Maometto all’inferno: una questione politica, di Giacomo Bianco

«12 Settembre 2005: sul quotidiano danese Jyllands-Posten compaiono dodici caricature di Maometto, firmate dal vignettista Kurt Westergaard. In una delle immagini il Profeta è disegnato con una bomba al posto del turbante. L’iniziativa provoca un’escalation di violenze, con assalti alle ambasciate danesi nei Paesi islamici e oltre 50 morti.

15 Febbraio 2005: durante un’intervista tv, il ministro Calderoli indossa provocatoriamente una maglietta dove sono raffigurate le caricature su Maometto. Il gesto fa esplodere la rabbia dei musulmani libici: a Bengasi il consolato italiano viene saccheggiato e bruciato; muoiono 11 persone.

14 Aprile 2010: i creatori dell’irriverente cartone animato South Park ricevono minacce di morte dai fondamentalisti islamici per aver rappresentato Maometto vestito da orso nella 200esima puntata andata in onda negli Usa. Gli autori decidono di auto censurare l’episodio sostituendo l’immagine del Profeta con quella di Babbo Natale.

Giugno 2011: il magnate egiziano delle comunicazioni, il copto Naguib Sawiris, finisce nella bufera per aver postato su twitter una vignetta che ritraeva Topolino e Minnie in versione islamica: lui con la barba e la la jalabiya,e lei con il velo.

1 Novembre 2011: la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo viene distrutta da un incendio provocato da un lancio di molotov. La rivista aveva annunciato la pubblicazione di un’edizione speciale dedicata alla vittoria islamista in Tunisia. In prima pagina spicca un’immagine di Maometto che promette “cento frustate se non morite dal ridere”.

Settembre 2012: un film prodotto da Basseley Nakoul e realizzato negli Usa mostra Maometto in scene di sesso spinto. Il cortometraggio si diffonde su youtube e innesca una forte protesta in tutto il mondo islamico che culmina in un attacco all’ambasciata americana di Bengasi e alla morte di 4 diplomatici e dell’ambasciatore Chris Stevens».

Questo resoconto, pubblicato dal sito dell’AIG, è una descrizione delle provocazioni e delle conseguenti proteste, che hanno visto protagonista lo scontro tra il mondo occidentale e il fondamentalismo islamico. Le proteste continueranno, così come le vignette satiriche di Charlie Hebdo, fino al giorno di un altro tremendo attentato. Lo scorso 7 gennaio 2015 infatti, la sede del giornale satirico è stata l’obiettivo di un attentato terroristico da parte di una frangia estremista del fondamentalismo islamico. A causa di vignette irriverenti raffiguranti Maometto, nel corso dell’operazione terroristica hanno perso la vita dodici persone e undici sono rimaste ferite.

L’attentato alle due Torri colpì al cuore l’economia degli Stati Uniti e quindi la politica capitalistica dell’Occidente. A Parigi invece è stata colpita la libertà, il fondamento della democrazia e proprio nella terra della Rivoluzione. É stata attaccata la satira, la più alta espressione di libertà e di democrazia.

Sempre Parigi fu teatro di un altro cruento massacro ad opera di una cellula belgo-francese dell’Isis, il 13 novembre 2015, con attacchi multipli in contemporanea nella sala concerti Bataclan e altri ristoranti e bar della zona fino allo Stadio Stade de France.

Di qualche mese fa (22 Marzo 2016) è stato invece l’ultimo attentato avvenuto in Belgio all’aeroporto di Zaventem di Bruxelles e presso la stazione metropolitana di Maelbeek dove sono state registrate più di 30 vittime.

