Mamma è matta, papà è ubriaco di Fredrik Sjӧberg. Recensione di Matteo Scannavini

Navigando tra i vasti mari del web, Fredrik Sjӧberg incappa, ad un’asta online, in Hannah e Lillan, il ritratto di due fanciulle svedesi ad opera di Anton Dich. Nato a Copenaghen nel 1889 e morto alcolizzato a Bordighera 45 anni dopo, Dich fu un pittore di discreto talento, sempre nel posto giusto al momento giusto, eppure non ebbe mai successo. Né in vita, durante la quale vendette poche opere, né in morte, che mai gli concesse quella consacrazione che investì postuma tanti suoi colleghi bohémien. Il suo nome è rimasto tagliato fuori da qualunque storia dall’arte, inesistente aldilà della cerchia di parenti. Ma le sue Hannah e Lillan sono arrivate davanti agli occhi di Sjӧberg. Lo fissano con quello sguardo intriso d’infelicità che Dich seppe così abilmente imprimere su tela. Questa è la premessa che ha portato a Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea, 2020), l’ultimo volo lirico della premiata penna di Sjӧberg, che si libra, con piglio leggero ma incredibilmente profondo, tra tracce della vita di Anton e brillanti divagazioni, in cerca di risposte al rapporto tra talento e fortuna, nonché al senso della ricerca stessa.

Ex post, anche il lavoro sottile del caso ci appare sotto la dura forma di necessità storica. Era una tesi del professor Aldo Schiavone, che ammoniva i colleghi a non individuare nei nessi tra fatti storici una natura di causalità necessaria. Un inganno, detto “ex-postismo”, in cui tipicamente cade chi ha il privilegio di osservare le cose a posteriori. Difficile pensare che Schiavone sia stato letto da Sjӧberg, ma certo l’autore svedese non ha bisogno di essere messo in guardia dai rischi di un approccio determinista. Quel che percorre e anima le pagine di Mamma è matta, papà è ubriaco, è infatti un appetito vorace per le coincidenze, lo studio delle infinite sliding doors che hanno consegnato Anton Dich al suo “destino” di oblio. Nel ricostruire la vita del pittore, Sjӧberg indaga lungo un’intricatissima ragnatela di esistenze con estrema meticolosità: rintraccia le nipoti di Anton, risale lungo l’albero genealogico della moglie Eva Adler e intreccia i percorsi di artisti come Amedeo Modigliani, Pablo Picasso e Blaise Cendrars. Solo tre tra i tanti nomi illustri che hanno avuto più successo di Dich. Nomi consegnati, in qualche modo, all’immortalità.

La ricerca di Sjӧberg, per quanto approfondita, procede sciolta e mai pesante. Si dipana in una narrazione fluida, costituita da tantissimi frammenti, pensieri e vicende umane delle più varie, i cristalli liquidi di un elegante flusso di coscienza. L’autore accompagna quindi il lettore con strappi continui ma inspiegabilmente dolci tra vicende biografiche e divagazioni delle più varie, siano ricordi, bizzarri sogni, discorsi di botanica o di filatelica (l’arte della collezione dei francobolli). È consapevole del suo totale controllo della dimensione del libro, fa rimbalzare la narrazione ovunque abbia interesse, si prende persino gioco del lettore, ammettendo di aver colorato certe descrizioni personali o di aver “imposto” una certa emozione a un personaggio. È altrettanto consapevole dell’ineludibile superficialità con cui deve parlare dell’umanità che indaga, conosciuta solo dalle pallide tracce rimaste, pur seguite scrupolosamente: “ […] quindi comprendo benissimo che è tutto un po’ vago, in particolare la storia di Anton. Io non lo conosco. D’altro canto nessuno lo conosce, quindi mi consolo dicendomi che almeno potrò salvare qualche frammento di ciò che stava per essere spazzato via dal vento, e svanire per sempre come fumo”.

Mamma è matta, papà è ubriaco è una lettura di difficile sintesi, scorrevole nella sua geniale sregolatezza grazie a quel tono leggero con cui Fredrik Sjӧberg sembra parlarci di tutto e di niente insieme. Il suo lungo fiume di parole si sviluppa ed evolve fino a ritrovare se stesso, proprio al punto da cui era partito: ma ciò che disegna non è la chiusura di un cerchio, quanto un perimetro irregolare ed astratto, eppure fatto di soli vissuti reali.

Fredrik Sjӧberg sfiora nelle sue pagine i fondali della nostra psiche, lasciandoci sempre quella paradossale e ineffabile impressione di esserci arrivato per caso, galleggiando.

Vox Zerocinquantuno, 21 marzo 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

 

Foto: iperborea.com.

 

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