L’incredibile parto a 72 anni: nasce la terza repubblica, di Matteo Scannavini

La vera brutta notizia è che da poco sia finito lo show di Crozza. Proprio sul più bello, al picco di quell’inesauribile materiale da satira politica che nemmeno si sogna un comico italiano (che già mediamente gode di un mestiere facile, dove si ha sempre qualcosa da dire), Fratelli di Crozza aveva appena mandato in onda l’ultima puntata, perdendosi il tragicomico atto finale dello psicodramma mediatico-politico italiano.

Nell’ordine abbiamo assistito alla stipulazione definitiva del contratto giallo-verde, grazie all’accordo delle due forze sulla figura di premier tecnico (ah no, tecnico no) in Conte e all’istantanea bufera scatenatasi sulle dubbie voci nel suo curriculum, alla sua trionfale investitura a primo ministro e alle dimissioni seguite appena 4 giorni dopo, causa veto di Mattarella sulla figura anti-europeista di Savona a ministro dell’economia. E ancora, come una ciliegina sulla torta, all’annuncio di Di Maio, con telefonata in diretta tv a Fabio Fazio, dell’intenzione di ricorrere all’impeachment per Mattarella. Seguiranno anche la convocazione delle piazze contro il Quirinale, il calo della borsa e l’impennata dello spread alle stelle, il dibattito sulla data del ritorno alle urne in chiave pro o contro Europa, l’incarico a Cottarelli per il governo tecnico e il passo indietro sull’impeachment. Infine la riapertura del dialogo col Quirinale per la formazione di un governo politico, la rinuncia di Cottarelli e la riconvocazione di Conte. Il governo si fa.

Così, in data del suo 72esimo anniversario, dopo 88 giorni di crisi istituzionale, l’Italia possiede un neonato esecutivo politico unente le due forze vincitrici sotto la formula del contratto: il governo del cambiamento della III Repubblica è già entrato nell’immaginario condiviso con questo suo nome rivoluzionario.

A prescindere dai possibili gusti personali sui contenuti del contratto, si può dire che l’epopea di questi 88 giorni abbia avuto il suo lieto fine, per lo meno perché coerente con il voto popolare, quella famosa sovranità sancita dell’articolo 1 ed esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla costituzione. Forme e limiti a cui siamo stati messi davanti esplicitamente dalla scelta del Presidente della repubblica che sembrava aver vanificato l’esito delle urne.

È stato un peccato, come dicevo prima, non aver avuto la presenza di Crozza ad offrirci qualche risata catartica in questi momenti in cui sembrava rompersi in modo irreparabile il già fragile legame tra popolo e classe dirigente. Proprio Mattarella, che dal comico genovese veniva sbeffeggiato per il carattere schivo e l’apparente mancanza di polso, si è preso la responsabilità di compiere una pesantissima decisione ampiamente discussa anche a livello internazionale. Il dibattito ha spaziato da chi lo ha ringraziato come illuminato salvatore d’Italia, fino a chi lo ha minacciato di morte per tradimento della volontà popolare. Tra quello e questo un bigio oceano di tante opinioni, fortunatamente più argomentate. Non sono mancate infatti i pro quanto i contro alla giustificazione del fatto. Quel che è indiscutibile, e ravvisabile anche dai non giuristi, è che Mattarella non abbia abusato della costituzione ma applicato un potere di fatto riconosciuto dall’articolo 92 alla sua carica istituzionale, evento per altro che non rappresenta un caso unico nella storia della repubblica. Eppure, per qualche giorno abbiamo sentito tutti tremare le basi stesse che consideriamo legittimare il nostro sistema democratico, invalidato da una scelta “a tutela dei risparmiatori”.