Anche a Bologna, è aumentato il livello d’allarme attentato alla Basilica di San Petronio. Appena entrati in Piazza Maggiore, si può già scorgere la pattuglia dei carabinieri, in perenne sosta, proprio davanti l’ingresso. Invece meno visibile, quasi nascosto alla sinistra della Basilica, sotto il portico all’angolo con via Clavature, c’è un presidio dell’esercito. Da questa posizione i soldati, mitra in mano, hanno completa visione della piazza e della scalinata che porta all’ingresso della chiesa. Motivo di tanta preoccupazione è l’arcinoto affresco di Giovanni da Modena, o meglio solo una parte dell’affresco: l’Inferno. Qui si può notare Maometto seminudo, sdraiato pancia in su, legato da serpenti e molestato da un demone. É già stato preso di mira nel giugno del 2002, quando un attentato, preparato da una cellula milanese di Al Qaeda, fu sventato dai carabinieri del Rhos.

L’ Inferno è solo una parte dell’affresco che decora la cappella Bolognini, la quale deriva il nome dal mecenate che ne commissionò il dipinto, Bartolomeo Bolognini, ricco mercante di seta. L’autore è Giovanni di Pietro Faloppi, detto Giovanni da Modena, fu uno tra i pittori più rilevanti della cultura tardo-gotica emiliana, domiciliato a Bologna tra il 1409 e il 1456. Di fronte l’ingresso, sulla parete centrale, sono raffigurate le scene di vita del patrono San Petronio e in alto la proclamazione a vescovo di Bologna dell’abate di San Proloco. La parete di destra ospita invece le storie dei Magi, un tema molto caro al tardogotico e alla famiglia Bolognini. Infine nella parete di sinistra domina su tutto la scena dell’incoronazione della Vergine. Davanti a lei, il Figlio le porge la corona, sotto lo sguardo severo del Padre, che sovrasta le scena e lo Spirito Santo rappresentato da una piccola colomba. Nel riquadro sottostante è raffigurato il Paradiso. Ne fa parte la curia celeste: patriarchi, profeti, i dodici apostoli, martiri, papi e vescovi: tutti seduti ordinatamente su dei seggi sopra un prato verde. Questa scena ricorda molto un’aula di lezione, immagine molto familiare nella Bologna universitaria. In mezzo tra Paradiso e Inferno sta l’Arcangelo Michele, giudice di anime per la destinazione eterna. Sotto, molto più buio e tenebroso, è l’Inferno. Tra gole e spelonche rocciose si annidano le anime dei dannati, e le rispettive insegne stanno a indicare le loro pene. Occupa lo spazio la figura di Lucifero, bestia immane, bluastra. Dalla bocca mangia Giuda e dall’ano cerca di fare entrare Bruto.

Per la verità molti concordano sul fatto che sia lo stesso Giuda ad essere prima mangiato dalla bocca in alto e poi sputato dalla bocca-ano in basso e così via per l’eternità. Attorno a Lucifero fanno brutta mostra di sé gli avari, i lussuriosi, gli iracondi, i golosi e gli accidiosi, tutti seviziati da fiere diaboliche e demoni. Sopra sono puniti i nemici della cristianità: gli scismatici, i sacrileghi e infine due figure spiccano ai lati della testa della bestia. Alla sinistra è raffigurato Maometto con un turbante in testa, avvolto da un serpente e trascinato da un demone. La sua iscrizione dice “Machomet”. Alla destra di Lucifero, invece, sopra la scritta “Apostata Nicho” c’è Nicola che subisce colpi contemporaneamente da serpenti e demoni.

Dietro queste due figure si nasconde un messaggio politico. Già molti studiosi in passato, hanno messo in relazione la raffigurazione di Maometto e Nicola l’Apostata all’Inferno, con la presenza a Bologna di papa Giovanni XXIII, il cardinale Baldassare Cossa. Quest’ultimo, inviato nella città emiliana da Bonifacio IX per adempiere funzioni vicariali, finì col creare un potere personale. Grazie all’appoggio della famiglia Bolognini, riuscì a sfruttare la cappella funeraria del ricco mercante di seta Bartolomeo, per trasmettere il suo messaggio di propaganda alla cittadinanza. Nell’affresco infatti i bolognesi videro in Maometto e Nicola l’Apostata i suoi avversari: i papi scismatici Gregorio XII e Benedetto XIII. Per chiarire tale concetto sarà necessario un breve excursus storico nella Bologna ai tempi del Grande Scisma.

