L’istruzione ai tempi del coronavirus, di Riccardo Angiolini

La risposta dell’educazione italiana a fronte dell’emergenza sanitaria

Il protagonista assoluto del primo trimestre di questo 2020 è senz’ombra di dubbio il Covid 2019, la forma virale d’influenza diffusasi a partire dalla Cina che ha fatto letteralmente impazzire l’opinione pubblica italiana. Non è certo un segreto che il Coronavirus abbia scatenato nel nostro Paese un’ondata di isteria generale che adesso, si spera, dovrebbe gradualmente sedarsi grazie all’intervento dei media da cui essa stessa è stata generata.

Nonostante ciò, sorvolando su tutti i rimproveri che si potrebbero muovere all’informazione, l’intervento del governo è stato repentino e abbastanza deciso. In seguito ai primi casi di contagio è stata dichiarata la situazione di emergenza nazionale, per cui una buona parte degli esercizi pubblici ed eventi ad elevata affluenza di persone sono stati interdetti. Facile immaginare come il servizio dell’istruzione, ad ogni suo grado e ormai in ogni area del Paese, ne abbia risentito drasticamente.

Il MIUR e Ministero della Salute hanno infatti concordato l’immediata sospensione delle attività scolastiche a seguito della diffusione del Covid. Se inizialmente questo provvedimento ha riguardato le strutture del nord Italia e delle zone rosse, le ultime decisioni del governo prevedono la chiusura di tutti gli istituti dell’intera penisola. E sebbene al momento la scadenza si attesti al 15 marzo, a causa della progressiva diffusione del Coronavirus nel meridione, sarebbe ingenuo credere che non possa protrarsi ben oltre tale termine. Considerando che i casi di contagio non potranno che salire nel breve periodo, si teme che la misura preventiva concordata dai ministeri di Azzolino e Speranza non avrà vita breve.

Principale e logica conseguenza del provvedimento è stata la sospensione di tutte le attività scolastiche. Durante la prima settimana d’emergenza lo stop impartito alle lezione ha riguardato indistintamente tutti i gradi d’istruzione, dagli asili agli atenei universitari. Già dalla seconda settimana in stato d’emergenza le università hanno però reagito in maniera efficace, dispiegando un piano di lezioni tenute esclusivamente per via telematica. La svolta dell’online, realizzata tramite il programma Microsoft Teams, per il momento si è rivelata un discreto successo. Migliaia di studenti hanno potuto riprendere, sebbene in modo atipico, il normale corso delle lezioni, vedendo le proprie scadenze d’esame rimandate in maniera lieve. Il varo del telematico per l’istruzione universitaria pubblica può però aprire due distinti fronti di discussione, uno positivo ed uno negativo, di cui è giusto trattare.

Ciò che di positivo emerge dal provvedimento degli atenei italiani è che le piattaforme online rappresentano un’importante frontiera dell’istruzione. Per quanto l’educazione tradizionale, forte del metodo di lezione frontale, si sia sedimentata nelle nostre abitudini è giunta l’ora di considerare e abbracciare le opportunità che la tecnologia ci offre. Grazie all’online un servizio fondamentale come quello del’istruzione, garantito peraltro dalla Costituzione, ha potuto continuare: studenti e professori hanno avuto modo di incontrarsi, confrontarsi, fare lezione e scambiarsi materiale didattico di fronte a un qualsiasi computer.
È evidente come questa soluzione apra le porte a miglioramenti sostanziali per ciò che concerne l’educazione universitaria  che vanno ben oltre l’emergenza Covid. Se gli atenei italiani adottassero tale metodo come prassi, abbinata alla didattica frontale e con le giuste rifiniture, le lezioni potrebbero essere più facilmente accessibili anche a studenti fuori sede, malati o che per qualsiasi motivo non potessero recarvisi fisicamente. Coi giusti riguardi, un approccio dell’istruzione al mondo digitale potrebbe spazzar via le nubi di sospetto, e talvolta di disprezzo, che spesso si addensano attorno a istituti universitari esclusivamente telematici.

Nonostante questa nota positiva è giusto considerare anche l’altra faccia della medaglia, molto meno piacevole. Come infatti abbiamo avuto modo di constatare, non tutti i gradi dell’istruzione nazionale hanno saputo reagire altrettanto efficacemente all’emergenza Coronavirus. I motivi principali per cui istituti scolastici di primo e secondo grado non hanno potuto attrezzarsi a tal proposito sono di natura tecnica e burocratica. A causa delle precauzioni sanitarie infatti non si possono predisporre né collegi docenti né riunioni coi familiari, tantomeno avviare l’apposito percorso formativo rivolto ai vari soggetti dell’universo scolastico riguardo i metodi di formazione “non in presenza”.
In questa situazione dunque la scuola si arrangia come può: i docenti si premurano di caricare materiale tramite il registro online, gli studenti si impegnano per tenersi al passo, le istituzioni garantiscono che gli alunni con esami in vista (maturità e terza media) non verranno penalizzati a causa dell’emergenza. Eppure sorge spontaneo riflettere sugli strumenti di cui dispone l’istruzione italiana, forse poco flessibili e richiedenti un rinnovamento.

Nonostante tutto è bello osservare come dalle emergenze si facciano strada nuove opportunità, nuove idee, nuove forme di servizio e collaborazione che potrebbero rendersi utili anche in tempi sereni. Nella speranza che il governo e gli specifici ministeri mettano in piedi soluzioni efficaci è bene soffermarsi su questo pensiero che, anche in momento come questo, da certamente speranza.

Vox Zerocinquantuno, 9 marzo 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Angiolini

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