I risultati del 4 marzo avevano delineato una situazione di stallo da cui 5stelle, primi per voti, e Lega, leader della coalizione vincente, sono riusciti, coi loro tempi, a tirar fuori un accordo per governare. Un compromesso quindi, il concetto base della politica democratica. Ma il profilo delineato da questo compromesso tra gli interessi della maggioranza dell’elettorato italiano non era, e non è tutt’ora, rassicurante per i mercati finanziari e in Europa tra gli stati detentori di titoli di debito pubblico di un paese a rischio default, il cui potenziale ministro dell’economia è un dichiarato sostenitore di un piano B per l’uscita dall’euro. Da questo le sgradevoli dichiarazioni, per altro rese ulteriormente ostili dalla nostra stampa, provenienti da più vertici europei che invitavano gli italiani a non scherzare col fuoco e ad imparare dai mercati come votare alle prossime elezioni. In altre parole, pura linfa per rinvigorire il già robusto euro-scetticismo. La paura di colpire la fiducia degli investitori stranieri, e quindi i conti degli italiani, ha portato alla bocciatura di Savona e quindi al crollo di quanto faticosamente costruito dalle trattative. È malizioso ma non azzardato pensare che Salvini si stesse sfregando le mani alla notizia: impuntarsi sul nome di quel ministro, con la sola giustificazione che fosse il meglio per l’Italia, il solo, unico e indispensabile individuo eccezionale a fronte delle alternative proposte da Mattarella (tra cui lo stesso Giorgetti, braccio destro di Salvini) è una più che sospettabile tattica per tornare al voto, prendersi completamente le briglie del centrodestra e rendere i pentastellati una forza subalterna. Quelle ipotetiche elezioni erano già state vendute come battaglia contro o pro Europa, sovranità popolare contro poteri dei mercati. E una campagna elettorale del genere, che al fronte opposto vede la paralisi di FI e PD, poteva solo portare al rafforzamento dei gialloverdi, con probabile mutamento dei rapporti di forza in favore della Lega. E innanzi a questa ancora più netta e aggressiva espressione della volontà popolare, Mattarella non avrebbe potuto fermare il governo. Forse si è reso conto di questo e del fatto che anche per gli investitori è meglio vedere in Italia la stabilità di un governo politico piuttosto che altri mesi di incertezze, tensioni e governi tecnici senza fiducia alle camere. Così si sono riaperte per un’ultima volte le trattative che hanno visto assecondate le richieste del Carroccio: Savona resta al tavolo dei ministri alla posizione, comunque di rilievo, delle Politiche Comunitarie, mentre all’Economia arriva Giovanni Tria, altro critico, seppur più moderato, dell’unità monetaria, formato alla linea di pensiero neokeynesiana. Rassicura l’Europa almeno il voto di Moavero agli Esteri, mediatore già navigato sotto le presidenze Monti e Letta.

Ci sono molti motivi per essere scettici. Chi ha letto il programma del contratto con una calcolatrice in mano ha già constatato quanto risulti costoso. Non è plausibile pensare che ne saranno realizzati tutti i punti, del resto l’incoerenza tra campagna elettorale e operato non sarebbe una novità della terza repubblica. Ogni governo, se pur nazionale, si trova a fare i conti con uno spazio di manovra definito da influenza esterne, nel caso dell’Italia con un enorme debito pubblico verso l’Europa. Secondo la linea di Keynes, per risollevarsi servono massicci investimenti pubblici, che inevitabilmente dovremmo chiedere all’Europa. E allora si aprirà la vera discussione e, alla probabile negazione di credito, si presenterà quell’ipotetico piano B: come gli inglesi per la Brexit, ci assumeremo la responsabilità della nostra scelta.

Il governo appena formato rappresenta, con tutti i limiti del sistema di democrazia rappresentativa, la maggioranza dell’espressione popolare. Se negli ultimi 72 anni abbiamo ribadito l’appartenenza orgogliosa a quel sistema ed i suoi frutti, non possiamo decidere oggi che non ci piace più. Non possiamo chiamare la democrazia populismo quando non siamo soddisfatti del risultato elettorale. Non possiamo, nel giorno in cui smette di farci comodo, dire che le masse non sanno più quello che vogliono e appellarci alla protezione di un principe illuminato che decida al posto nostro. Se queste masse hanno dato sfogo al proprio disagio con un voto che con snobbismo chiamiamo “populista”, se danno riscontri positivi ai comunicatori più aggressivi e rifiutano i vecchi partiti moderati, indaghiamone le cause all’intero dell’intero sistema e dell’operato dei predetti partiti. Loro hanno fallito e spianato la via al populismo, che giudicheremo dai fatti e non dai toni eversivi della campagna elettorale. Per ora limitiamoci ad augurare buona fortuna all’Italia, potremmo averne bisogno. Almeno in autunno Crozza tornerà con noi.

Bologna, 3 giugno 2018

Vox Zerocinquantuno n.23, giugno 2018

In copertina foto da  Linkiesta


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

 

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