Alla morte di papa Gregorio XI, nel 1377, che aveva trasferito la sede papale da Roma ad Avignone, si assistette, per circa mezzo secolo, al susseguirsi di papi e antipapi, legittimi e illegittimi, avignonesi e romani. Tutto nacque quando, a causa della pressione della popolazione affinché si eleggesse un papa romano, o almeno italiano, fu nominato Urbano V. Ma il suo pontificato durò poco. Alcuni cardinali non gradirono la sua elezione ed elessero in opposizione papa Clemente VII, il quale stabilì la propria sede ad Avignone. La cristianità dunque si trovò divisa alla fine del XIV secolo. Alla loro morte gli succedettero Benedetto XII per la curia francese e Bonifacio IX per quella romana. Lo scisma perdurò anche con Innocenzo VII (1404) e Gregorio XII (1406). Allora per cercare di sanare la frattura, nel Concilio di Pisa, grazie alla mediazione del cardinale Baldassare Cossa, si stabilì la deposizione dei due papi e si elesse Alessandro V come unico papa legittimo con sede a Roma. Il problema nacque quando i due papi continuarono a dichiararsi legittimi. Perciò dopo il Concilio di Pisa, convocato per riunire la Chiesa, i papi divennero tre. Nel frattempo, dopo la morte tanto improvvisa quanto misteriosa di Alessandro V, il cardinale Cossa venne eletto papa Giovanni XIII, proprio a Bologna nel 1410, dove era stata trasferita la sede papale. Il suo pontificato durò poco, perché per iniziativa di Sigismondo di Lussemburgo, venne proclamato un concilio a Costanza (1414-1417). Furono deposti Giovanni XXIII e Benedetto XIII, Gregorio XII si dimise spontaneamente, e si giunse alla nomina a pontefice del cardinale Oddone Colonna col nome di Martino V, unico papa con sede a Roma. Così dopo un quarantennio di discordia la Chiesa tornò unita sotto papa Martino V.

In questo clima di disordine anche Bologna si ribellò al legato pontificio nel 1376 e diede avvio al secondo Comune. Nei bolognesi si registrò la ripresa degli ideali comunali ed è in questo contesto che nacque il culto di San Petronio, che fu vescovo di Bologna nel V secolo e promosso poi patrono della città. In lui si esaltarono le virtù civiche e proprio sul suo culto si posero le basi, appunto, per il nuovo regime comunale. Per lui fu edificata e a lui fu dedicata la Basilica che divenne, fin da subito, il centro culturale e politico di Bologna. Data la scarsità di fondi per la costruzione della chiesa, si invitarono i cittadini più illustri a comperare e ad abbellire le cappelle al suo interno. Uno di questi fu Bartolomeo Bolognini. I destini dei Bolognini e del cardinale Cossa si incrociarono, proprio quando quest’ultimo venne inviato a Bologna da papa Bonifacio IX con funzioni vicariali. Il Cossa acquista sempre più potere in città, e il trasferimento della sede papale voluto da Alessandro V, non fece altro che aumentare la sua signoria personale. Eletto papa proprio a Bologna nel 1410, sfruttò l’appoggio della famiglia bolognese per l’affermazione della sua legittimità.

