati dall’intervista della giovane governatrice dell’Alaska, tale Sarah Palin, intenta a spiegare l’importanza delle energie rinnovabili.

Senza effettuare controlli e ricerche approfondite – data l’urgenza nel riguadagnar terreno -, decidono di lanciare nell’arena elettorale questa giovane madre di famiglia, combattiva e carismatica.

Ben presto devono però constare una preparazione e una cultura generale inadeguata al ruolo richiesto. A sette anni dall’attentato alle torri gemelle, la potenziale vicepresidente degli Stati Uniti, è convinta che ad ordinare l’attentato sia stato Saddam Hussein, arrivando a infervorarsi quando le “precisano” che si tratta di Al Qaeda. Dimostrando nessuna preparazione in tema di politica estera, è convinta, nell’incontro con il governo britannico, di dover interagire con la regina in persona, ignara dell’esistenza di un primo ministro (all’epoca Gordon Brown) e del suo ruolo politico.
In America sono rimaste famose alcune sue interviste, con risposte improvvisate e del tutto improprie; storica quella riguardante i rapporti con la Russia, in cui, non avendo argomenti si limitò a rispondere: ”Li ritengo i nostri vicini, si può praticamente vedere la Russia, dalla terra, qui in Alaska…”. La satira d’oltreoceano ha potuto attingere a piene mani e produrre gag infinite sulle apparizioni televisive della candidata repubblicana.

Il film in questione Game Change (2012), riproduce fedelmente i mesi della campagna presidenziale e gli sforzi dello staff nel rendere la Palin un candidato convincente e capace di aiutare McCain a risalire negli indici di gradimento. Così, oltre a riprodurre fedelmente le interviste, le gaffe, gli scontri interni, ci insegna che cosa possano fare impegno e determinazione e come sia possibile cambiare improvvisamente le carte in tavola, capovolgendo situazioni che paiono dall’esito certo. Vediamo quindi la Palin riuscire a restituire un’immagine diversa di se stessa, ma soprattutto vediamo l’enorme sforzo dello staff affinché lei possa vincere i confronti televisivi ed essere preparata alle domande più scomode che le vengono formulate.

In una cavalcata senza respiro, la protagonista passa da una situazione drastica ad una risalita incredibile nel consenso, tale da riaprire la partita presidenziale proprio a pochi giorni dalle elezioni il cui esito è ormai storia. Obama diventerà il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, ma il senatore McCain sarà soddisfatto degli sforzi della sua alleata, rivolgendole pubblicamente la propria gratitudine.

Julienne More, nei panni della protagonista, è semplicemente perfetta, una bravura disarmane al servizio dello spettatore. A capo dello staff, c’è Woody Harrelson, in un insolito ruolo da intellettuale ma risulta anch’egli azzeccatissimo, restituendo perfettamente le tensioni e le preoccupazioni che il vero Steve Schmidt deve aver provato in quei mesi. Altro nome di spicco è Ed Harris, come sempre molto intenso, nel ruolo di McCain.
Ma in generale, il film è convincente da tutti i punti d vista: nelle ricostruzioni, nel ritmo, nella bravura di tutti gli attori presenti, diretti in maniera impeccabile da Jay Roach.

Vox Zerocinquantuno n6, Gennaio 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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