Mad in Europe, ovvero l’Europa tra integrità e disintegrazione, di Viviana Santoro

Parole strappate, prolungate, deformate, torturate, sofferte. Interrotti, censurati, vacui, inconsistenti simboli. Non uno scenario apocalittico, ma la realtà filtrata dallo sguardo e dal corpo di una giovane attrice e drammaturga, Angela Dematté, nello spettacolo Mad in Europe. Sulla scena, un ibridismo di personaggi/persone – tutti interpretati unicamente dalla Dematté – accompagna lo spettatore in un percorso che tenta di trovare nelle parole la strada per esprimere un’esigenza che parta dai visceri e che vuole essere urlata, rinfacciata, compresa, condivisa e appagata. Ma cosa è successo? E per quale motivo quest’esigenza dovrebbe interessare il pubblico?

C’erano una volta Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi. C’era una volta il bisogno di sentirsi uniti nella pace tra le nazioni. C’era una volta il desiderio di fondare l’Europa e di credere che potesse esistere. Questa è la storia che ci è stata raccontata, poi c’è il presente. Un presente popolato da insoddisfazioni, frustrazioni, psicosi collettive, barriere mentali e fisiche, che si esprime attraverso un flusso ininterrotto di lingue diverse, luoghi comuni, banalizzazioni e frammentazioni di pensiero. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, si manifesta attraverso gesti violenti e estremi che arrivano a negare il diritto alla vita, sotto lo sguardo acritico del Dio del soldo e del consumo. Consumo di beni, risorse, culture, tradizioni, significati.

Foto di Luca del Pia da kilowattfestival

C’è chi accetta tutto questo e non si lascia sorprendere più da nulla; c’è chi, invece, decide di parlarne, o almeno ci prova: come fa Mad, una parlamentare europea che ha smarrito la sua matrice, la sua identità, la sua lingua madre. Ma lei non è semplicemente Mad, lei è Mad in Europe. Perché è proprio tra le sedie blu del dignitosissimo Parlamento europeo che si consuma la pazzia di questa donna, richiamata all’ordine da altri educati e gentili faccendieri europei con “una di quelle frasi fatte che sanno tutti, anche quelli che millantano di sapere l’inglese”: Madame, do you need an help?

Impossibile aiutarla, perché lei è rimasta incinta e mettere al mondo un figlio è così demodé, così poco “globale, olistico, libertà di genere, libertà di scelta, democrazia partecipativa, diritto sessuale, salute riproduttiva, valori postmoderni”. Non può certo perdere tempo o soldi investendo nel futuro di una creatura che dipende unicamente dalle sue mani, neanche si trattasse della madonna che, in dolce attesa, protende le sue braccia in un materno gesto di affetto.

E forse è proprio alla madonna che bisogna appellarsi per sapere come comportarsi, per decidere se abortire oppure no. Perché è da quando aspetta un figlio che tutto è cambiato, la sua lingua si è impastata e la sua identità si è liquefatta. Oppure è l’effetto del Parlamento europeo, di una generazione costretta a rinnegare le proprie origini pur di mostrarsi cittadina del mondo, perfettamente integrata e integrabile in una società perfettamente proiettata verso l’integrazione?

Foto di Luca Del Pia da Kilowattfestival.

Per ritrovare l’integrità mentale le dicono che dovrebbe fare un lavoro su se stessa, sul suo passato, sulla sua infanzia. E vagando per una città irriconoscibile, perché “in todas las cité you can trouver Tezenis Bershka Zara Mango H&M calzetinas”, Mad cerca di riscoprirsi in un percorso che arriva a recuperare il dialetto, per poi disfarsene: a popolare le fila del Parlamento europeo non può che essere una donna emancipata, olistica e cosmopolita, non certo una trentina provinciale con valori dal sapore antico. Men che meno la Madonna, così vintage e insignificante. Per non parlare di un bambino, troppo vincolante per una donna così impegnata. Ma questo è solo l’episodio circoscritto di una matta al Parlamento europeo, che prova a rispondere ad un’esigenza profonda, una pulsione interiore, esprimendo il suo personale disagio attraverso una lingua impasticciata per errore. Per quale motivo, allora, questa stessa necessità dovrebbe interessare il lettore?

Vox zerocinquantuno n. 7, febbraio 2017


Viviana Santoro, laureanda in Italianistica, apprendista insegnante, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico.

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