Dentro questa lettura storica, Maometto e Nicola l’Apostata non sono altro che le personificazioni dei papi scismatici Gregorio XII e Benedetto XIII, avversari del papa Giovanni XXIII sostenuto dai bolognesi. In questo clima di lotte e rivendicazioni, quale mezzo di propaganda migliore che un affresco nella nuova basilica? Lui unico papa e i suoi avversari tra gli scismatici all’Inferno. Usa come vettore di rapida ed efficace diffusione del suo messaggio proprio una cappella privata, perché già pronta per l’uso, avendo la cappella Bolognini una duplice funzione: funeraria per la famiglia del mecenate, e pubblica per l’intera cittadinanza catechizzata e indirizzata alla situazione politica del momento.

Il progetto riuscì in pieno. Nell’affresco, infatti, sono presenti molti elementi della quotidianità in cui gli osservatori potevano riconoscersi e ritrovarsi. Finzione artistica e realtà si mescolano perfettamente. Il bolognese del Quattrocento riconobbe nell’ordinata assemblea dei santi in Paradiso un’aula di lezione dell’università, immagine viva nella Bologna dello studio. Vide nelle diversificazioni delle pene inflitte ai dannati dell’Inferno la pluralità della giustizia ordinaria, le esecuzioni e le pene inflitte realmente dal tribunale della città. Vide anche i due antipapi, i due nemici scismatici della cristianità, nelle vesti di Maometto e Nicola, gli avversari politici dell’unico papa Giovanni XXIII.

Va precisato che Maometto nel Medioevo era visto come colui che aveva infranto l’unità della Chiesa. Si pensava, infatti, che l’Islam fosse nato da uno scisma cristiano e nell’Inferno dantesco, dal quale l’affresco trae ispirazione, il suo corpo è lacerato per l’eternità per la pena regolata dal contrappasso. Particolarmente sensibile al tema dello scisma era il pubblico dell’epoca, come abbiamo visto. L’opera d’arte va dunque contestualizzata nella sensibilità del tempo in cui è stata prodotta. Mai avrebbe pensato Giovanni da Modena, quando affrescò le pareti della cappella Bolognini, che il suo Inferno sarebbe stato al centro dell’attenzione da parte dei fondamentalisti prima di Al Qaida e adesso dell’Isis. Come è stato possibile anche solo pensare di rimuovere l’affresco dalle pareti della cappella? Sarebbe una censura alla storia. È naturale che la paura possa annebbiare il giudizio, ma un gesto simile non potrebbe essere considerato meno barbarico di un probabile attentato.

E pensare che fu solo nel 1998 che tale raffigurazione di Maometto venne posta all’attenzione, quando un gruppo di musulmani, durante il Ramadan, protestò per la difficoltà di trovare una casa. Occupando San Petronio si accorsero, dopo sei secoli dalla sua collocazione, che l’affresco era offensivo per la loro religione. Ci furono delle lamentele da parte della comunità che viveva in città, ma furono molto limitate e fine a se stesse. Ma da quel momento l’Inferno di Giovanni da Modena cominciò ad attirare le attenzioni dei radicali e dei fondamentalisti. Soprattutto dopo l’11 settembre, salì il livello d’allarme-attentato, con il risultato che la piazza della basilica è sotto perenne protezione e l’affresco ha ottenuto tanta fama che l’amministrazione comunale ha pensato bene di far pagare un euro, adesso diventati due ma con guida d’ascolto inclusa, per dare luce all’affresco, altrimenti al buio.

Oggi assistiamo alle violente e deliranti azioni del terrorismo jihadista. Lo Stato islamico sembra proporre il ritorno alle origini, l’Islam puro, epurato dalle contaminazioni della Storia. In questo senso vanno letti gli ultimi atti dell’ Is a Mosul, l’antica Ninive, in Iraq. Qui, un gruppo di membri del sedicente Califfato ha distrutto busti e rilievi dell’Impero assiro e dell’età partica e sassanide, custoditi nel Museo del Parco archeologico della città che, con due milioni di abitanti, è la più grande conquista dell’Is, ottenuta lo scorso giugno 2014. Naturalmente tornano agli occhi le immagini dei due Buddha di Barmiyan, in Afghanistan, del VI secolo, fatti saltare in aria dai talebani nel marzo 2001, gruppi estremisti diversi ma stessa follia ignorante. La spiegazione di queste distruzioni starebbe nel fatto che tali statue rappresentano falsi idoli ingannevoli. C’è di più purtroppo. Il sedicente Stato islamico è contro le aporie della Storia, che deve essere distrutta per potere ripartire da zero, dalle origini pure del vero Islam non contaminato dai secoli. Questo spiega perché il deserto fa sempre da sfondo ai video dei jihadisti. L’ Is è perciò contro la storia e contro lo Stato moderno, laico e secolarizzato. Dove un giornale può fare della satira su un personaggio politico come su un Profeta.

