L’italiano afasico: il dizionario ristretto del nuovo millennio, di Matteo Scannavini

Dal tentativo manzoniano di fornire un modello linguistico unitario, alla difficoltà nel superamento dei dialetti successiva all’unione nazionale, l’idioma italiano ha attraversato una lunga evoluzione temporale, fino a divenire quello attraverso cui oggi comunichiamo in più di 60 milioni. Eppure, negli ultimi decenni, è comune sentir parlare di involuzione linguistica: la comunicazione coinvolge ormai il solo “italiano standard”, vale a dire una versione asciutta del nostro ampio lessico, quel minimo numero di lemmi considerato adeguato all’arte del conversare.

Le cause da attribuire al fenomeno non sono limpide e spesso vi è la tendenza a liquidare una questione sfaccettata quale l’impoverimento lessicale con risposte semplicistiche e superficiali. Il più classico esempio di ciò accusa le nuove generazioni, ree di uccidere l’italiano con il loro poco canonico modo di comunicare. Se da un lato è vero che il variegato gergo giovanile sia il riflesso deformato e grossolano della corretta lingua italiana (o, oggi più che mai, di quella inglese), deve essere altrettanto chiaro che esso sia sempre esistito in forme diverse. Sarebbe pertanto insensato affermare che il gergo causi oggi i danni che non ha fatto ieri: i paninari degli anni ’80 si dilettavano ad inventare vivaci vocaboli quali “cucador” o “sfitinzia”, non per questo erano giudicati responsabili del deperimento linguistico nazionale. Invece la generazione del nuovo millennio, abituata ad esprimersi con lo slang del web e amante dell’anglofonia storpiata, deve confrontarsi con la suddetta crisi linguistica. Quali sono dunque i recenti fattori culturali che stanno contribuendo a restringere il lessico italiano come mai è avvenuto in passato?

Foto Matteo Bersantini

Un’importante spinta in questo senso potrebbe essere causata dell’avvento dei social. Riprendendo quanto si è recentemente trattato su questo giornale, i social network fondano la loro potenza sull’immediatezza delle informazioni. Sul web ogni messaggio è infatti uno tra tantissimi all’interno di un’immensa pagina scorrevole piena zeppa di notizie da consultare rapidamente. Questo significa che un’informazione, per essere trasmessa con successo, debba presentare un carattere sintetico, dove i termini sono semplici, talvolta sostituiti dalle ancor più istantanee ed efficienti emoji, e la cura della grammatica risulta spesso secondaria. Basti pensare al caso di Twitter, una delle più note e utilizzate piattaforme web, nella quale i messaggi degli utenti non possono superare i 140 caratteri. La natura sintetica del linguaggio social non rappresenta un problema in sé per l’italiano, tuttavia l’uso smodato di questi mezzi fa sì che le persone tendano ad adoperare quel ridotto numero di vocaboli del proprio twit anche nella comunicazione reale, parlata quanto scritta. Infatti, contrariamente al comune pensiero che soltanto la lingua orale sia vittima dell’impoverimento, molti docenti universitari di materie umanistiche hanno recentemente constatato la pessima preparazione grammaticale dei loro nuovi studenti, riscontrata in raccapriccianti errori nei loro temi, oltre ad una crescente difficoltà nella comprensione dei testi.

Uno degli enti che non può non essere riconosciuto tra i responsabili della situazione è ovviamente il sistema scolastico italiano. Pur essendo palese che la preparazione fornita dalle scuole abbia un ruolo all’interno di tale periodo di crisi lessicale, non è tuttavia altrettanto facile stabilire in che misura vi stia contribuendo. Qualunque genitore chiedendo ai propri figli noterà come all’interno degli istituti superiori la percentuale di studenti rimandati in italiano sia notevolmente inferiore rispetto alle numerose vittime delle altre materie, in primis matematica e latino. Questo può essere interpretato sia come una facilità media dei ragazzi nell’approcciarsi alla disciplina ma anche come un’eccessiva morbidezza da parte dei professori nell’insegnare l’uso della corretta lingua. A ciò va aggiunto che negli ultimi anni l’avvio di progetti come il CLIL (Content and Language Integrated Learning), uno tra i punti focali della Buona Scuola di Renzi, ha portato nelle scuole l’insegnamento in lingua inglese di materie come matematica, fisica, scienze naturali e storia dell’arte per buona parte, frequentemente una metà, dell’orario curricolare previsto per queste discipline. Tralasciando il dubbio valore dell’attuale applicazione dell’iniziativa, su cui si potrebbero spendere tante parole, è innegabile che, al fine dell’internazionalizzazione delle scuole, CLIL contribuisca in piccola dose all’indebolimento della lingua italiana, andando a togliere spazio ai settori del lessico tecnico scientifico quanto artistico.

Constatato l’impoverimento lessicale e ricercati gli indizi delle sue cause, resta ora necessario porre l’attenzione sulla vera natura della questione domandandosi cosa concretamente si stia perdendo. Il problema non è infatti la scomparsa di lemmi sempre più in disuso quali “luculliano” o “solipsista”, ma un graduale indebolimento dei processi mentali. La generalizzazione linguistica, ovvero l’eccessiva semplificazione ed abbreviazione dei molteplici vocaboli in poche idee basiche, cancella sempre più sfumature concettuali rendendo i processi cognitivi più grezzi. E compromettere le proprie capacità intellettuali, sia quella attiva di argomentazione quanto quella passiva di ascolto e comprensione, rende facili prede di qualsiasi forma di indottrinamento. Non casualmente importanti esempi storici regimi dittatoriali, come la Germania del Terzo Reich, hanno contribuito a raccogliere consenso attraverso una complessa opera di semplificazione ed impoverimento della lingua parlata. Pur scongiurando il ripetersi di simili eventi, che restano tutt’ora attuali in alcuni contesti e sempre meno improbabili in altri, il rischio di un imbarbarimento mentale va già riconosciuto come concreto. Fortunatamente sono altrettanto reali gli strumenti per combatterlo, come la grande fruibilità delle biblioteche che rende i libri accessibili a tutti. Anche di fronte ad una scuola pubblica che non offre certezze ma la sola speranza di incontrare un docente qualificato, ogni genitore è comunque libero di educare il proprio figlio alla lettura, ponendogli tra le mani il primo libro anziché il tablet, e lasciandogli la gioia di scegliere in autonomia i successivi volumi.

Vox Zerocinquantuno, n 14 settembre 2017

 

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