Lui, lei, L’incontro di Viviana Santoro

La miglior vendetta è quella di non imitare coloro che ci hanno offeso. Un paio di microfoni, qualche asta che diffonde il suono fanno riecheggiare questa frase ogni volta che lui o lei la pronuncino, su un palco trasformato per qualche sera in una sorta di set cinematografico. Lui e lei sono gli attori Danilo Nigrelli e Laura Marinoni, il palco è quello dell’Arena del Sole, che dal 10 al 13 Novembre ha ospitato lo spettacolo Purgatorio, allestito dal regista Carmelo Rifici e tratto dall’omonimo dramma di Ariel Dorfman.

Lui e lei sono anche i due atti che, nello spettacolo, precedono l’incontro. Ma, soprattutto, lui e lei sono un uomo e una donna che hanno ancora qualcosa da dirsi nonostante siano morti. Anzi, forse è proprio perché sono morti che si sentono liberi di confessarsi ciò che avrebbero voluto urlarsi quando, ancora in vita, lui abbandonava lei per una donna più giovane, della sua stessa lingua e nazionalità, dolce come lei non è mai stata; quando lei, mentre l’altra faceva gemere lui di piacere, vomitava di dolore e architettava il suo piano per vendicarsi con l’inganno, sbarazzandosi dell’altra. Uccidendo perfino i loro figli.

(da bolognawelcome)
(da bolognawelcome)

Tradimento, omicidio, suicidio (lui si ammazza), difesa e rivendicazione delle proprie azioni, una considerazione che sorge spontanea: non sarebbe stato più giusto sbatterli all’Inferno? No, perché questo è uno spettacolo che parla di due persone che ancora si cercano, che desiderano sfogarsi e parlare dei propri sentimenti, che cercano di capire se è possibile perdonarsi. E lo fanno in un modo del tutto originale e contemporaneo, l’uno assumendo il ruolo di psichiatra dell’altro, e viceversa. In un gioco di parole disperate e di brevi, decisivi silenzi. Ma quanto può far male doversi confrontare costantemente con qualcuno che abbiamo dolorosamente amato e con cui abbiamo tante questioni in sospeso? E se il Purgatorio non fosse altro che questo, l’essere costretti tra quattro mura a convivere con il nostro passato irrisolto, a riviverlo quotidianamente in una condizione in cui qualunque altra via d’uscita è negata e l’unica persona cui rivolgersi è quella per cui abbiamo sofferto?

Liberi o prigionieri delle proprie confessioni, in un percorso sull’umano che passa necessariamente attraverso la parola e il suo rimbombo. Perché lui e lei stanno in ascolto. Lui e lei dialogano e nel dialogo s’incontrano e si confondono, alla fine lontani da un teatro di sterili soliloqui e di recitazioni artefatte. Ma, per quanto parlino, non riescono ad affrontare il trauma più grande, che Dorfman intuisce e che Rifici recupera con la sensibilità della sua regia.

“Blue woman on black bed” di George Sega (weblogs.clarin)
“Blue woman on black bed” di George Sega (weblogs.clarin)

Lo proietta in uno schermo ampio la metà del palco, lo sbatte in faccia ai personaggi e agli spettatori, lo fa rivivere nella spensieratezza di gesti innocenti e spietatamente rallentati: ecco dove sono i loro bambini, quelli di cui non parlano mai, e che non hanno nemmeno il coraggio di guardare. Così il sipario si chiude su quegli occhi infantili, pieni di rabbia e rancore: sarà che non sono stati ascoltati, sarà che hanno subito la violenza di chi si è vendicato imitando gesti offensivi, sarà che non si tratta solo dei figli di questi “Giasone” e “Medea” riattualizzati, sarà che qualcuno non si è assunto le sue responsabilità.
Sarà che una generazione muore.

UOMO Noi possiamo cancellarti per sempre dalla memoria quell’ultimo sguardo del tuo figlio più piccolo che ti ossessiona. Fartelo dimenticare. Ecco cosa possiamo fare insieme. Non ricordarlo mai più. Ricominciare da capo. Io e te. Ci danno un’altra possibilità. Nuova, nuova. I suoi occhi non ci tormenteranno mai più. Mai, mai più. Le acque calde della pace. Le acque calde del perdono. Le acque calde della rinascita.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016


Viviana Santoro, laureanda in Italianistica, apprendista insegnante, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico.

(64)

Share

Lascia un commento