Tra le pagine di “Repubblica” il Premio Nobel della letteratura 2010, il peruviano Mario Vargas Llosa, fa appello al mondo occidentale affinché non vengano sacrificate nessuna delle nostre libertà. Scrive che non si può correre il rischio di fare delle concessioni al fondamentalismo islamico, giustificandoli con motivi di sicurezza o di prudenza.

Sorge dunque un interrogativo: si deve spostare o rimuovere l’affresco di Maometto all’Inferno a Bologna, a favore del quieto vivere della cittadinanza, eliminando l’ ansia di attentati terroristici? Si deve smettere di essere irriverenti nei confronti del Profeta di Allah e quindi limitare la libertà di stampa e di opinione ottenuta dopo tante battaglie e minacce totalitariste?

Ognuno è libero di fare della satira su qualsiasi cosa o persona, ma libertà di espressione non deve essere libertà di offendere la sensibilità altrui. Non si può strumentalizzare o abusare di questo diritto. Naturalmente siamo tutti con Charlie Hebdo, e tutti condanniamo fermamente la barbarie di questo attentato. Ciò infatti, non deve e non può mai giustificare tale reazione sanguinaria, che ovviamente non è degli islamici moderati di tutto il mondo, ma delle fronde più estreme dei fondamentalisti. Ne ha parlato in uno degli ultimi interventi Papa Francesco, il quale condanna aspramente le deformazioni su Maometto – rappresentato anche in forma canina, dove per gli islamici il cane è simbolo di impurezza – perché offendono il credo religioso altrui. Charlie Hebdo, nel suo secondo numero uscito dopo l’attentato, ha risposto, fedele alla linea, con una vignetta del Papa rappresentato come un cane rognoso. Quindi di nuovo il nostro interrogativo si presenta: si deve smettere di essere irriverenti nei confronti del Profeta, e quindi limitare la libertà di stampa e di opinione ottenuta dopo tante battaglie e minacce totalitariste? Come sempre la verità sta in mezzo alle due cose, proprio lì, tra Papa Francesco e Charlie.

Tornando all’appello lanciato da Mario Vargas all’Occidente, nessuno ha intenzione di cedere al terrorismo ma purtroppo sta accadendo esattamente il contrario. L’Europa sta inaugurando una nuova politica del pugno duro contro l’integrazione degli immigrati. L’Austria, per esempio, ha appena varato il decreto “Islam europeo”: verranno vietati fondi stranieri agli imam e verrà inserito l’obbligo della lingua tedesca nelle moschee. In fondo al “bastone” del decreto, c’è anche la “carota”: verrà servito il cibo halal a scuola e giorni di ferie durante le festività islamiche. Insomma l’Europa cerca di reagire contro questa presunta debolezza o eccessiva tolleranza riguardo all’integrazione. Si sta diffondendo questa teoria: l’Occidente è troppo permissivo e si piega facilmente alle prepotenze degli usi e costumi di altri popoli. A questo proposito non si può non citare il libro del momento: Sii sottomesso di Eric Zemmour, anche lui minacciato varie volte di morte, ha venduto più di centomila copie. Già il sottotitolo svela la provocazione di questo pamphlet: La virilità perduta che ci consegna all’Islam.

