L’ospedale psichiatrico Volterra di Francesca Cangini

Quando cammini lungo i corridoi di un posto che non c’è più, la mente corre su quel pavimento calpestato da migliaia di persone e i piedi passano tra una sofferenza che sembra non potersi fermare mai. Il tempo sembra essersi fermato, invece, nel 1978 in quel manicomio di Volterra. Incorniciati da betulle che smuovono un’aria densa e surreale, inizia la visita nel primo ospedale psichiatrico, una città nella città. L’aumento dei ricoveri, fino ai 4794 del 1939, ha reso necessaria la costruzione di sempre nuovi padiglioni che venivano battezzati con i nomi dei più famosi studiosi e medici del tempo ed avevano una dislocazione tale da evitare la simmetria per fare apparire tutto come un villaggio. Inoltre questo comportò anche la creazione di strade interne percorribili con la macchina.

Oggi sono rimasti solo edifici consumati che portano impressi i segni della follia, porte di una pigione di cui la vegetazione sta inghiottendo i ricordi del triste passato. Costruito nel 1887, l’Ospedale psichiatrico di Volterra è stato attivo per 50 anni fino ad essere chiuso con l’approvazione della legge Basaglia che vietava l’esistenza dei manicomi. I responsabili del manicomio sono sicuramente stati tanti, noi ricordiamo Luigi Scabia. L’idea di base di Scabia era costruire un “villaggio” in cui i malati potessero, attraverso attività lavorative, ritrovare la propria persona e riuscire a reinserirsi nel mondo. Nel manicomio c’era infatti una fornace, una lavanderia, una macelleria, una serra e tutti i lavori venivano affidati ai malati in modo da rendere il centro non solo autosufficiente, ma anche fonte di guadagno, in quanto veniva venduta una parte del materiale prodotto. Nel 1933 venne persino istituita una moneta ad uso esclusivo dei ricoverati lavoratori. Nel manicomio l’ammalato non si doveva sentire rinchiuso tra quattro mura, ma come in famiglia, libero di girare nell’ospedale e nella campagna circostante.
I ricoveri avvenivano grazie ad una segnalazione, i motivi per cui essere segnalati erano i più vari e banali: miseria, tristezza, schizofrenia, scandalo, essere indesiderati, ostacolare la pace pubblica, essere disoccupati, non parlare bene la lingua. Si ricorda un caso in cui un gruppo di Sardi fu rinchiuso nel manicomio per una settimana in quanto non si riusciva a capire il loro dialetto.

I ricoverati venivano presi durante la vita quotidiana senza preavviso. Il ricoverato veniva portato in manicomio solo con ciò che aveva addosso, che poi gli veniva ritirato e deposto in un “fagotto”, che sarebbe stato reso alla dimissione. Indossavi la divisa “del matto” e iniziavi un’altra vita. Le lettere che i degenti scrivevano ai familiari venivano raramente consegnate, e raccolte nelle cartelle cliniche e oggi in un libro “Corrispondenze negate”, sfortunatamente non più in commercio. Il manicomio disponeva anche di un proprio cimitero, i ricoverati non potevano essere sepolti insieme ai civili, anch’esso abbandonato ed in stato di degrado. Sembra che l’oblio a cui erano state condannate queste persone in vita le abbia seguite anche nella morte. Luigi Scabia è stato sepolto, per sua volontà, in questo cimitero.

Non so se sia vero che i geni siano rinchiusi in manicomio, la cosa di cui sono certa però é che è servito un gesto folle in mezzo a quella follia, un “ci sono, esisto” per avere l’onore di essere ricordato. Un messaggio che Nannetti ha inciso nel muro a partire dal 1958 e portato avanti per 9 anni. E lui solo ha avuto quell’onore che non è toccato alle altre migliaia di internati, essere ricordato non tanto come persona forse, ma come artista. Nato a Roma nel 1927,figlio di un padre ignoto, si capì presto che non era un bambino come gli altri, questo voleva dire solo una cosa: il manicomio. Vi entrò infatti per la prima volta a 10 anni. Nel 1948 venne processato per oltraggio a pubblico ufficiale, ma dichiarato poi innocente in quanto incapace di intendere e volere. Al manicomio di Volterra arrivò quando nella struttura vigeva un regime carcerario, con sbarre alle finestre. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994. Una vita che sembra una storia di negazione, la vita di un figlio indesiderato, di un figlio da dimenticare, da cancellare. Eppure ha lasciato una traccia indimenticabile, incidendola per sempre, scrivendo e graffiando sul muro un’opera d’arte. Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo “libro graffito” sul muro del reparto penitenziario. Lungo 180 metri per un’altezza di circa due, realizzato utilizzando la fibbia del panciotto della divisa. In seguito Nannetti “scrisse” anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri alla sua opera. I suoi scritti rappresentano la sua vera realtà, un mondo in cui non essere sè stesso, ma un “astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale“,“santo della cellula fotoelettrica“, NOF4: “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola che gli era stato attribuito all’entrata nell’ospedale. Nannetti incideva prima sul muro la pagina su cui scrivere poi dava libero sfogo alla sua mente, disegnando molto spesso cose che possiamo capire solo in parte.

L’ospedale psichiatrico di Volterra pare che sarà presto trasformato in un resort di lusso, è stato comprato da un Inglese e si aspettano le ruspe. Grazie a un imprevisto del sindaco il tempo è stato prolungato ed è stato possibile rimuovere altre parti del muro su cui ha scritto Nannetti. Per quanto questo possa sembrare triste, la nostra guida ci guarda e ci dice “In fondo questo ospedale è stato un business e un business deve tornare ad essere”.

Vox Zerocinquantuno n 7, febbraio 2017

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