Mafia: l’assente ingiustificata del dibattito politico, di Chiara Di Tommaso

 

Nella notte tra il 18 e il 19 Dicembre sono state arrestate 330 persone grazie ad un blitz realizzato da 3000 carabinieri. La maxi operazione è stata frutto del lavoro del magistrato Gratteri e dei suoi colleghi, che hanno condotto tre anni di indagini sul campo, riuscendo a smantellare le cosche della ‘ndrangheta diffuse su tutto il territorio italiano e non solo. Gli arresti infatti sono stati effettuatati in quelle ore in diverse regioni, dalla Calabria, dove si trova il fulcro Vibo Valentia, alla Puglia, dal Piemonte alla Campania, dalla Toscana alla Sicilia, ma anche in Veneto, Emilia Romagna, Germania, Svizzera e Bulgaria. Una notizia che sembra quasi surreale e potrebbe diventare la trama del prossimo film sulla criminalità organizzata, e che invece è esattamente quello che è successo pochi giorni fa. Nel 2019, dunque, ad oltre vent’anni dal maxi processo di Falcone e Borsellino contro la mafia siciliana, si verifica quella che è la seconda più grande operazione della storia della lotta alla mafia.

Sono anni ormai che di questi temi si parla poco o niente, come se non fosse più un problema attuale, come se non fosse più una questione urgente. E altrettanto poco si fa, con l’eccezione dei magistrati dal grande impegno e pazienza, come Gratteri e il suo pool, che lavorano soli e con poco sostegno e consapevolezza dell’opinione pubblica e della classe politica. La realtà dei fatti, e in particolare quest’ultimo episodio che ha coinvolto la ‘ndrangheta calabrese, testimonia chiaramente che queste dinamiche sono state tutt’altro che sradicate, ma sono ancora più diffuse e intessute nel territorio e nella nostra società. Le persone arrestate qualche giorno fa, comprendono politici, avvocati, commercialisti, funzionari pubblici, sindaci, imprenditori, forze dell’ordine. Diverse professioni, posizioni sociali, ma tutti ugualmente coinvolti, poiché collaboravano a vario titolo con la cosca di Mancuso. E ancora una volta riemerge la verità, i contatti e i rapporti stretti tra ‘ndrangheta e politica, che lavorano insieme e si coprono le spalle a vicenda, e la colpa delle istituzioni che non sono in grado o non vogliono intervenire. Tutti, per diversi motivi, sembrano voler tenere il tutto ben nascosto sotto il tappeto. La notizia infatti ha fatto scalpore in un primo momento, ma poi è sparita molto in fretta dalle pagine dei giornali. Non si tratta di un episodio isolato e non è il primo grande colpo inferto alla ‘ndrangheta in tempi recenti: il processo Aemilia, che ha visto la nostra regione protagonista, è cominciato ad inizio 2015 con l’arresto di 240 persone legate alla cosca di Grande Aracri e 500 milioni di beni confiscati. Un processo che con le sue diramazioni e complicazioni è ancora aperto e in svolgimento, la cui prossima udienza si terrà a gennaio. Ma lo spaventoso numero di imputati e soggetti coinvolti nelle indagini sulla ‘ndrangheta emiliana ne rappresenta in realtà sono solo una parte. L’Osservatorio provinciale antimafia di Rimini ha stimato che ci sono almeno altre 50 cosche attive in Emilia Romagna. Sembra chiaro dunque, che la criminalità organizzata sia presente e vicina, anche e soprattutto per la nostra regione. Viene da chiedersi come mai, di questa piaga non parlino abbastanza i candidati alle prossime elezioni regionali. Mentre tra i punti del programma e argomenti di dibattito vengono giustamente inclusi sanità, infrastrutture, ius soli, migranti, ambiente, tasse, di criminalità organizzata sembra non ricordarsi nessuno, se non in occasione della giornata dedicata alle vittime di mafia dell’8 Novembre e al verificarsi di casi eclatanti come il blitz di Gratteri. Reggio Emilia è stata sede centrale del più grande processo contro le mafie del nord Italia, ma nessuna delle due compagini in gara ha pensato di includere il problema nella propria agenda di lavoro.

 

C’è un grande assente insomma nella campagna elettorale per una regione che si è rivelata tanto coinvolta nella malavita quanto attiva nella lotta alla stessa, e che ancora necessita di strumenti che la aiutino a riconoscere ed estirpare dal tessuto istituzionale e sociale gli esponenti, le relazioni e le dinamiche mafiose. In Italia, la criminalità organizzata è un fenomeno ancora da affrontare, e non può essere lasciato da parte. All’impegno di magistrati e forze dell’ordine che si occupano di combattere la struttura esistente, va affiancato lo sforzo e la partecipazione di politici e cittadini per costruire, promuovere e proteggere una cultura opposta a quella mafiosa, che non lasci spazio in futuro a questa macchina di illegalità e al suo potere.

Vox Zerocinquantuno, 30 dicembre 2019

 

Foto: pagina Facebook

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