Questa parola, integrazione, è diventata magia, religione, esorcismo. Ha rimpiazzato il modello dell’assimilazione. Rinunciare ad assimilare gli immigrati e i loro figli vuol dire rinunciare a imporre loro – virilmente – la nostra cultura. Di fronte a quest’ultima prova di debolezza, così femminile, i figli di quegli immigrati preferiranno riavvicinarsi alla legge del padre, trasfigurato, idealizzato, e vendicarlo. In base a questo, trasgrediranno disinvoltamente la legge, odiata matrigna. In questa società di “ragazze”, loro saranno gli uomini. L’immigrato è stato integrato e non assimilato. Non ha subito la nostra cultura. Non abbiamo imposto le nostre tradizioni, pur essendo italiano è rimasto tunisino. L’integrazione è la nostra colpa. Questo chiaramente è il messaggio di Zemmour. Non essendo assimilato, non si è effemminato come l’Europeo. Lui è l’uomo e noi le donne, donne inteso come femmine, deboli. Oltre al delirio misogino e l’esasperazione del superuomismo, si conferma appunto la tesi che si sta diffondendo dell’Europa debole e “delicata come una femmina”, alla quale si sta reagendo con decreti che “mostrano i muscoli” come l’ “Islam europeo” austriaco. Inoltre si sta affermando il tema della reislamizzazione dei musulmani immigrati in Occidente di seconda e terza generazione. Vittime di una crisi identitaria, hanno riacquistato un Islam che non è più quello privato e familiare dei loro genitori, domestico, passivo. Per loro l’Islam si trasforma in rivalsa contro una società che nonostante li abbia integrati, soprattutto nel mondo del lavoro, li fa vivere nella marginalità. Da qui il credo religioso diventa vettore di forme di devianza, che può essere la piccola delinquenza o l’eversione terroristica.

Non verrà rimosso nessun affresco da San Petronio a Bologna, Charlie Hebdo continuerà a fare della satira la sua arma contro il terrorismo, Papa Francesco continuerà a fare appelli al rispetto delle sensibilità altrui. Questa è libertà, questa è democrazia, con tutte le sue contraddizioni. Ma democrazia è anche unione, fare fronte comune contro il terrorismo. Non solo i cristiani – gli infedeli – sono minacciati, ma gli stessi musulmani che non appoggiano il fondamentalismo non sono degni di vivere sotto il Califfato del terrore, e a migliaia vengono uccisi in Medio Oriente e in Africa. A guardar bene, non è la guerra dell’Islam contro l’Occidente, ma è la guerra del terrorismo contro l’umanità intera.

Vox Zerocinquantuno, n. 2 giugno 2016


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.


Riferimenti bibliografici

Luciano Bellosi, La basilica di San Petronio in Bologna, Bologna, Fondazione Cassa di Risparmio, 2003

Lodovico Frati, La cappella Bolognini nella basilica di San Petronio, Roma, tip dell’Unione editrice, 1910, in “Arte”, a.13, n. 3

La cappella Bolognini, in Il comune di Bologna: notiziario settimanale: informazioni dell’Ufficio stampa del comune di Bologna. “a. 11, n. 2 – 3 (feb. – mar. 1971)

Gioa Lanzi, La basilica di San Petronio. Bologna, Editcomp, 2006

Anna Maria Matteucci, Strutture del racconto nell’affresco tardogotico, in “Arte documento: rivista di storia e tutela dei beni culturali”, n. 2, 1999: 58-62

Raffaella Pini, Le giustizie dipinte, Bologna, Minerva Edizioni, 2011

Adriano Prosperi, Storia moderna e contemporanea. Dalla peste nera alla guerra dei trent’anni, Torino, Einaudi, 2000

Eric Zemmour, Sii sottomesso. La virilità perduta che ci consegna all’Islam, Milano, Piemme, 2015

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